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Worldwide Beppe Grillo Meetup Message Board › Rifiuti di stato sotto il mare
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di Andrea Palladino
NAVE DEI VELENI La Marina militare sapeva da tre anni. La Capitaneria di porto aveva ordinato il blocco della pesca Rifiuti di stato sotto il mare http://www.ilmanifest... La nave affondata nel mare di Calabria è carica di veleni. Lo si sa da almeno tre anni, molto prima che il magistrato di Paola prendesse in considerazione le parole del pentito Fonti. Lo dicono le analisi delle acque altamente inquinate da molte sostanze tossiche, in base alle quali è stato ordinato il divieto di pesca Il relitto di Cetraro, lentamente, sta ritornando nel buio dei fondali. I 500 metri di profondità che lo hanno nascosto per diciassette anni si allungano, diventano inaccessibili. Il rischio del silenzio è dietro l'angolo. Eppure è lì. Eppure nessuno ha smentito la storia delle navi dei veleni. Anzi, man mano che gli archivi risalgono in superficie la lista delle conferme si allunga, si rinsalda. La prima notizia è pessima: i rifiuti pericolosi al largo di Cetraro ci sono. Due aree vicine alla zona del ritrovamento del relitto dello scorso 12 settembre - una un po' più a nord, l'altra più a est, vicina alla costa - sono contaminate da metalli pesanti: arsenico, cobalto, alluminio e cromo. Tutte sostanze che non possono provenire dalla costa, dove non esistono industrie. Tutte sostanze, quindi, che qualcuno ha gettato in mare. Non si tratta di studi del governo arrivati in questo mese di attesa. L'individuazione dei residui è del 2006 ed è riportata in una ordinanza della Capitaneria di Porto di Cetraro, la 03/2007. Il documento indica due quadrilateri, vietando la pesca a strascico nelle zone contaminate. La Marina militare, dunque, sapeva dell'esistenza di rifiuti tossici al largo di Cetraro da almeno tre anni. Peccato che quando il procuratore di Paola chiese aiuto per individuare il relitto la risposta fu evasiva: non abbiamo navi da inviare. E il consulente della Mitrokhin? C'è poi una seconda notizia, passata inosservata, riportata solo dai quotidiani della Calabria. Sulle navi a perdere è intervenuta una fonte autorevole, l'ammiraglio Bruno Branciforte, da poco a capo dell'Aise - i servizi segreti militari - convocato dal Copasir, il comitato parlamentare per il controllo dei servizi segreti. Secondo quanto riportato dal quotidiano Calabria ora, l'ammiraglio ha confermato l'esistenza di almeno 55 navi utilizzate - in vario modo - per il trasporto illegale di rifiuti. La questione doveva poi essere approfondita in un'altra audizione dedicata, ma di rinvio in rinvio non se ne è saputo più nulla. Eppure le domande da fare a Branciforte non mancano: perché fin dal 1995 si parla di interventi più o meno velati dei servizi segreti nella questione senza, però, avere mai una risposta chiara? E che ruolo hanno avuto personaggi come Scaramella - il mitico consulente della Mitrokhin - o come Aldo Anghessa, apparsi varie volte nelle inchieste degli anni Novanta sulle navi? Tutto tace Il silenzio, intanto, è sceso anche sull'inchiesta giudiziaria. A metà settembre il procuratore di Paola Bruno Giordano ha dovuto passare tutte le carte alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il pentito Francesco Fonti, con le sue dichiarazioni alla stampa, ha accusato direttamente la 'ndrangheta di tre affondamenti, tra i quali quello del relitto al largo di Cetraro. Fonti è andato, però, oltre, individuando i possibili mandanti ai più alti livelli in diverse interviste. Ed è quindi sconcertante che ancora non abbia deposto davanti ai magistrati, mentre il programma di protezione - che era stato sospeso negli anni scorsi - non è stato ancora riattivato. E come spesso accade in Calabria, i fatti vengono avvolti da una sorta di opacità, che impedisce di capire cosa stia accadendo. Tre magistrati di Catanzaro - Lombardo, Borrelli e Pignatone - lo hanno in realtà convocato nei giorni scorsi a Roma, presso la sede della Direzione nazionale antimafia. Quel giorno, però, l'avvocato di Fonti, Claudia Conidi, era impegnata in un altro processo. «Avevo avvisato i magistrati della Dda con un fax - spiega - ma hanno voluto fare lo stesso l'interrogatorio». Francesco Fonti, a quel punto, non ha voluto proseguire. «Si è sentito insicuro, senza un avvocato di fiducia - continua l'avvocato Conidi -, senza ancora un programma di protezione». E l'attesa deposizione è saltata. Il problema è che - secondo il legale del pentito - i magistrati di Catanzaro non avrebbero intenzione di risentirlo, almeno per il momento. «Il procuratore Borrelli - spiega il legale - mi ha detto che lo sentirà solo se ci sarà una necessità processuale». Per ora le parole pesanti di Fonti non verranno, dunque, messe su un verbale. Preoccupato, il pentito ha preso carta e penna e ha scritto ieri alla procura di Salerno, competente per la vigilanza sull'operato dei magistrati calabresi: «Vuole essere sentito - racconta l'avvocato - con tutte le garanzie, che finora non ha avuto». C'era una volta l'entusiasmo Lontanissimi sono quindi i giorni di metà settembre, quando l'entusiasmo del procuratore di Paola Bruno Giordano e dell'assessore regionale all'ambiente Silvio Greco annunciava la svolta nella lunga e complessa storia delle navi dei veleni. I veleni - e questo è certo - rimangono lì, nel mare di Cetraro e sulle colline vicino Amantea. Aspettano che qualcuno scriva i nomi che erano stampati sulle etichette dei fusti, gettati in mare nelle navi a perdere. Edited by XLR on Oct 14, 2009 4:57 PM |
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![]() ![]() ![]() ![]() ROMA - Nessuna "nave dei veleni": il relitto affondato al largo di Cetraro, in Calabria, era una nave passeggeri, la Catania, affondata durante la prima guerra mondiale, nel 1917. Alcune indiscrezioni avevano anticipato i risultati oggi confermati dal ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in una conferenza stampa congiunta con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. La nave passeggeri Catania, ha spiegato il ministro Prestigiacomo, fu costruita a Palermo nel 1906 e silurata nel corso della Grande Guerra da un sommergibile tedesco il 16 marzo 1917. Per il procuratore Grasso il caso è chiuso, "perché le indagini hanno accertato che non ci sono elementi di radioattività né di inquinamento nel raggio di tre chilometri intorno alla nave". Grasso ha detto che "da quando è iniziata questa vicenda c'è stata una vittima, la zona di Cetraro, più in generale la Calabria perché i pescatori hanno smesso di pescare e gli albergatori sono preoccupati per la prossima stagione e tutta la popolazione non sa se potrà mangiare il pesce. Oggi arriva finalmente una risposta precisa che respinge tutte le insinuazioni". "Il caso del relitto di Cetraro è chiuso ma quello dell'inquinamento, in generale, della Calabria è sempre aperto" ha detto il procuratore nazionale antimafia, aggiungendo che "serve certo un programma organico di interventi, per la Calabria, per accertare se vi è necessità di bonifiche alle quali procedere con risorse adeguate". LA REPUBBLICA.IT Prima di riportare notizie del cazzo,come fanno quotidianamente tanti giornali.............. ![]() |
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Hai ragione, non esiste nessuna nave tossica, come non esiste più nessun problema monnezza a Napoli.
A pensarci bene poi, anche la mafia, non ci risulta (un'invenzione dei comunisti). Edited by XLR on Oct 29, 2009 1:12 PM |
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Hai ragione, non esiste nessuna nave tossica, come non esiste più nessun problema monnezza a Napoli. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Avanti un'altra!! Tutte in fila!!! Su.....da brave!!!![]() |
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«È solo una nave passeggeri». Ma allora dov’è il Cunsky?
http://www.unita.it/n... Nessuna nave dei veleni: il relitto affondato al largo di Cetraro, in Calabria, era una nave passeggeri, la Catania, affondata durante la prima guerra mondiale, nel 1917. Alcune indiscrezioni avevano anticipato i risultati confermati dal ministro dell' Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in una conferenza stampa congiunta con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. «È stata fatta piena luce su un mistero che aveva generato tanto allarme», ora partiranno le verifiche sull'inquinamento a terra «speriamo di non trovare radioattività come a mare». Questo il tono del ministro. Ma in realtà non è stata fatta alcuna luce: le navi ci sono, là sotto. Se non lì, a Cetraro, sono altrove. Le parole del pentito Fonti hanno trovato riscontri in indagini di almeno tre procure e in quelle del capitano Natale De Grazia, morto in circostanze sospette. E anche in quelle di giornalisti come Ilaria Alpi. Forse si è chiusa solo l’odiessea dei pescatori cosentini, senz’affari da mesi, da quando si era avuta notizia della presenza di quella nave. E per essere precisi, le indagini a terra non le sta facendo il ministero, ma la Regione in concordia con tecnici e procure. E ha già distribuito i campioni. La Prestigiacomosi è poi spesa nel ricordare che «la nave passeggeri Catania fu costruita a Palermo nel 1906 e silurata nel corso della Grande Guerra da un sommergibile tedesco il 16 marzo 1917». Per il procuratore Grasso il caso è chiuso, «perché le indagini hanno accertato che non ci sono elementi di radioattività né di inquinamento nel raggio di tre chilometri intorno alla nave». Anche su questo punto restano dubbi: si sono cercati i raggi gamma o quelli alfa (più propri, perché scaturiti dal plutonio). Grasso ha detto che «da quando è iniziata questa vicenda c'è stata una vittima, la zona di Cetraro, più in generale la Calabria perché i pescatori hanno smesso di pescare e gli albergatori sono preoccupati per la prossima stagione e tutta la popolazione non sa se potrà mangiare il pesce». Alla fine il procuratore ha smorzato l’entusiasmo della Prestigiacomoe di chi adesso vorrebbe le dimissioni dell’assessore all’ambiente della Calabria, Silvio Greco, che è il primo ad esser soddisfatto se il mare calabro non è inquinato. Ma non si può ancora cantare vittoria, e nemmeno Grasso lo fa: «Il caso del relitto di Cetraro è chiusomaquello dell’inquinamento della Calabria è sempre aperto» ha detto il procuratore nazionale antimafia, aggiungendo che «serveunprogramma organico di interventi per accertare se vi è necessità di bonifiche alle quali procedere con risorse adeguate». 30 ottobre 2009 |
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Una seduta della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti
Il pm Greco racconta di ricerche e relitti individuati e non ancora identificati Il documento segreto del 2006 "A largo di Cetraro le navi sono tre" di ANNA MARIA DE LUCA e PAOLO GRISERI http://www.repubblica... CETRARO - Un documento inedito. E' la parte segreta di una seduta della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un documento ufficiale dove si dice che le navi sono tre, non una. E che sono stati pescati fusti in mare. Ma nessuna delle tre navi corrisponde alle misure e alla profondità del "Catania", il relitto della prima guerra mondiale ritrovato proprio dove si credeva potesse esserci una nave dei veleni. Così, quello che dopo la dichiarazione di chiusura del caso di Cetraro, sembrava una mera ipotesi, oggi ritorna a prendere corpo. Come resta, nero su bianco, il verbale che riporta tracce di cesio rinvenute nei pesci. Analisi, lo ricordiamo, scomparse nel nulla.Il documento inedito si riferisce ad una seduta del 24 gennaio 2006 dove il pm Franco Greco, che all'epoca aveva aperto l'inchiesta sulla nave di Cetraro, dice davanti alla commissione che i pescatori della zona hanno pescato dei bidoni: "Ho cercato in tutti i modi di capire quale fosse il luogo preciso. Mi sono state date delle coordinate, che ho riportato al consulente, per verificare il sito.... Ed è stato rilevato un corpo estraneo della lunghezza di 126 metri. I consulenti hanno escluso che si possa trattare di un oggetto naturale... non si spiegano cosa sia. Potrebbe essere una nave... si trova a 680 metri di profondità". Una nave, non l'unica nave. Infatti, si legge nel documento di un secondo ritrovamento: una nave lunga tra gli 88 e i 108 metri, larga dai 15 ai 20 metri, a 380 metri di profondità. Intorno alla pancia di questo relitto c'è un alone di 200 metri quadri, scuro, che - dice davanti alla commissione il Sostituto Procuratore Franco Greco - "non può essere liquido e deve per forza essere il carico della nave che appoggiandosi, si è aperto ed è fuoriuscito" Greco racconta di aver chiesto alla Capitaneria di Porto se c'erano navi da guerra affondate in quell'area. Alla Capitaneria non risultavano unità da guerra. Risultava solo una nave affondata nel 1989, a 15 miglia, verso Scalea. Incrociando dati con l'ufficio maridrografico di Genova, Greco scoprì che esisteva un relitto della prima guerra mondiale ma scoprì anche due grandi punti interrogativi: la nave risulterebbe affondata nel 1920, cioè dopo la fine della guerra. Si chiamava "Federico II", ma gli atti sono "classificati, ossia coperti da segreto militare". Un segreto militare dopo ottanta anni dall'affondamento? La nave di cui parla Fonti sarebbe affondata nel '92. Le mappe nautiche riportano la Federico II dal 1993, come relitto non pericoloso con battente d'acqua sconosciuto. "Il che vuol dire - dice il pm Greco - che non sanno cos'è; ma allora come fanno a dire che non è un relitto pericoloso? Ho chiesto il motivo per il quale questa nave non è stata mai riportata nelle mappe nautiche e non mi hanno saputo dare una risposta". Di certo c'è che nella zona della nave Federico II la Capitaneria di Porto di Cetraro vietò la pesca per un anno e quattro mesi perché proprio lì le analisi hanno rilevato metalli pesanti, tra cui arsenico e mercurio, fuori dai livelli consentiti. Come mai proprio in quel punto la concentrazione dei metalli? La seduta segreta tra Greco e la commissione viene sintetizzata in una domanda che lo stesso Presidente della Commissione rivolge al pm: "Dottore, mi faccia capire, mi sto perdendo. C'è quindi una nave certa, una che si vede e una che potrebbe esserci". E il pm risponde: " Sì, quello è il posto dove sono stati trovati i bidoni". |
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Scorie
di Danilo Arona http://www.carmillaon... Come ha dimostrato il recente e nefando episodio della “nave dei veleni” affondata dalla 'ndrangheta al largo di Cetraro, il mare ormai contiene di tutto. Non solo migliaia di resti umani appartenenti ai disgraziati clandestini che perdono la vita sulle rotte della disperazione, ma ogni genere di sostanza tossica così smaltita dall'ecomafia. Non che la cosa non fosse già nota. Così Roberto Saviano a pagina 324 di Gomorra: “Una delle cose che mi sconvolgeva era vedere i volti degli stakeholder campani tesi e preoccupati i giorni dello tsunami. Appena osservavano le immagini del disastro nei telegiornali, impallidivano. Era come se ognuno di loro avesse mogli, amanti e figli in pericolo. In realtà in pericolo c'era qualcosa di più prezioso: i loro affari. A causa dell'onda del maremoto infatti vennero trovati sulle spiagge della Somalia, tra Obbia e Warsheik, centinaia di fusti stracolmi di rifiuti pericolosi e radioattivi intombati negli anni '80 e '90. L'attenzione avrebbe potuto bloccare i loro nuovi traffici, le nuove valvole di sfogo. Ma il rischio fu subito scongiurato. Le campagne di beneficenza per i profughi distolsero l'attenzione sui bidoni di veleni fuoriusciti dalla terra, che galleggiavano a fianco dei cadaveri. Il mare stesso stava divenendo territorio di smaltimento continuo. Sempre più i trafficanti riempivano le stive delle navi di rifiuti e poi, simulando un incidente, le lasciavano affondare. Il guadagno era doppio. L'assicurazione pagava per l'incidente e i rifiuti si intombavano in mare, sul fondo.” Val la pena di approfondire questo aspetto, non così conosciuto, legato alle conseguenze dello tsunami di fine dicembre 2004. La potenza distruttiva dell'evento riportò in superficie tutte quelle scorie che per anni erano state scaricate nell'Oceano Indiano, con le coste africane divenute la pattumiera illegale di certi paesi europei, Italia in testa. Le conseguenze del rigurgito in superficie non tardarono a manifestarsi: sin dai primi mesi del 2005 alcune anomale patologie iniziarono a colpire le popolazioni della costa settentrionale della Somalia, manifestandosi con emorragie addominali, acute infezioni alle vie respiratorie e sanguinamenti della bocca, sintomi che sembravano essere tutti riconducibili a fenomeni di inquinamento. L'intera costa africana subì certamente un pericolosissimo contagio dal mix di uranio, mercurio e cadmio fuoriuscito dalle rudimentali cisterne interrate sui fondali, con danni di cui poco si sa – ma che si possono immaginare – per le popolazioni locali. Una situazione gravissima – purtroppo solo una delle tante – che dimostra che dal mare prima o poi riemerge tutto quel che per anni gli abbiamo “donato”, ovvero le scorie e i fantasmi del nostro benessere. Senza esimerci dal ricordare che le chiavi dell'omicidio di Ilaria Alpi stanno da quelle parti, possiamo anche di tentare di spostare il discorso sui corpi più “sottili”. Perché è impossibile non considerare che l'acqua “conduce” e che possiede una “memoria” senza limiti. Se da un lato si finge d'ignorare che i mari di tutto il mondo rigurgitano di quantità immani di scorie di ogni tipo (al punto tale che il mondo poco si preoccupa del Pacific Trash Vortex, quell'immane isola di plastica e spazzatura di 2500 chilometri di diametro che vampirizza come un cancro tutta la vita attorno a sé nel mezzo dell'Oceano Pacifico), dall'altro proprio non sfiora le menti che ci sono altre scorie che i mari sono in grado di “rigurgitare”. Un indizio pesante ci giunse proprio nelle ore successive allo tsunami. Così Paolo Colonnello da Phi Phi Island su “La Stampa” del 4 gennaio 2005: “Di notte i soldati stanziati nell'isola di Phi Phi hanno paura: sostengono di vedere gli spiriti di centinaia di stranieri annegati che nuotano verso le spiagge delle due baie devastate dallo tsunami, in cerca del proprio corpo. Per questo sull'isola sono arrivati i monaci buddisti, nonché degli scintoisti giunti dal Giappone, con il compito di bonificare a suon di benedizioni e incenso tutta la zona. E di circondarla con sottili cordicelle bianche che serviranno a tenere lontano gli spiriti, affinché questi si decidano a trovare la strada del cielo.” E così Massimo Dell'Omo su “La Repubblica” dell'11 gennaio dello stesso anno da Patong: “Inutile cercare. Inutile scrutarsi attorno o guardarsi alle spalle: noi europei non li vediamo. Ma loro sì: li vedono e sentono le loro voci lontane che invocano aiuto. Sono i fantasmi dell'isola di Phuket. Spiriti giovani strappati troppo presto alle loro vite dallo tsunami. Non si rassegnano, chiedono di tornare. Restano attaccati, come pesanti fardelli, alla persona che avevano più cara. Spiriti che non hanno cibo e fiori e bastoncini di incenso per affrontare il lungo viaggio verso il paradiso di Sawaan: su questa terra devastata non è rimasto nessuno della famiglia che lo possa fare. Si aggirano ovunque, e appaiono e spariscono, spargendo intorno il loro implacabile dolore come profezia di nuovi, imminenti disastri. Così al grande tempio di Wat Chalong, tra fumi, profumi e tintinnar di campanellini, è un pellegrinaggio di massa per offrire doni a Budda, ricoprire di foglioline d'oro le statue dei grandi monaci, acquistare amuleti affinché quella folla mormorante di anime possa incamminarsi sulla via della pace. Fantasmi, ancora fantasmi. Provate voi a prendere un taxi o un tuk-tuk, di notte, da Karon Beach a Patong. È difficile trovare qualcuno che si arrischi. A metà strada c'è il laghetto di Klong Nonghan. Sta a monte, oltre il lungomare. Dentro c'è finito di tutto: auto, motorini, mobili. E corpi. Lo hanno quasi svuotato, ma acqua ce n'è ancora molta. Là sotto, forse, altri cadaveri. Ora qualsiasi tassista di Phuket è in grado di assicurarvi che, passando di là, si sentono molte voci che gridano aiuto. Sono voci che parlano in thai, ma anche in lingue occidentali. E non rimangono lì. Ti seguono nella notte, invocando di continuo di essere portate in salvo. Così, dopo essere passati da Klong Nonghan, per molte notti di seguito, le voci rimangono, si annidano nella casa, non fanno dormire. Diventano un'ossessione. Fioriscono i tempietti in miniatura davanti alle abitazioni. Taxi e tuk-tuk sono ricoperti di medagliette di Budda e monaci famosi, ognuno secondo il suo stile e i suoi gusti. Ma Kittisak Kittiyachotipakorn, 40 anni, ha fatto di più. Ha montato sul suo veicolo un vero e proprio scacciafantasmi. È un arco di rame, che va da una fiancata all'altra del tuk-tuk, alle cui estremità sono appese due grosse medaglie di Budda. Non vuole più cadere nei tranelli degli spiriti che, qualche giorno fa, si sono presi gioco di lui. Stava portando due ragazze thai alle loro case quando ha visto sette turisti occidentali, con i loro bagagli, fermi in mezzo alla strada. Volevano andare all'aeroporto. Lui ha detto che sarebbe tornato subito dopo aver accompagnato le sue due clienti. Così è stato. Ha caricato i sette turisti e li ha portati - un'ora abbondante di viaggio – all'aeroporto. Una volta arrivato, i sette turisti non c'erano più. Il suo caso è finito sul giornale Seant Thai con tanto di foto che mostra il suo apparato scacciafantasmi. Sarà in grado di avvertirlo, tramite le vibrazioni del filo di rame quando gli spiriti si avvicinano. Perché ora, dice, lui non sa più che cosa sia vero e che cosa sia scherzo di fantasmi.” (...) Edited by XLR on Nov 3, 2009 11:58 AM |
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Metafore? No. L'acqua, ovunque, è incapace di metafore. Il canale di Sicilia è una tomba d'acqua, sul fondo della quale giacciono migliaia di cadaveri senza nome. Così come tutta l'incubica rotta dei migranti dalla Libia (o da Malta) alle coste italiche. Nessuno ne parla, perché riferire di visioni, di luci diafane sull'acqua o di estenuanti gemiti che ti seguono mentre peschi nel buio della notte, sarebbe come declassare la tragedia – già abbondantemente declassata dalle scelte politiche in merito, leggi certi accordi con Gheddafi – alla farsa goticheggiante di una storia di fantasmi. Ma bisogna saper leggere tra le righe perché le “scorie” - anche quelle sottili – ritornano a galla. Spesso, per un gioco di correnti, i corpi dei morti raggiungono Zarzis, nel sud della Tunisia, davanti all'isola di Djierba, ambedue note mete turistiche. Li tirano su i pescatori. Nelle reti del pesce corpi nudi, mummie in blue jeans, scheletri, alghe e magliette. Nell'infame geografia delle scorie umane, inizia qui il cimitero mediterraneo. Questo leggiamo nel sito Fortress Europe: “Lungo quelle stesse spiagge, tra Zarzis e Ras Jedir, ogni giorno dopo il turno alle Poste, Mohsen Lihidheb raccoglie da undici anni gli oggetti consegnati dal mare lungo 150 chilometri di spiagge. Sono soprattutto bottiglie di plastica, ma anche tavole da surf, canapi, testuggini, lampade al neon, elmetti, spugne, tronchi di legno, palloncini scoppiati. Mohsen ne ha creato un museo, il Museo della memoria del mare. Una memoria di plastica, fatta di opere d'arte sui paradossi dell'uomo moderno, costruite con i rifiuti recuperati nelle spedizioni ecologiche sul mare. Una delle installazioni, al centro del giardino circondato da mura di bottiglie di plastica colorate, consiste in una montagna di almeno 150 paia di scarpe. Sono scarpe nuove, sportive e giovanili. Roba che non si butta. Sono le scarpe dei naufraghi. Mohsen le custodisce insieme a un centinaio di camicie, giacche, pantaloni, maglioni e magliette recuperati a riva, strappati dai corpi sepolti nel mare. Sono tutti lavati e appesi in modo ordinato sotto una tettoia. «Sono l'unico monumento che ricorda la strage che sta avvenendo quaggiù» dice Mohsen. Da qualche anno il mare consegna i corpi dei naufraghi alle spiagge di Zarzis. Fuori dalla città, verso Ben Garden, vicino alla frontiera, esiste addirittura una specie di cimitero segreto, tra le dune. Nessuno sa dove sia, ma è sicuro che ci sia e che vi siano sepolte almeno una sessantina di persone. Prima li portavano nei cimiteri di Zarzis, ma poi sono diventati troppi. E l'odore acre che bruciava nell'aria dopo il passaggio del camion coi corpi tardava a sparire. Mohsen nelle sue spedizioni ha ritrovato tre cadaveri e altri tre pezzi di corpi. La prima volta nell'agosto del 2002. «Da qualche giorno si diceva in giro del ritrovamento di parecchi cadaveri sulle spiagge di Zarzis. La gente mi chiedeva se avessi trovato la mia parte di naufraghi, scherzando. Ma io non scherzavo affatto. Ogni volta che entravo in acqua sentivo l'angoscia salire allo stomaco. Avanzavo con cautela, ero scalzo, avevo paura di toccare uno dei cadaveri sott'acqua. Il mare mi aveva consegnato prima l'immondizia del nord, giunta dal Canale di Sicilia. Poi i messaggi in bottiglia che parlavano della crisi dell'uomo moderno e finalmente le onde mi portavano la prima vittima in carne e ossa della corsa verso l'Occidente. L'avevo visto da lontano. All'inizio sembrava una tartaruga rivolta sul guscio. Quando mi sono accorto che era un essere umano mi sono sentito mancare. Il battito del cuore mi assordava. Era là bocconi, coperto dalle alghe fino al ginocchio e sopra la testa. Taglia media, quel corpo muscoloso in vita era stato consumato dal sole e dalle onde ,la pelle beige. Con le lacrime agli occhi ho recitato il Corano e ho pregato Mosè, Cristo e tutti gli dei perché dessero la pace a quell'anima. Poi ho gridato con tutte le corde della rabbia la mia collera. Non ho voluto fare foto, perché il suo corpo, il suo spirito e la sua bellezza appartengono soltanto a dio». Mohsen chiama la polizia, che provvede a raccogliere il cadavere e a dargli degna sepoltura. Non sempre le salme si conservano dopo settimane e mesi nel mare. Il 21 ottobre 2005 Mohsen ne trova un altro. «Quella volta non c'era più il corpo, solo un teschio bianco sporco di alghe e le ossa del busto, strette insieme dalla cintola gialla dei pantaloni blu, annodati su se stessi, senza più le ossa delle gambe». Insieme a un amico trasportano i resti dell'uomo su una collina di sabbia e lo interrano recitando versetti coranici rotti sul finale da un grido di rabbia.” Oggi Mohsen riferisce che il Museo della memoria del mare è un luogo infestato, sussurrante, infelice. La montagna delle scarpe si muove, cambia posizione ogni notte. E il mare non smette più di restituire scorie. Ed è sempre più in collera. Pubblicato Novembre 3, 2009 |
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Gianni Lannes, il giornalismo d’inchiesta e le intimidazioni della criminalità
http://antonella.becc... Gianni Lannes, il direttore di Terra Italia Nostra, già lo scorso 2 luglio si era visto bruciare l’auto per le inchieste giornalistiche che conduce. Poi era giunta una lettera minatoria che lo minacciava di morte e nella tarda serata di ieri è successo quanto ha scritto nella notte: Ennesimo attentato incendiario di stampo mafioso ai danni di un’autovettura non assicurata del giornalista Gianni Lannes. Ignoti alle ore 23,40 circa del 5 novembre hanno fatto saltare in aria l’automobile del cronista impegnato nell’inchiesta delle navi dei veleni e recentemente nell’indagine sull’inceneritore che la Caviro vuole realizzare illegalmente a Carapelle in Puglia. Stamani Lannes si era recato e trattenuto in tribunale a Lucera (FG) per visionare la documentazione inerente ill mercantile giapponese ET SUYO MARU affondato nel basso Adriatico il 16 dicembre 1988 in circostanze nebulose. Nel pomeriggio era prevista la pubblicazione del libro d’inchiestsa NATO: COLPITO E AFFONDATO [...]. Sull’argomento se n’era scritto già un po’ di tempo fa qui e dei fatti di ieri sera ne parla anche la rivista di Lannes. |