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Roberto Musacchio- Cittadini d'Europa- Romania-12/11/2007
Intervento all'Europarlamento sulla questione dei diritti alla mobilità dei cittadini d'Europa, dopo le tensione fra Italia e Romania. Alla presenza del Commissario Frattini. |
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2009-02-24 09:31
NUCLEARE, OGGI FIRMA BERLUSCONI-SARKOZY ROMA - Dopo essersi salutati domenica al G4 di Berlino, il premier italiano Silvio Berlusconi ed il presidente francese Nicolas Sarkozy si rivedranno oggi a Roma, per il secondo summit Italia-Francia a poco piu' di un anno di distanza dalla 'svolta' del vertice di Nizza nel novembre 2007, nel quale fu siglata un'importante 'pax elettrica' tra i due Paesi, con la firma di due fondamentali accordi sul nucleare e la rete. Roma e Parigi torneranno a siglare un'altra importante intesa sul nucleare, nel ventisettesimo vertice italo-francese che vedra' schierate a Villa Madama robuste delegazioni dei due governi, oltre ai due protagonisti Berlusconi e Sarkozy. Con la firma del nuovo protocollo, Enel, che gia' collabora con la francese Edf, potrebbe aumentare la sua partecipazione al nucleare francese con la realizzazione del secondo reattore di nuova generazione, Epr. Tra i temi economici bilaterali, di grande importanza e' il dossier trasporti, con il progetto di Alta Velocita' Torino-Lione, che Berlusconi indica tra le priorita'. ''Poche settimane fa il mio governo ha confermato il commissario Mario Virano alla presidenza dell'Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione - afferma infatti il premier italiano in una intervista a tutto campo al quotidiano francese 'Le Figaro' -. Intendiamo accelerare il lavoro per completare il corridoio 5. L'alta Velocita' era nel nostro programma elettorale, c'e' pieno accordo nel governo, quindi la Torino- Lione si fara'. Noi attribuiamo una importanza strategica allo sviluppo delle infrastrutture''. Nell'agenda del summit anche i temi di attualita' politica internazionale: da una riflessione comune sulla crisi finanziaria globale e sui comuni passi decisi per dare risposte globali e condivise, anche in vista del G20 di Londra e del G8 di luglio, ai temi del conflitto israelo-palestinese, della stabilizzazione di Afghanistan e Libano, fino all'escalation nucleare dell'Iran. All'ordine del giorno anche al dialogo dell'Europa e dell'occidente con la Federazione Russa, il vertice Nato dei primi di marzo con la nuova presidenza Usa e il ritorno della Francia, dopo momenti di passato disimpegno, ad una importante partecipazione all'interno della Nato. Silvio Berlusconi, alla vigilia dell'incontro elogia, nell'intervista a 'Le Figaro', il presidente francese Sarkozy per la sua conduzione ''forte ed autorevole'' del semestre francese di presidenza europea: condotto ''con intelligenza e determinazione'', sostiene, ''La nostra collaborazione e' stata piena ed in molte situazioni il contributo dell'Italia e' stato decisivo''. Su pacchetto clima, conflitto tra Federazione Russa e Georgia, crisi finanziaria ''Sarkozy ha potuto contare sul nostro sostegno e lo ha riconosciuto pubblicamente. Entrambi crediamo in un'Europa piu' forte, in linea con il processo riformatore di Lisbona, un'Europa vicina ai cittadini, piu' democratica e piu' autorevole sulla scena internazionale''. Ancora, parlando della crisi in Medio Oriente, il premier Berlusconi auspica la ripresa del percorso negoziale ma nega il dialogo con Hamas, elogiando il presidente francese Sarkozy per aver ''contribuito a raggiungere il primo obiettivo di tutti noi, il cessate il fuoco''. Quanto alla comune presenza militare italiana e francese in Libano, Berlusconi ricorda a 'le Figaro' come si sia ''sviluppata un'ottima collaborazione'', ''piena e senza pecche'', con l'alternanza dei due paesi al comando del contingente di pace Unifil. ''Italia e Francia - ricorda poi Berlusconi quanto alla comune presenza in Afghanistan - sono co-sponsor della conferenza dei donatori presieduta dall'Egitto per la stabilizzazione dell'area. La lotta al fondamentalismo passa anche di qui''. Sul tavolo del summit italo-francese, tornera' certamente il solenne impegno, assunto dal G4 di Berlino, di mettere al bando qualsiasi provvedimento protezionista. http://www.ansa.it/... Agora - Nucleare: opportunità e rischi |
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energia nucleare pulita testimonianze sulle esperienze condotte dallo staff del prof Cardone |
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COSTI ENERGIA NUCLEARE
Il costo variabile del nucleare appare a prima vista tra i più bassi (es. in Francia 0,015 € per chilowattora). Riprendendiamo una tabella comparativa del 2003 per rendere meglio l'idea: * 0,02 € centrali idroelettriche esistenti * 0,02 € carbone * 0,03 € nucleare * 0,04 € gas * 0,05 € biogas * 0,07 € geotermico * 0,07 € eolico * 0,07 € nuove centrali idroelettriche * 0,12 € celle a combustibile * 0,57 € fotovoltaico (dati costo medio KWora in euro) Il costo variabile dell'energia nucleare può trarre in inganno poiché non include l'intera spesa che il pubblico deve sostenere per realizzare, gestire e infine smantellare una centrale nucleare. Analizzando complessivamente il sistema energetico, ovvero partendo dalla costruzione delle centrali sino anche alla complessa gestione dei rifiuti, si riscontra un notevole incremento nei costi sociali e una scarsa convenienza economica sociale. Questi i principali handicap: * Una centrale nucleare necessita un lungo periodo di tempo per essere costruita (in media 10 anni). In questo lungo periodo di tempo vanno poi aggiunti i costi oppurtunità, ossia le perdite "potenziali" pari al tasso di interesse perso se i fondi fossero stati depositati in banca o occupati in altre attività economiche. * Le centrali nucleari producono rifiuti radioattivi (scorie) la cui gestione è ancora un capitolo aperto per l'intero occidente. Soltanto gli Usa, dopo oltre 25 anni di studi, hanno realizzato una soluzione definitiva realizzando un deposito in profondità (geologico) in cui stoccare le scorie radioattive. Il deposito negli Usa sarà dedicato solo alle scorie di II grado mentre resta ancora incerto il destino delle scorie di III grado (ad alta radioattività) stoccate temporaneamente all'interno delle centrali nucleari. * Al termine del ciclo di vita della centrale nucleare va considerato anche il costo del suo smantellamento, la bonifica del territorio e lo stoccaggio delle scorie radioattive. Esempio. per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni '60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Recentemente questa centrale ha terminato il suo ciclo produttivo e per smantellarla sono stati allocati 635 milioni di dollari correnti. Soltanto per smantellare le quattro centrali nucleari italiane l'International Energy Agency ha stimato un costo pari a 2 miliardi di dollari. In conclusione Il nucleare è stato presentato come una fonte indispensabile per generare energia elettrica a basso costo. In realtà i suoi costi "nascosti" (sostenuti dallo Stato tramite tasse e imposte) sono ancora troppo alti se paragonati alle normali centrali termoelettriche (gas o carbone). Per individuare un quadro completo dei costi è necessario allargare la visione all'intero ciclo di produzione e non soffermarsi sui singoli aspetti. Solo in questo modo si riesce a comprendere il reale costo sociale che la società dovrà pagare per avere l'energia nucleare. Va comunque considerato che l'antieconomicità del nucleare è soltanto un aspetto dell'analisi politica. Il ritorno al nucleare può essere giustificabile per ridurre la dipendenza delle economie occidentali dall'import di petrolio, gas e carbone. La capacità di una nazione di far fronte al proprio fabbisogno energetico interno rappresenta un obiettivo politico e strategico per difendere la propria economia nazionale dagli shock esterni. Soltanto in questi casi, e in questi termini, il ritorno al nucleare può essere considerato come una scelta razionale da intraprendere. http://www.ecoage.it/... |
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Roma, 24.02.2009 | di Alessio Magro
Intercettazioni, stampa e giustizia “Nessuna mediazione sul ddl Alfano” Fronte comune tra giornalisti, editori , magistrati, parlamentari e associazioni: “È pericolo la democrazia”. Gasparri: decidiamo noi, il Carnevale delle pubblicazioni è finito ![]() ]Roberto Natale Un fronte comune e insolitamente compatto contro il secondo lodo Alfano. Giornalisti, editori, parlamentari, magistrati, associazioni uniti per dire no a quello che viene vissuto come un vero e proprio attacco al diritto di informare e di essere informati. Al centro della manifestazione nazionale indetta da Fnsi, Odg, Unci (nella sede della Federstampa) ci sono i nodi della riforma: stop alla cronaca giudiziaria, abolizione delle intercettazioni e oscuramento dei pm, carcere per i giornalisti e responsabilità degli editori. Una coalizione determinata “a contrastare il testo con tutti gli strumenti a disposizione” avverte Roberto Natale. Un no intransigente: “Diamo per scontato che la misura del carcere ai cronisti sarà stralciata – aggiunge il presidente del sindacato dei giornalisti – ma è il cuore della riforma che mette in pericolo la democrazia italiana. Non ci faremo distrarre”. Stampa e magistratura si sentono sotto schiaffo. E per questo il fronte del no annuncia determinato la disobbedienza civile: “Si scriverà lo stesso” dicono Beppe Giulietti (Idv) e Marco Travaglio, che insieme ad Antonio Di Pietro cavalca il paradosso: “Speriamo che la facciano lurida, speriamo che il ddl sia approvato il più presto possibile, così sarà più semplice farlo bocciare dalla Corte Costituzionale o in sede europea”. In tanti auspicano il confronto, richiamandosi alla fronda pdl annunciata sui giornali. Anche se è chiaro ai più il pericolo dell’emendamento civetta sul carcere ai giornalisti: Anche se dall’opposizione parlamentare si alzano più voci convergenti: “Nessuna mediazione possibile sul cuore della riforma”. Ma l’ex ministro delle Comunicazioni (e capogruppo al Senato del Pdl) Maurizio Gasparri lascia poco spazio al dialogo: “Si può discutere quanto vogliamo, ma sappiate che il Parlamento approverà la riforma proposta dal governo. Decidiamo noi. Il Carnevale è finito, non si pubblica più di tutto e di più”. Gli interventi. Roberto Natale. Il presidente della Fnsi sottolinea l’importanza della ritrovata unita giornalisti-editori. E sottolinea soprattutto che “da giugno, quando il ddl Alfano è stato presentato alla Camera, stiamo portando avanti una battaglia per il diritto di informare e di essere informati, una battaglia che tutela l’interesse generale”. Natale affronta le questioni carcere e multe agli editori come un nodo secondario, ma avverte: si rischierebbe il veto sistematico, “va dato atto alla Fieg di avere subito detto no”. Sulla questione privacy, il presidente si dice disponibile al confronto su una normativa più incisiva e rilancia l’idea dell’udienza filtro per stabilire quali siano le intercettazioni pubblicabili. Ma sottolinea che “non è il testo Alfano lo strumento adatto allo scopo. Abbiamo posto una domanda: il crack Parmalat e lo scandalo della Clinica Santa Rita hanno a che fare col diritto alla riservatezza? La risposta non è arrivata”. Carlo Malinconico. Il presidente della Fieg va dritto alla questione editoria: carcere o meno, la responsabilità oggettiva per la proprietà scardina l’equilibrio editore-giornalisti. “E’ un attacco alla libertà di informazione” dice Malinconico, che rileva in tutta la sua portata l’effetto della norma che impone lo stop alla cronaca giudiziaria fino all’avvio del processo. “E’ l’organizzazione dell’impresa editoriale, il sistema, la struttura dei controlli che punta a prevenire i reati a mezzo stampa – spiega – a garantire il rapporto bilanciato tra direttore ed editore. La responsabilità oggettiva per la proprietà scardina l’equilibrio: o si dice che l’editore paga in ogni caso, e si cade nell’incostituzionalità, o risulta difficoltoso immaginare una modalità diversa dal controllo sulla direzione”. Giuseppe Giulietti. Il parlamentare dell’Italia dei valori non lesina critiche al governo per “un ddl che mira a impedire la formazione dell’opinione, ad abolire la conoscenza dei cittadini sui fatti di rilevanza sociale”. Per Giulietti si viola la deontologia professionale dei giornalisti, si viola la libertà di informazione garantita dall’articolo 21 della Costituzione, ma non solo: con l’abolizione dello strumento delle intercettazioni “si crea insicurezza sociale”, mentre il divieto di cronaca fino al processo “impedisce il controllo e la pubblica discussione”. “Norme inefficaci” che vanno nella direzione opposta ad altri provvedimenti del governo sui temi della sicurezza. Per Giulietti il capitolo informazione va “stralciato dal ddl”, mentre “il carcere per i giornalisti è una barzelletta” e ancora “si faccia un tavolo di confronto sulla privacy”. Il deputato e animatore del sito d’informazione Articolo21.info dice anche un’altra cosa: “Attenzione, i giornalisti scriveranno lo stesso, così si alimenta la vendita di documenti, si alimenta la corruzione, e ci sarà la corsa ad aprire blog all’estero”. Stampa carbonara e stampa killer. Ricky Levi. Il capogruppo del Pd alla commissione Cultura della Camera rileva tre nodi del ddl, legati e inscindibili, da abolire senza mediazione possibile: il carcere per i cronisti, lo stop al diritto di cronaca, le multe per gli editori. “Nessun accordo è accettabile, le tre misure non sono emendabili e vanno stralciate” spiega. Levi si sofferma sulle norme relative al diritto oggettivo delle imprese editoriali, “un attacco alla libertà di informazione” che mette “sotto schiaffo la stampa”. Levi aggiunge un capitolo alla polemica: “Noto la stessa logica della normativa sugli aiuti all’editoria, una prassi comune nei paesi civili, che il governo vuole determinare per via regolamentare esautorando il Parlamento”. Marco Travaglio. Il giornalista-scrittore va subito di sciabola: “L’iniziativa di oggi è già un mezzo successo, nel 2007 nessuno votò contro il ddl Mastella”. continua su..... .......http://www.liberainfo... Purtroppo sappiamo anche questa legge (ddl intercettazioni) da che cosa è motivata, ma non ne posso parlare in televisione. (Corrado Augias) |
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Quelli di seconda resteranno attivi fino al 2065, la quarta arriverà intorno al 2030
Nucleare, si lavora alla terza generazione I reattori ad acqua pressurizzata hanno più sistemi di protezione ma non presentano grandi novità sulle scorie ![]() La centrale di Flamanville in costruzione (Afp) MILANO - A 22 anni dal referendum che ha bocciato il nucleare, l'Italia torna in campo dopo la firma dell'accordo tra Italia e Francia che prevede la costruzione entro il 2020 di quattro centrali nucleari di terza generazione avanzata del tipo Epr (European pressurized water reactor), ossia che appartengono alla classe dei reattori nucleari ad acqua pressurizzata. Quelli di seconda generazione resteranno attivi fino al 2065, mentre i primi impianti Epr sono in costruzione in Finlandia (Olkiluoto), Francia (Flamanville, con la partecipazione dell'Enel) e Cina (Taishan). IL FUNZIONAMENTO - Le centrali Epr sono reattori a fissione in cui il nocciolo viene refrigerato utilizzando acqua naturale o leggera (per distinguerla dall'acqua pesante). Una delle principali caratteristiche è la maggiore sicurezza rispetto alle altre centrali della stessa classe. I reattori Epr hanno maggiore protezione: quattro sistemi indipendenti di refrigerazione d'emergenza (ognuno capace da solo di refrigerare il nocciolo del reattore dopo lo spegnimento); contenimento metallico attorno al reattore; contenitore e area di raffreddamento passivo del materiale fuso; doppia parete esterna in calcestruzzo armato spessa 2,6 metri e progettata per resistere all'impatto diretto di un grosso aereo di linea. Dal punto di vista delle scorie, queste centrali non offrono particolari novità, se non la possibilità di processare le scorie in modo da separare le più pericolose, riducendo il volume complessivo. Più lontani nel tempo le centrali di quarta generazione, che secondo gli esperti potranno diventare realtà solo fra il 2030 e il 2040. (Ansa) http://www.corriere.i... continua........ |
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Nucleare, per Greenpeace l'Italia è contro l'Europa
Secondo Greenpeace l’accordo firmato oggi tra Italia e Francia sul nucleare è a tutto vantaggio di Sarkozy, che sta cercando di tenere in piedi l’industria nucleare francese, ma non offre all’Italia nessuna garanzia di maggiore indipendenza energetica – tecnologia e combustibile arrivano dall’estero – ed è anzi contro gli obiettivi europei di breve termine. ![]() Greenpeace si oppone da sempre al nucleare Il Governo continua a parlare di nucleare, mentre ha appena firmato accordi europei vincolanti per giungere a una quota del 35 per cento di energia elettrica da fonti rinnovabili al 2020. Il nucleare sottrarrà risorse allo sviluppo delle rinnovabili, oggi ferme al 16%, e il risultato potrebbe essere una nuova procedura d’infrazione davanti alla corte Europea. “L’Italia ha già perso il treno del nucleare 30 anni fa, ora cerca di perdere quello per l’energia pulita del futuro ritornando su una tecnologia sporca e pericolosa che non ha mai risolto alcuno dei suoi problemi”, afferma Francesco Tedesco, responsabile Campagna Energia e Clima di Greenpeace. Il nucleare, infatti, non ha risolto nessuno dei problemi, da quello delle scorie alla sicurezza intrinseca alla proliferazione nucleare. Anche raddoppiando l’attuale numero di reattori, cosa che accelererebbe l’esaurimento delle risorse accertate di Uranio che, ai livelli attuali, non superano i cinquant’anni, il contributo del nucleare alla riduzione delle emissioni sarebbe marginale, non oltre il cinque per cento. Con gli stessi investimenti in maggiore efficienza energetica negli usi finali l’effetto di riduzione delle emissioni sarebbe fino a sette volte superiore. “La lobby nucleare - spiega Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace - cerca di evitare una crisi legata alla marginalizzazione di questa tecnologia che, nei mercati liberalizzati, come in USA, è sostanzialmente ferma da 30 anni. Gli unici investimenti effettuati, infatti hanno riguardato il ripotenziamento e la manutenzione dei vecchi impianti”. Per la tecnologia francese EPR, esistono solo due cantieri: uno in Finlandia e uno in Francia, nessun impianto ancora funziona. In Finlandia i costi effettivi a metà della costruzione hanno già superato del 50 per cento il budget. L’autorità di sicurezza nucleare finlandese ha riscontrato 2100 non conformità nel corso della costruzione. Il Presidente Sarkozy, in assenza di nuovi ordinativi, ha annunciato che la Francia, cioè lo stato, chiederà a AREVA – società quasi interamente pubblica – di costruire un secondo reattore EPR in Francia. Una implicita dimostrazione che nucleare e mercato non sono compatibili: a ordinare reattori dovrebbe essere un’azienda non lo stato. “Il nucleare - denuncia Onufrio - è una fonte costosa, rischiosa e basata su una risorsa, l’uranio, molto limitata. Una scelta scellerata che serve solo a pochi interessi di un settore che il mercato ha già bocciato”. 24 Febbraio 2009 http://www.terranauta... |
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2009-02-25 21:30
CRISI:AL VIA TREMONTI-BOND,CREDITO A IMPRESE E FAMIGLIE ROMA - Arriva la firma sul decreto per i Tremonti-bond e le banche italiane, che hanno chiesto e ottenuto dal governo una loro modifica per una versione 'meno gravosa', si apprestano ora a valutarne l'utilizzo in tempi brevi. In cambio si impegnano al sostegno alle imprese, alle famiglie e alle categorie in difficoltà e mettono un tetto agli stipendi dei vertici. Il governo, avvisa il ministro dell'Ecomomia Giulio Tremonti parlando ai Tg, vigilerà attraverso le prefetture, che non vi sia una 'stretta' ai finanziamenti delle Pmi perché i bond "non sono per le banche ma passano attraverso le banche" per arrivare alle imprese. Sollecitati dall'esecutivo, dalla Banca d'Italia e dalle associazioni degli industriali e con il beneplacito della Commissione Europea, gli istituti di credito potrebbero esaminarli nelle riunioni dei consigli delle prossime settimane e utilizzarli entro breve tempo. Il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (che non a caso ha chiuso in rialzo in Borsa) Giovanni Bazoli ha promesso che verrà presa "una decisione in tempi molto rapidi". Altre candidate al loro utilizzo sono Unicredit (che potrebbe far ricorso a strumenti analoghi in Austria), Mps e il Banco Popolare. Più prudente Ubi mentre Mediobanca e Bpm lo escludono. In cambio dei fondi governativi (remunerati a un tasso compreso fra il 7,5 e l'8,5%) le banche dovranno onorare una serie di impegni 'di natura sociale' per sostenere le famiglie, le piccole e medie imprese (cui si anticiperanno le risorse per il pagamento della cassa integrazione) e anche sospendere per un anno la rata del mutuo ai cassaintegrati o a chi percepisce i sussidi di disoccupazione. Gli istituti di credito, come già scritto nel decreto anticrisi di fine 2008 e seguendo l'orientamento di Stati Uniti e Europa, dovranno adottare un codice etico che segua le linee guida di Banca d'Italia in modo da regolamentare e limitare le retribuzioni dei vertici e dei traders, comprensive di stipendio fisso, bonus e buonuscita, legandole a un'ottica di lungo periodo e collegandole ai risultati economici. Con i Tremonti-Bond il governo intende mettere le banche italiane, che pure non si trovano in pancia gli asset tossici, ad armi pari con le concorrenti europee che hanno beneficiato di massicci aiuti di stato. L'esecutivo italiano ha infatti più volte escluso l'ipotesi di nazionalizzazioni (l'Europa si muove invece in ordine sparso e gli Stati Uniti si affannano a escluderla) ma ha voluto assicurare che il flusso di crediti dalle banche a imprese e famiglie non si interrompesse mettendo a disposizione fra i 10 e i 12 miliardi di euro. Secondo gli analisti con i fondi dei Tremonti-bond (che sono obbligazioni convertibili senza diritti di voto sottoscritte dal Tesoro) le banche potranno portare i loro indici di patrimonializzazione Core Tier al di sopra delle soglie di sicurezza richieste dal mercato vantando, al contempo, portafogli di attivi più puliti rispetto alle rivali europee. Certo l'aiuto non è illimitato né gratuito anche per motivi di finanza pubblica poiché il Tesoro dovrà ricorrere a nuove emissioni di debito in un un mercato già saturo dalle aste di molti paesi europei. Le principali richieste delle banche, come ha rilevato il presidente dell'Abi Corrado Faissola, sono state tuttavia accolte. Il numero uno dell'associazione ha però ricordato che il governo aveva aumentato la pressione fiscale al settore prima dell'estate e poi aveva varato strumenti di garanzia a costi non convenienti. Una situazione che rischiava di ricrearsi con i Tremonti-bond e che è stata corretta. In pratica, come già emerso nei giorni scorsi, la cedola del 7,5% salirà all'8,5% in caso di restituzione anticipata nei primi 4 anni senza tuttavia, come richiesto dalle banche, scontare una pena http://www.ansa.it/... Più gli Stati danno soldi e più l'economia crolla e il mercato reagisce male. Ora, è arrivato Tremonti con i suoi bond per le banche. Il Movimento Libertario lancia un'iniziativa: CHIEDETE ALLE BANCHE IL 7% DI INTERESSE SUL CONTO CORRENTE, SE NO COMPRATE ORO! |
| lucy cassini | |
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Mercoledì 25 Febbraio 2009 / ultimo aggiornamento h 22:32 ![]() ROMA (25 febbraio) - Le banche italiane provano a tenersi alla larga dai "Tremonti-bond". Sui quotidiani di oggi si leggono le mosse di molti istituti di crediti, ma resta da vedere se si tratta di una semplice richiesta di informazioni o di un reale interesse. Il pressing del governo, o di una parte di esso, affinchè gli istituti di credito utilizzino le somme messe a disposizione sotto forma di bond, è forte. Per il senatore di FI Giampiero Cantoni: «Il sistema bancario italiano è sostanzialmente solido ma è importante che esso utilizzi i Tremonti-bond per ricapitalizzarsi e garantire il flusso di credito indispensabile al mercato, alle imprese e alle persone». Il timore sottolineato da Cantoni sta tutto in quel "braccino corto", che in tempi di crisi rischia di accorciarsi ancora, e che potrebbe mettere in affanno il nostro sistema di piccole e medie imprese. La garanzia sulla solidità del nostro sistema bancario è stata anche di recente ribadita dalla Banca d'Italia e in questo pressing sulle banche non può non leggersi un'altrettanta pressione nei confronti di palazzo Koch affinchè vigili sulla patrimonializzazione dei principali istituti, ma anche sulla capacità delle banche di erogare credito. Esplicita la riflessione fatta ieri in Commissione lavori pubblici da Luigi Grillo. Per il senatore di Forza Italia «il sistema bancario italiano è solido e adeguatamente patrimonializzato e, sotto la regia di Bankitalia, ha resistito, a differenza di molte banche europee ed americane, alla bufera che si è abbattuta sui mercati. Ma comunque si corrono dei rischi. Per questo - ha ribadito Grillo - invito gli istituti di credito ad adoperare da subito i Tremonti-bond seguendo le sapienti indicazioni di Bankitalia». Una cauta sponsorizzazione dell'iniziativa del ministero dell'Economia e una sottolineatura a tutto tondo delle competenze di via Nazionale. Più o meno si ripropongono gli schieramenti che ad inizio della crisi disputarono sulle competenze pubbliche in caso di sostegni statali ad imprese in difficoltà. Stavolta però non si tratta di imprese qualsiasi, ma di banche e ieri - in attesa di leggere il decreto attuativo messo a punto dal ministero dell'Economia che renderà operativa per le banche la possibilità di emettere i bond - Berlusconi ha messo nero su bianco le conseguenze di possibili nazionalizzazioni anche se le ha escluse per il nostro Paese. Per Berlusconi la nazionalizzazione delle banche «ha delle ragioni, come frecce al suo arco, per quegli Stati che intervengono massicciamente nel capitale di quelle banche e poi si scontrano con la permanenza dello stesso assetto manageriale e non possono intervenire in modo efficace per far sì che queste banche mantengano le linee di credito, utili al sistema delle imprese, al livello precedente alla crisi, e le imprese soffrono molto». «In questi paesi - ha proseguito il premier - molto probabilmente la decisione di arrivare alla nazionalizzazione delle banche è una decisione migliore rispetto al fatto di dare solamente fondi, lasciando così che le banche non facciano le banche, cioè non prestino soldi al mondo delle imprese». Ieri pomeriggio il presidente del Consiglio italiano parlava avendo a fianco il presidente francese Nicolas Sarkozy che qualche ora prima aveva nominato il vicesegretario dell'Eliseo Francois Perold a guida del gruppo bancario che nascerà domani dalla fusione di "Casse Epargne" e de "La Banque Populaire" proprio a seguito dell'iniezione di un 20% di capitale pubblico nelle casse del nuovo istituto. Di vertice in vertice - domenica a Bruxelles un nuovo appuntamento - si coglie una forte insofferenza dei principali governi europei per come le grandi banche stanno gestendo questa prima fase di una crisi i cui tempi di soluzione si allungano di giorno in giorno. Di recente il premier spagnolo Josè Zapatero ha riunito i banchieri di casa propria (Santander, Bba, Banco popular, Caixa, Bancaja e Caja Madrid) e senza mezzi termini ha affermato «che questo non è il momento di fare grandi utili, ma di sostenere famiglie e imprese con il credito». In Germania il cancelliere Angela Merkel non fa mistero di un progetto di nazionalizzazione che porterà l'esecutivo nelle stanze dei bottoni dei principali istituti di credito, mentre a Londra un sistema di prestiti dello stato nei confronti del sistema bancario, ha creato una sorta di "rete di salvataggio" che di fatto obbliga il governo Brown ad intervenire in caso di default, ma che impegna le banche ad erogare crediti. http://www.ilmessagge... |
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La strana storia dell’avvocato Mills e del premier Berlusconi di Telesio Malaspina postato alle 10:30 del 25 febbraio 2009 Il processo più bello del mondo alla svolta: l’avvocato inglese è stato condannato. Ecco perché, ma soprattutto, ecco cosa accadrà all’imputato numero uno: il Premier. (Telesio Malaspina è lo pseudonimo di una “prima firma” di una grande testata nazionale) Speravo che dello scandaloso caso Berlusconi-Mills i giornali ne parlassero in modo più serio. In qualunque Paese civile dell’Occidente, ma anche dell’Oriente, un primo ministro colto sul fatto, grave, come il nostro Cavaliere, sarebbe stato costretto alle dimissioni. Un ministro giapponese è stato cacciato dal governo di Tokio solo per essersi mostrato un po’ sbronzo in pubblico. In Italia è appurato che l’azienda strategica di Silvio Berlusconi ha corrotto il proprio avvocato per mentire ai magistrati e fuggire alla galera, per sfuggire meglio alla quale si è anche fatto confezionare leggi su misura in parlamento. Se con l’avvocao meravigliao Cesare Previti il nostro capo del governo ha potuto farla franca, con Mills il trucco non può più essere usato. E INTANTO, SILVIO - A parte queste cose già di per sé gravissime, vera onta per l’Italia intera, la faccenda più grave è che ormai è più che evidente che il capo del governo è impegnato in una battaglia personale per demolire anche la Giustizia a Milano, delegittimandone il più possibile la magistratura. Dopo avere usato il magistrato Titti Parenti, regalandole un posto in parlamento, al quale è seguito l’oblio e l’anonimato più completo, per dare addosso ai magistrati di Mani Pulite, e dopo le varie sceneggiate ben note, eccoci al capolinea con la faccenda Mills. I casi sono solo due: o Berlusconi viene cacciato da palazzo Chigi, ipotesi quanto mai improbabile in un Paese ormai profondamente malato e all’inizio di un declino si spera non irreversibile, oppure il Cavaliere si vendicherà portando a termine la distruzione anche della Giustizia quanto meno a Milano. Tirerà fuori dal cilindro una qualche riforma, tipo quelle della scuola, o novità del menga come le “ronde antistupro“, di fatto per privatizzare su misura la Giustizia. Intanto si impone quindi una domanda, sia pure forse solo retorica: riuscirà l’avvocato inglese David Mills a pagare 250 mila euro al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi? ![]() BREVE STORIA - Un ben strano destino, in forma di contrappasso pulito pulito, pende sul legale di Londra che martedì 17 febbraio è stato condannato a Milano a quattro anni e sei mesi: oltre che, appunto, a versare quella somma, a titolo di risarcimento danni verso Palazzo Chigi. Andiamo con ordine. Negli anni ‘90 David Mills ha fatto un grande favore a Berlusconi. Lui, il professionista riservato, per conto proprio del Cavaliere di Arcore e della sua Fininvest, aveva creato e gestito tante società off-shore, con sedi nei più lontani paradisi fiscali. Obiettivo nascosto: usare quelle scatole cinesi, come All Iberian, ![]() per pagare ricche provvidenze al potere politico, ad esempio 10 miliardi di vecchie lire a Bettino Craxi. E’ poi successo che durante alcuni processi dove Berlusconi era imputato, l’avvocato Mills abbia raccontato il falso su quelle società della galassia Fininvest, occultandone natura e ruolo ai giudici milanesi. Ovviamente non l’ha fatto gratis. Tutt’altro: dalle casse del Biscione, tramite il manager berlusconiano Carlo Bernasconi, morto nel 2001, è stato compensato per il suo silenzio con un cospicuo assegno di 600 mila dollari. Soldi partiti nel ‘98, ma da lui utilizzati due anni dopo, nel 2000, una data, come vedremo, determinante. Questo comportamento, per Fabio De Pasquale, il pm che dal 2005 ha indagato su Mills fino a ottenere quella pesante sentenza, ha un nome ben preciso nel nostro codice penale: corruzione in atti giudiziari, un reato moto grave. DANNO E BEFFA - Tutto questo non sarebbe mai venuto fuori se il professionista non fosse stato ligio verso l’erario britannico e non avesse informato, per lettera, il suo fiscalista Bob Drennan di quello strano introito, frutto delle sue consulenze legali. Accompagnando il suo gesto con toni di sincero pentimento per “aver tenuto mister B. (nessun dubbio: è Berlusconi, ndr) fuori dal mare di guai in cui l’avrei buttato se soltanto avessi detto quello che sapevo”. Mills nei guai ci entra quando quel memorandum finisce nelle mani di De Pasquale, passatogli dalle autorità della Regina Elisabetta. E ancor di più si ficca quando al pm di Milano racconta un’altra versione sull’origine di quei dollari. No, non venivano dal povero Bernasconi, ma, attraverso complicatissimi valzer, da uno dei suoi tanti clienti italiani dell’epoca. Ora lo si può affermare. In dibattimento, si potrebbe sostenere con un bisticcio di parole, il giudice milanese Nicoletta Gandus non ha creduto al “pentimento del pentimento”. E ha emesso un verdetto che, oltre al carcere, infligge all’avvocato Mills l’onere di quei 250 mila euro da girare alla presidenza del Consiglio dei ministri, da tempo costituitasi parte civile, tramite l’avvocato dello Stato[b] Gabriella Vanadia. Il motivo? Ma per i danni d’immagine subiti dal ministero di Giustizia. continua su......http://www.giornalett... |