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La finestra farabutta
di Valentina Ciriaco • La finestra incriminata di Lovanio Esclusivo!!! Lo Stivale Bucato intervista la finestra farabutta che in Belgio che riportando le 10 domande di Repubblica al premier ha fatto molto clamore. La sua finestra è stata definita “farabutta”, lei si sente tale? “No, né io né la mia famiglia ci sentiamo farabutti, nel senso proprio della parola. Il presidente del Consiglio ha usato a sproposito questo sostantivo per definire i giornalisti che non gli appartengono. In questo senso, nel senso di non appartenere al primo ministro, ci sentiamo dei farabutti”. Lei ha dichiarato che la sua famiglia si vergogna di essere rappresentata dall’attuale Primo Ministro italiano. Perché? “Una persona che fa le corna al collega durante le foto ufficiali, che fa cu-cu al primo ministro tedesco, che mima una mitragliata durante una conferenza stampa, farebbe vergognare anche se fosse un compatriota in vacanza. Se questa stessa persona fosse anche inquisito in processi che vanno dalla corruzione, al falso, al reato di mafia mi imbarazzerebbe anche averlo come vicino di sedia per una fermata di metropolitana. Se infine questa stessa persona venisse eletta Primo Ministro del mio Paese, dapprima mi rifiuterei di crederci, poi proverei un gran senso di imbarazzo, di pena, di avvilimento e mi chiederei come sia potuto succedere”. Ha ricevuto molte pressioni affinché venga cacciato il collage dalla sua finestra. Immaginava che il suo gesto potesse far innescare una polemica del genere? “Non potevo immaginare che la polemica fosse di queste proporzioni soprattutto perché questi non sono stati i primi manifestini affissi. Già durante tutta la campagna elettorale per le elezioni del nuovo governatore in Sardegna abbiamo manifestato senza equivoci dalla nostra finestra il nostro sostegno a Soru presentato qui all’estero come l’anti-Berlusconi. In quella come in altre occasioni non ci era arrivata nessuna lamentela. D’altra parte è più recente la volontà del governo italiano, secondo Domènech Rossend, di manipolare anche l’informazione all’estero utilizzando il corpo diplomatico. Il giornalista di El Periodico, sostiene infatti che ‘Le ambasciate e i centri di cultura italiana hanno l’ordine di tenere sotto controllo la stampa e, se necessario, di contattare gli interessati per eventuali correzioni o puntualizzazioni’”. Uno dei cartelli affissi alla finestra Che cosa ne pensano i cittadini del Belgio del caso che si è creato per la sua finestra? Abbiamo ricevuto tantissimi messaggi di solidarietà da cittadini italiani residenti sia in Italia che all’estero, ma anche da cittadini non italiani. Ed anche qui in Belgio c’è tanta solidarietà mista a incredulità sui fatti accaduti. Qui è un costume abbastanza diffuso quello di affiggere alla propria finestra dei volantini, delle locandine che promuovano un evento culturale o che esprimano una idea politica. Nessuno si sognerebbe mai di far pressioni per farle rimuovere a prescindere dalla ubicazione. La notizia è stata data da tutti i giornali e dai telegiornali nazionali perchè la percezione che si fosse voluto violare un diritto universalmente riconosciuto e storicamente acquisito qui è stata lampante. Nessuno mai si sognerebbe di chiedere di far rimuovere una immagine di Lutero perchè troppo vicina ad una chiesa cattolica. Ha paura che ci possano essere ripercussioni sulla sua famiglia e/o sul suo lavoro? No. Ma raccontiamo i fatti. Non c’è pace per il povero Super PapiSilvio. Non solo è colpito dai numerosi attacchi delle toghe rosse, dalla satira, dalla stampa comunista, dal Presidente “che si sa da quale parte sta”, dai farabutti che scendono in piazza a manifestare, dalla stampa internazionale e soprattutto comunista… Adesso ad attaccarlo sono anche le finestre. No, non si tratta di uno strano caso in cui una serie di finestre prendono vita e lo inseguono per le stanze di palazzo Grazioli! La triste vicenda accade a Lovanio, in Belgio. La famiglia Caprioli, dopo avere letto delle peripezie di Berlusconi e, non tenendo in considerazione il fatto che è il miglior Premier degli ultimi 150 anni, ha deciso di attaccare alla loro finestra della cucina un collage di ritagli di giornali. Un collage che ha scatenato un caso internazionale perché costituito da articoli “sovversivi e offensivi” per lo Stato italiano. La famiglia Caprioli ha infatti attaccato alla sua finestra le 10 domande poste da Repubblica al Premier e l’incontro con Michelle Obama con un pericolosissimo messaggio in codice “Cittadini di tutto il mondo, perdonateci!”. Per scoprire il vero significato di questa frase sono dovuti intervenire i servizi segreti che, dopo un’attenta analisi del colore rosso della scritta sono quasi giunti alla conclusione che si tratti di una comunicazione criptata per i comunisti. A nulla è servita la telefonata del console di Bruxelles, sollecitato dal ministero degli Esteri italiano, affinché i signori Caprioli staccassero il collage dalla loro finestra “farabutta”. Il pericoloso messaggio in codice è ancora lì, diventato ormai meta di pellegrinaggio per curiosi, studenti e passanti. Come se non bastasse è stato anche aperto il gruppo “Fenesta Vascia” che sta raccogliendo fan… ehm, volevamo dire farabutti, da tutt’Europa. Noi de lo Stivale Bucato dovevamo assolutamente parlare con la finestra e farle, per vendicare Papi, 10 scomodissime domande alle quali non abbiamo ancora avuto risposta. 1) Sig. Caprioli, ha l’autorizzazione per l’uso politico della finestra della sua cucina? 2) Ma lei non sa che i panni sporchi, anche se conosciuti in tutto il mondo, si lavano in famiglia e non si appendono alla finestra? 3) È vero che è stato costretto ad appendere il collage dalle toghe rosse? 4) E se non sono state le toghe rosse è stato costretto dal complotto che, secondo Umberto Bossi, è stato ordito della mafia contro il Premier? 5) È stato costretto dal ministro Tremonti, che l’ha sfinita dopo ore di incomprensibili discorsi sulla Finanziaria? 6) E se non è stato nemmeno lui, ammette che lei assieme al nuovo testimonial del Governo, Topo Gigio, ha ordito un complotto per far cadere Berlusconi? 7) Ha intenzione di farsi un lifting, un trapianto di capelli e scendere in campo, magari indossando anche un paio di scarpe con i tacchi? 8) Come si difende dalle persone che sostengono che lei è diventato famoso per una finestra, ma in realtà sta fuori come un balcone? 9) È vero che il console, per convincerla a staccare il collage, le ha cantato per un’intera notte il ritornello della canzone di Jovanotti: “Affacciati alla finestra amore mio…”? 10) Si rende conto che il suo gesto ha infranto il cuore già notevolmente provato del povero Papi? http://www.stivalebuc... |
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Ma c'hai così tanto tempo da leggere ciò che posti o non c'hai un cazzo da fare nella vita??
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Berlusconi a Ballarò
rivendica lo squilibrio tra i poteri dello Stato ![]() (avv. Antonello Tomanelli) Forse non rappresenterà un caso di uso criminoso della tv pubblica pagata con i soldi dei contribuenti. Forse sarà l’indice di una condizione mentale del presidente del Consiglio non proprio ottimale. E forse Giovanni Floris avrebbe potuto fare di più, avendo dalla sua la Carta dei Doveri, che gli impone di non subordinare la propria responsabilità verso i cittadini “ad interessi di altri e particolarmente a quelli dell’editore, del Governo o di altri organismi dello Stato”. Sta di fatto che, per quanto ci si sforzi, riesce difficile ipotizzare che l’irrompere del capo del Governo in una trasmissione di approfondimento informativo all’infuori di un formale invito possa essere ritenuto conforme alle regole di una democrazia. Ciò in quanto i monologhi televisivi delle alte cariche dello Stato sono sì previsti dalla legge, ma in tutt’altro contesto. L’art. 33 del D.Lgs. n. 177 del 2005 (Testo Unico della Radiotelevisione) stabilisce che “La società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo è tenuta a trasmettere i comunicati e le dichiarazioni ufficiali del presidente della Repubblica, dei presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, del presidente del Consiglio dei Ministri e del presidente della Corte Costituzionale, su richiesta degli organi medesimi, facendo precedere e seguire alle trasmissioni l’esplicita menzione della provenienza dei comunicati e delle dichiarazioni” (comma 2°). E che “Per gravi ed urgenti necessità pubbliche la richiesta del presidente del Consiglio dei Ministri ha effetto immediato. In questo caso egli è tenuto a darne contemporanea comunicazione alla Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi” (comma 3°). La ratio della norma è evidente. Le massime cariche dello Stato possono disporre del mezzo radiotelevisivo per rivolgersi alla collettività, ma solo in casi eccezionali e nell’ottica del perseguimento dell’interesse generale. Al di fuori di tale ipotesi, qualsiasi loro intervento si risolverebbe in un’indebita interferenza con la funzione informativa, che è prerogativa del giornalista. Il monologo di Berlusconi non poggiava sull’ombra di nemmeno uno di quei presupposti di legge. Ieri sera a “Ballarò” per venti minuti il presidente del Consiglio si è impadronito del mezzo televisivo e ha alterato la scaletta di una trasmissione di approfondimento informativo. continua su......http://www.difesadell... |
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I pentiti a perdere e il bluff del 41 bis
![]() Gaspare Spatuzza di Anna Petrozzi - 9 novembre 2009 Buoni se servono a portare lustro, scomodi se dicono più del dovuto. Il Pdl propone una commissione all’assalto del collaboratori di giustizia. E si nasconde dietro il teatrino delle carceri speciali. Ci risiamo. Quando servono per compiere un’operazione di polizia o la cattura di un latitante di cui fregiarsi nessuno osa dire nulla, quando invece le loro dichiarazioni si alzano di livello ecco scatenarsi la solita caccia alle streghe contro i collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti. Con il pretesto che un numero esiguo di questi è ritornato a delinquere uscendo così dal programma di protezione si è sempre cercato di screditare l’intera categoria. Oggi quattro senatori del Pdl hanno persino proposto l’istituzione di una commissione apposita per verificare se, quando e come sono stati spesi i soldi con cui lo Stato ha ricompensato quei collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni in seguito non hanno avuto riscontri. L’esempio più gettonato, da sempre, è quello di Balduccio Di Maggio il quale parlò del bacio tra Totò Riina e Giulio Andreotti e poi, una volta scappato in Sicilia, commise altri reati di mafia. Come al solito si cerca di far passare l’idea che l’intero impianto accusatorio formulato dalla Procura di Palermo a carico del senatore Andreotti sia stato basato sulle uniche dichiarazioni di costui e che il processo sia finito con un’assoluzione piena, quando ormai è noto che sono intervenute una prescrizione “per i reati commessi” fino agli anni ’80 e un’assoluzione per mancanza di prove per il periodo successivo. Fa parte del gioco, così come è chiaro che questa ennesima boutade sia frutto della legittima preoccupazione dei berluscones per le nuove dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sul senatore Marcello Dell’Utri. Proprio in questi giorni infatti la Corte che presiede il processo d’appello a carico dell’esponente politico ha sospeso la requisitoria del Pg Gatto, prossima alla conclusione, per poter sentire il neo collaboratore le cui ricostruzioni sono state considerate di notevole interesse. Era ovvio aspettarsi una contromossa. D’altra parte la demolizione dei pentiti e delle loro dichiarazioni erano in testa anche alle richieste di intervento che Cosa Nostra pretese da parte dello Stato in cambio della cessazione delle stragi. Lo possiamo leggere tutti ormai nel famigerato “papello” che viene a confermare dopo anni quanto avevano già detto Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca. Quel Brusca macellaio e assassino senza il quale però non sapremmo nulla della strage di Capaci ne della trattativa tra mafia e stato che oggi è tornata alla ribalta con il racconto di Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito non è un pentito, ma un testimone diretto e che piaccia o non piaccia i suoi ricordi combaciano molto con quelli di boss di primo piano che hanno scelto di passare dalla parte dello Stato. Compreso Nino Giuffré grazie al quale la procura di Palermo ha letteralmente smantellato l’intera rete di protezione di Provenzano facendo giungere alla cattura non solo del capo di Cosa Nostra ma di un numero elevatissimo di fiancheggiatori, compresi l’ingegner Aiello, dominus della sanità siciliana, e persino infedeli servitori dello Stato. Ma quando il ministro Maroni snocciola i numeri del successo del governo contro l’ala militare di Cosa Nostra si dimentica sempre di sottolineare che senza i collaboratori di giustizia in questi anni si sarebbe potuto far bene poco. E assolutamente niente sul fronte delle indagini sulle stragi di mafia. Nemmeno Falcone e Borsellino avrebbero potuto infliggere a Cosa Nostra i colpi più duri della storia senza Buscetta, Contorno o Marino Mannoia. Questo non significa ovviamente che non ve ne siano di falsi e corrotti. La recente vicenda di Scarantino, smentito proprio da Spatuzza è un esempio di come si possa tentare di depistare un’intera indagine con un falso collaboratore. Del resto lo sa bene anche il senatore Dell’ Utri che secondo la prima sentenza che lo ha condannato ha cercato di comprare la testimonianza di tale Chiofalo. Sta alla magistratura poi svolgere minuziosi controlli e stando alle statistiche, in rapporto ad altri stati come gli Usa, gli errori sono stati assai limitati. E’ chiaro che a nessuno piace pensare, per esempio, che quei pochi spiragli di verità sulle stragi di cui siamo in possesso dopo 17 anni debbano venire dalla bocca di Cosa Nostra, tra pentiti e il figlio di un mafioso, ma se non fosse stato per loro non avremmo idea di quanto è accaduto tra il 1992 e il 1993, in quel biennio che ha cambiato il volto del nostro Paese. E’ il prezzo che paghiamo per aver tollerato, sottovalutato, minimizzato la capacità di evoluzione, crescita e infiltrazione del fenomeno mafioso che accompagna la storia d’Italia da 150 anni. Del resto hanno avuto più coraggio e dignità loro, seppur alcuni con la finalità di trarne qualche vantaggio, che molti dei politici, dei magistrati, degli imprenditori che sapevano e sanno e che hanno taciuto e tacciono, salvo farsi venire in mente qualche particolare dopo decenni. Del resto chi ha qualcosa da nascondere questo lo sa benissimo, e invece di proporre commissioni che si concentrino sulle collusioni tra mafia, politica e imprenditoria si accaniscono ancor di più di quanto non sia già stato fatto su uno strumento tanto difficile da gestire quanto indispensabile per sconfiggere la mafia. Quello che assieme alle intercettazioni penetra più facilmente nel muro di omertà e segretezza che protegge i boss e le loro propaggini istituzionali. E siccome alle intercettazioni ci hanno già pensato ora eccoli pronti a dare il colpo di grazia anche a pentiti e testimoni, tutti ben nascosti dietro il teatrino del 41 bis e della riapertura delle carceri di Pianosa e dell’Asinara. Il governo dell’apparenza mostra i muscoli contro boss e gregari facendo credere all’opinione pubblica che la lotta alle mafie sia solo una questione di guardie e ladri, di picciotti arroganti che di tanto in tanto cercano di infastidire qualche politico con affari allettanti. Niente di meglio per la propaganda. Usare un tema così importante come il ripristino dell’originario carcere duro, strumento comunque valido per la repressione mafiosa, per dimostrare di essere inflessibile con i “cattivi”, ma guai a chi tocca i “colletti bianchi” seduti nello scranno accanto. Un bluff che si è sgonfiato subito. E’ bastata la protesta di qualche ambientalista e la scusa del turismo. continua su ..... http://www.antimafiad... |
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Importanti novità sulla Strage di via D'Amelio
Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer di don Puglisi, riscrivono la storia della mafia stragista Gaspare Spatuzza, killer di don Pino Puglisi al soldo dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano della cosca palermitana di Brancaccio, sarà protetto ed accederà al programma provvisiorio di protezione su richiesta della procura della Repubblica di Firenze che indaga sulla strage di via Dei Georgofili del 26-27 maggio del '93. Ormai da circa dieci mesi Spatuzza collabora con i magistrati di varie procure siciliane e nazionali (quella di Palermo, Caltanissetta, Reggio Calabria, Napoli e, appunto, Firenze), e di storie da raccontare ne ha tante. I magistrati lo ascoltano con molta attenzione e pesano ogni sua parola per reputarne l'attendibilità. Ora i magistrati di Caltanissetta, Palermo, Roma e Firenze, che in questi giorni si sono riuniti a Roma convocati dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso proprio per esaminare la rilevanza delle dichiarazioni di Spatuzza, hanno deciso per la protezione provvisoria. L'assassino di don Pino Puglisi sembra attendibile. Fra le storie raccontate ai pm anche quella del mancato attentato alla "Casa di Dante", la storica sede dantesca che sorge all'inizio di viale Trastevere nella torre trecentesca degli Anguillara, che nel 1993 sarebbe stata nel mirino dei boss Graviano. Un attentato che non fu portato a termine per il "timore" di Cosa Nostra, sostiene Spatuzza, di provocare "troppi morti" perchè in quei giorni si celebrava la festa di quartiere "De noantri". Ma, tra le storie raccontate da Spatuzza una spicca più delle altre, ed è quella che rivela delle novità importanti riguardanti la strage di Via D'Amelio. L'attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta (avvenuto il 19 luglio 1992, 57 giorni dopo la strage di Capaci dove morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre degli uomini della scorta) fu realizzato con una Fiat 126 imbottita di esplosivo. Un'auto rubata, secondo le sue ammissioni d'allora e i processi costruiti anche su quelle parole, da un "malacarne" palermitano, tale Salvatore Candura, pregiudicato per reati contro il patrimonio, arrestato dalla polizia nel settembre '92 per una violenza carnale. In carcere Candura confessò quasi subito il furto dell'auto destinata a far saltare in aria Borsellino, e disse che a dargli l'incarico era stato Vincenzo Scarantino. Il quale fu arrestato, si pentì, e raccontò molti particolari sulla strage di Via D'Amelio: parlò di una riunione di boss a casa del mafioso Calascibetta e tirò in ballo gran parte della “cupola” di Cosa Nostra, compreso il capo del mandamento di Santa Maria di Gesù-Gudagna Pietro Aglieri e altri boss. Le confessioni andarono avanti a sprazzi: confermate, poi ritirate, quindi ribadite, ma ritenute attendibili dai giudici fino alle sentenze di Cassazione. Oggi però Candura, che a Scarantino faceva da "spalla", si è rimangiato tutto e dice: il furto della 126 non l'ho commesso io, fu la polizia a farmelo confessare, ma con quella storia non c'entro. Affermazione che Candura ha fatto durante un confronto con Gaspare Spatuzza che ha dichiarato di essere stato lui ad aver rubato l'auto. ![]() "Stavamo preparando tutti i documenti per chiedere la revisione del processo Borsellino bis. Lo avevamo deciso da tempo. Ora ci si è fermati in attesa di leggere le dichiarazioni dei nuovi pentiti ed in particolare di Spatuzza" dice Rosalba Di Gregorio, legale dell'ex capo mandamento Pietro Aglieri. L'avvocato De Gregorio spera di riaprire il processo, quella parte almeno che per le "rivelazioni" di Scarantino, portò alla condanna all'ergastolo di Aglieri e di altre cinque persone (Gaetano Murana, Cosimo Vernengo omonimo del presunto boss, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino e Giuseppe Urso detto "Franco"), considerate vicino al capo mandamento e condannati definitivamente, soltanto per la strage di Via D'Amelio, all'ergastolo e che, secondo le nuove rivelazioni di Spatuzza, non c'entrano nulla. continua su...... http://www.guidasicil... Edited by lucy cassini on Nov 12, 2009 8:23 AM |
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Se la giustizia diviene castale
di Domenico Gallo - Liberazione - 14 novembre 2009 Il miglior governo che abbiamo avuto negli ultimi 150 anni ci sta conducendo verso un traguardo mai raggiunto nella nostra storia nazionale. Nemmeno dal fascismo, che non si è mai sognato di agevolare la criminalità dei colletti bianchi, anche se amici del regime. Anche se corre l’anno 2009, noi stiamo vivendo una stagione politica che ci rimanda al 1984, l’anno immaginario nel quale George Orwell collocava la sua profezia nera. In 1984 il potere rovesciava i significati delle parole per far sparire le sue malefatte, al punto da chiamare ministero dell’amore la struttura che organizzava e praticava la tortura. Evidentemente si è ispirato ad Orwell, l’on. Gasparri che ha intitolato la sua legge nientemeno che: “misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’art. 111 della Costituzione e dell’art. 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo.” Il titolo lancia un messaggio accattivante di pace ed amore (al popolo bue). Non preoccupatevi cittadini italiani, il potere ha a cuore i vostri diritti, ed ha predisposto delle misure per attuare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che ci impone di assicurarvi un processo equo che deve svolgersi in un tempo ragionevole. Effettivamente è difficile immaginare una falsificazione maggiore per presentare all’opinione pubblica una disciplina che per il suo contenuto dovrebbe intitolarsi: “norme per introdurre una giustizia castale”. Questo disegno di legge, in un solo articolo (l’art. 2), riesce a trasformare il processo penale ( che fino a prova contraria è un bene pubblico, indispensabile non solo per il funzionamento della democrazia, ma per l’esistenza stessa dello Stato), in uno strumento a disposizione di una casta per neutralizzare gli effetti dannosi dell’obbligo di rispettare le leggi penali, lasciando che la legge penale dispieghi in pieno la sua geometrica potenza nei confronti dei ceti sociali più deboli, degli emarginati e dei senza diritti (i migranti in condizione di irregolarità). Questa legge ci dice che, salvo casi eccezionali, i reati dei colletti bianchi non saranno più punibili. Non perché si tratti di fatti meno dannosi per la convivenza civile rispetto ai quali si potrebbe chiudere un occhio. Al contrario nell’economia della questione criminale, i fatti più dannosi (esclusa la mafia) per la collettività sono proprio i reati dei colletti bianchi. Pensiamo al crack della Parmalat che ha comportato un danno alla famiglie italiane di 14 milioni di euro, oppure alle vicende della malasanità, come quella della clinica Santa Rita a Milano, dove si facevano operazioni chirurgiche estremamente invasive al solo scopo di lucrare i finanziamenti della Regione, oppure alle frodi per il conseguimento di erogazioni pubbliche che creano un danno enorme sottraendo risorse che dovrebbero essere destinate all’occupazione ed allo sviluppo economico. In questo modo si realizza una giustizia castale, che riflette una società castale. Al vertice c’è un ceto di privilegiati, uniti in famiglie di sangue e d’interesse per i quali non c’è legge che tenga. A costoro tutto è consentito ed è garantita per legge l’impunità, pagando solo un piccolo prezzo. Il costo degli avvocati, che piloteranno il processo sul binario morto dell’estinzione inevitabile del processo. Tutti quelli che sono fuori da questa casta di privilegiati e che normalmente compiono reati minori collegati ad una condizione di emarginazione sociale continueranno ad essere soggetti ai rigori della legge penale. E’ sbagliato, pertanto, parlare di legge ad personam. Quali che siano i motivi contingenti, quello che conta è che ci troviamo di fronte ad una disciplina che costruisce un privilegio castale, riservato ad un ceto sociale di privilegiati e porta a conseguenze estreme la politica della discriminazione consacrata nei vari pacchetti sicurezza. L’altra faccia della medaglia è il correlativo indebolimento dei beni pubblici a tutela dei quali sono poste le norme penali dribblate con il processo celere: la correttezza ed il buon andamento dell’amministrazione, l’efficienza della spesa pubblica, la salute dei cittadini garantita dal Servizio Sanitari nazionale, la correttezza nell’esercizio delle attività economiche e produttive. Così Il miglior governo che abbiamo avuto negli ultimi 150 anni ci sta conducendo verso un traguardo mai raggiunto nella nostra storia nazionale. Nemmeno dal fascismo, che non si è mai sognato di agevolare la criminalità dei colletti bianchi, anche se amici del regime. http://www.liberacitt... |
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Scarpinato: Soldi Sporchi. Come riciclare con l’aiuto dello Scudo
![]() di Roberto Scarpinato - 15 novembre 2009 Una legge a ‘maglie larghe’ che aggira le norme sulla trasparenza, va contro le direttive europee e aiuta le associazioni criminali. Roberto Scarpinato è magistrato, sostituto procuratore presso la Procura antimafia di Palermo, autore assieme a Saverio Lodato de “Il Ritorno del Principe” per le edizioni Chiarelettere. Per comprendere le falle aperte dal recente scudo fiscale nel sistema di antiriciclaggio italiano, è bene avere presente il contesto in cui viene a incidere. Sarà pù difficile rilevare possibili reati Uno dei punti cardine della legislazione antiriciclaggio è l’obbligo imposto a tutti gli intermediari finanziari e ai professionisti di segnalare le operazioni sospette all’Uif (Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia), quando si hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. La Banca d’Italia elabora, aggiornandoli continuamente, gli indici di anomalia ai quali gli operatori finanziari devono attenersi nel valutare la natura sospetta di un’operazione. Taluni indicatori vengono inseriti anche nei sistemi informatici delle banche, in modo da attivare un rilevamento automatico delle operazioni sospette. Ove necessario, la Banca d’Italia può disporre la sospensione per cinque giorni delle operazioni sospette segnalate, in modo da consentire alla magistratura, prontamente allertata, di intervenire con tempestività. L’esperienza ha dimostrato come nella prassi operativa tale sistema sia carente, soprattutto nelle regioni meridionali, a causa dell’inquietante infiltrazione della criminalità mafiosa in vari punti nel circuito bancario. In alcuni casi è stato accertato che funzionari bancari avevano omesso di segnalare le operazioni sospette, perché complici o intimiditi. In altri è stato accertato che avevano addirittura manipolato il sistema informatico di rilevazione automatica, cancellando le tracce delle operazioni segnalate. Pur con tali limiti, quando le segnalazioni sono state effettuate, si sono spesso rivelate preziose per dare corso a indagini che si sono concluse con l’arresto di numerosi criminali e la confisca di ingenti capitali illegali. In questo difficile contesto, il recente scudo fiscale ha in parte cancellato e in parte affievolito l’obbligo di segnalare le operazioni sospette, rendendo così cieco o gravemente ipovedente, il sistema di rilevamento dei possibili casi di riciclaggio. Infatti l’art. 13 bis, comma 3, del Dl n. 78 del 2009 ha disposto che non si applica l’obbligo della segnalazione delle operazioni sospette per tutti i casi i cui i capitali rimpatriati o regolarizzati derivino da una serie di reati sottostanti che vengono estinti dallo scudo fiscale: i reati tributari di omessa dichiarazione dei redditi o di dichiarazione fraudolenta e infedele. Vengono inoltre estinti una lunga serie di reati quando siano stati commessi per eseguire od occultare i reati tributari, ovvero per conseguirne il profitto: alcuni reati di falso previsti dal codice penale (articoli 482, 483, 484, 485, 489, 490, 491 bis e 492), di soppressione, distruzione e occultamento di atti veri, nonchè dei reati di false comunicazioni sociali previste dal codice civile (articoli 2621 e 2622). Capitali di origine illegale immessi nel mercato a seguito di tale normazione e del regime di invisibilità assicurato ai capitali ‘scudati’, si è venuta a determinare per il vastissimo popolo degli imprenditori collusi l’opportunità di fare rientrare dall’estero capitali sporchi dei loro soci mafiosi occulti, spacciandoli falsamente come frutto di evasione fiscale per poi immetterli nel circuito produttivo. Si è aperta anche la possibilità di impiegare nell’attività economica capitali illegali in realtà detenuti in Italia, che possono essere fatti figurare come rientrati dall’estero. A tal fine è sufficiente infatti limitarsi a inviare per via telematica una semplice dichiarazione di rientro all’agenzia delle Dogane, senza alcuna possibilità di serio controllo, o ricorrere ad altri trucchi elementari. In una fase storica quale quella attuale, nella quale le banche hanno chiuso i rubinetti del credito e migliaia di imprese operanti nella legalità sono boccheggianti, è dunque elevato il rischio che le imprese a partecipazione mafiosa, rifornite di capitali illegali freschi a costo penale zero, vengano a trovarsi in grado di sgominare la concorrenza, creando o irrobustendo indebite posizioni di oligopolio, con buona pace di tutte le prediche sulle virtù della libera concorrenza. Si è obiettato che le mafie non sarebbero interessate a fare rientrare capitali dall’estero. Ma l’obiezione non tiene conto della realtà dell’economia mafiosa nazionale, della possibilità di spacciare capitali detenuti in Italia come esteri, del riciclaggio operato in Italia dalle mafie straniere che da anni investono capitali sporchi in varie attività, nonché della concreta esperienza del precedente scudo fiscale. Per limitarci solo alla dinamiche di riciclaggio delle mafie nazionali, va infatti considerato che le imprese a partecipazione mafiosa si trovano sempre esposte al rischio di dovere spiegare, se individuate, l’origine dei loro capitali. Attraverso un’accurata analisi dei libri contabili, la magistratura può essere in grado di dimostrare che a un certo punto della vita dell’azienda sono stati immessi capitali che non trovano giustificazione nei profitti di impresa e nei redditi personali dei soci. Grazie a tale complessa e difficile attività di indagine, che si avvale spesso di perizie contabili, è stato possibile confiscare centinaia di imprese appartenenti ad imprenditori insospettabili, dotati di solida reputazione nel mercato. Avvalendosi dello scudo fiscale, l’imprenditore colluso avrà ora una duplice arma per paralizzare le indagini. In primo luogo potrà opporre lo scudo fiscale, sostenendo che i nuovi capitali, immessi nel circuito produttivo, sono frutto di evasione fiscale già sanata. In secondo luogo, ai magistrati che volessero comunque verificare, analizzando i libri contabili, se effettivamente i capitali scudati siano compatibili con i redditi di impresa e con il volume di affari, potrà opporre che ha distrutto i libri contabili e le scritture societarie continua su ......http://www.antimafiad... |
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Ex Eutelia, vigilantes contro occupanti
"Urlavano e ci minacciavano" Gli occupanti dopo il blitz dei vigilantes all´ex Eutelia: "Ma noi non ci arrendiamo" ![]() di Daniele Autieri Quando una squadra di quindici uomini, in piena notte, scardina con i piedi di porco i cancelli della sede di Agile (ex Eutelia) sulla Tiburtina, Nando è lì dentro, insieme agli altri. Romano, 55 anni, è uno dei dipendenti del gruppo che da 13 giorni occupano la società per protestare contro i 1.200 licenziamenti annunciati. «Ci hanno presi nel sonno - racconta -. Urlavano, dicevano di essere della polizia. Poi ci hanno chiesto i documenti puntandoci in faccia le torce e minacciandoci». In realtà, però, i quindici guastatori non appartengono alle forze dell´ordine, ma alla Berani Group, agenzia di sicurezza privata. E non si muovono da soli: a guidarli c´è Samuele Landi, membro di spicco della famiglia proprietaria di Eutelia ed ex ad. La passione di Landi per l´azione la raccontano i suoi dipendenti: soprannominato "Capitan Uncino", Samuele Landi è presidente e comandante in capo dello Skydive sport center Tortuga di Arezzo, e ha alle spalle 1.900 lanci col paracadute. La sua ultima azione però è finita in questura per l´intervento delle forze dell´ordine, arrivate venti minuti dopo la retata. «Cercavano lo scontro - racconta Nando - ma noi fortunatamente non abbiamo reagito fino all´irruzione della polizia. A quel punto la situazione si è calmata e Landi è stato portato in questura». I lavoratori sono rimasti lì. Il vero pericolo però non è ancora scampato e si chiama licenziamento. «Se non interviene la presidenza del Consiglio - spiega Alessandra Carnicella, che ha interrotto l´occupazione la notte precedente per tornare dal figlio malato - presto saremo in mezzo alla strada. Anche per questo siamo determinati a continuare la nostra battaglia». Sono 1.200, 284 solo a Roma, i lavoratori che rischiano a breve di essere licenziati. Sono i dipendenti di Agile, società contenitore creata da Eutelia nel maggio scorso e venduta un mese dopo per soli 96mila euro al gruppo Omega (che in un comunicato si definisce «estraneo» alla vicenda). «Siamo stati acquistati da Omega a giugno - ricorda Nando - e già da luglio hanno smesso di darci lo stipendio; 90 giorni dopo ci hanno annunciato il licenziamento». Una forma di killeraggio industriale che il 55enne romano conosce bene: è infatti uno dei lavoratori di Getronics Italia, la multinazionale con 1.500 dipendenti e 222 milioni di fatturato che Eutelia ha comprato nel 2006, incamerando immobili e una liquidità disponibile di 47 milioni. Costo dell´operazione? Un euro, quanto un caffè. http://ilsonnodellara... |
| lucy cassini | |
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Mafia è politica.
![]() Il 21 maggio 1992, due mesi prima di essere assassinato, Paolo Borsellino ha concesso al giornalista francese Fabrizio Calvi ed al regista Jean Pierre Moscardo un’intervista che ha suscitato grande clamore e scandalo. In questa video intervista parla di legami fra mafia e politica e verso la fine del documento accenna anche alla doppietta Dell’Utri/Berlusconi. Del nostro Premier si sono dette molte cose, spesso non troppo lusinghiere. Il Presidente del consiglio Silvio Berlusconi è stato accusato di tantissimi reati, citato in centinaia di procedimenti giudiziari che vanno dalla corruzione alla complicità come mafioso con Mangano. Di seguito viene riportato un estratto dell’intervista al giudice Paolo Borsellino: F: Fabrizio Calvi B: Giudice Paolo Borsellino F: <<E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?>> B: <<se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa tra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, seco do il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, “magliette” o “cavalli”. Il mangano è stato poi sottomesso a processo dibattimentale ed è stato poi condannato per questo traffico di droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa…La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado». F: <<Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia? >> B: «Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le “teste di ponte” dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta di San Valentino, NDR] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio comunque che… è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel’76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, NDR] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa…». F: <<Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?>> B: «Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone». F: <<Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?>> B: «Diceva “cavalli” e diceva “magliette”, talvolta». F: <<Perché se ricordo bene c’è nella San Valentino un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: «Mangano parla con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde affermativamente… il Mangano riferisce allora a Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche il cavallo” che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo occorrono “piccioli’ e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. Dell’Utri risponde che quello lì non “surra”, [non c’entra, NDR]) ». B: «Si, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, NDR). No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo… Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato». F: <<E Dell’Utri non c’entra in questa storia?>> B: «Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano». F: <<A Palermo?>> continua su....http://controcultura.... |
| lucy cassini | |
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Italiano? Pizza mandolino e Berlusconi mafioso
Tutti i più grandi giornali del mondo, dal The Times a El Mundo, da Liberation a Le Figaro, dal Guardian a le Monde passando per l’Economist e il Wall Street Journal, il Los Angeles Times, il New York Times, il Telegraph e l’Independent etc etc., non da oggi, ma da anni, spendono editoriali per spiegare ai loro increduli lettori come l’uomo più ricco d’Italia, un corruttore , tessera 1816 della p2, condannato per falsa testimonianza, con conclamati legami con la mafia, (lasciamo perdere il Silvio porco e puttaniere secondo uno dei suoi ex-migliori amici) riesca a mantenere il suo dominio politico ed economico controllando di fatto tutti i maggiori media di massa. Da più di un anno sono esule dall’Italia, eppure non pensiate che non so cosa mi attende, in tutto questo tempo ho incrociato una moltitudine di forestieri, cooperanti, giornalisti, politici e attivisti da tutto il pianeta che mi hanno sempre fatto sprofondare nella vergogna dovendo ammettere di provenire da un paese così scandalosamente governato. Non c’è alcun bisogno cari amici che mi scrivete per prepararmi al rientro, so benissimo che siamo il paese zimbello dell’Europa, ci ride dietro tutto il mondo, a Berlino parlano pure le entrate dei locali: . a Berlino ci prendono per il culo così . ![]() tutte le figure di merda di berlusconi Una buona notizia dal malconcio Stivale è che il Lodo Alfano è stato dichiarato anticostituzionale. Così Di Pietro (Idv): «Spero che da oggi, alla luce della decisione della Consulta il presidente del Consiglio la smetta di fare leggi a proprio uso e consumo, si dimetta dall’incarico e vada a fare quello che da 15 anni si ostina a non voler fare: l’imputato.“ I nostri nonni l’hanno scritta davvero perbino la Costituzione. Evidentemente preveggenti sapevano in anticipo di 50 anni della ricomparsa sulla scena politica di un duce bonsai. Berlusconi dovrà difendersi davanti ai giudici come un qualsiasi altro cittadino, col beneficio di permettersi i migliori azzeccagarbugli sulla piazza, fra l’altro molti dei quali stipendiati da noi, essendo parlamentari del suo partito monarchico. Io non vedo il problema, se Berlusconi ritiene di essere innocente avrà modo di dimostrarlo in tribunale. Dato che davanti ai giudici non è mai voluto andarci, qualche dubbio sulla sua innocenza è però lecito… Specie dopo che il corrotto, David Mills, è stato condannato, e il corruttore, il presidente del consiglio, finora non è stato possibile processarlo. Vik da Berlino. continua suhttp://solleviamoci.w... |