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| Fabrizio Frosini | |
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La Stampa online , 4/7/2009 (9:28)
Il Pdl ha un piano "B" sul Lodo Alfano Correzioni se la Consulta dice "no" ROMA La capacità del premier di complicarsi la vita stupisce persino chi gli sta intorno. Quella cena dal giudice Mazzella, ad esempio: vero che è suo amico di vecchia data, vero che per due anni gli ha fatto da ministro, vero che «rifiutare l’invito sarebbe stato un’ipocrisia». Ma dopo lo scivolone, e l’imbarazzo generale, ora la guardia pretoria del Cavaliere deve fare i conti con un problema in più. La sentenza della Consulta sul Lodo Alfano cessa di essere una formalità. Si prevede dura battaglia di qui al 6 ottobre prossimo, quando la pratica verrà istruita. E tra le menti giuridiche berlusconiane si fa strada l’ipotesi (mai presa in considerazione) che qualcosa possa andare storto. Il «Piano B», insomma. Ovvero la soluzione d’emergenza cui fare ricorso qualora la Corte rifiuti di mettere timbro e ceralacca. Se ne sta ragionando. Fermo restando, sia chiaro, che il «target» è proprio una sentenza di totale rigetto delle eccezioni di costituzionalità. L’avvocato Ghedini andrà a perorare questa tesi personalmente. Lui confida di sentirsi «fiducioso» sebbene «raramente», si sfoga il capogruppo Cicchitto, «è stata fatta da sinistra un’operazione così smaccata per condizionare le decisioni della Corte». Mai come in queste ore, specularmente, si sono udite a destra tali e tante espressioni di riguardo nei confronti dei giudici costituzionali, dei quali vengono lodati equilibrio, sapienza, autonomia di giudizio... Però, sotto sotto, si valutano le subordinate. La più gettonata prevede che la Corte accetti l’impianto del Lodo Alfano, dunque lo «scudo» per le quattro più alte cariche della Repubblica (in pratica per Berlusconi). E che tuttavia la Corte trovi da obiettare su questo o quel comma della legge, abrogandola parzialmente. Nel quartier generale Pdl, una mutilazione verrebbe accolta senza particolari tragedie, a questo punto quasi con sollievo. Il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Vizzini, fa notare: «Per approvare il Lodo nei due rami del Parlamento ci vollero un paio di settimane. Casomai ce ne fosse bisogno, e non lo credo, ne basterebbero altrettante per introdurre le eventuali correzioni». Per di più, stavolta, con l’«imprimatur» della Consulta. Poi c’è l’ipotesi «più disgraziata»: che la Corte bocci il Lodo nella sua veste di legge ordinaria. Questo davvero sarebbe un incubo per Berlusconi. Promuovere il Lodo a legge costituzionale richiederebbe due passaggi alla Camera e altrettanti in Senato, senza escludere che qualcuno inneschi un referendum confermativo. In pratica, almeno un anno di tensioni politiche, di fiatone parlamentare, di fibrillazioni giudiziarie. Perché è chiaro che, senza «scudo» contro i processi, il Cavaliere sarebbe più vulnerabile, qualche procura si sentirebbe invogliata a prendere nuove iniziative... Quagliariello, vicepresidente dei senatori Pdl, rifiuta previsioni. «Le sentenze si commentano quando sono pubbliche», mette le mani avanti, ma aggiunge: «Siamo dinanzi a una strategia politica dell’opposizione tutta volta ad ammaccare il più possibile Berlusconi, fino a renderlo irriconoscibile». La risposta del Pdl sarebbe quella, ovvia, di rimboccarsi le maniche. Una corsa contro il tempo nelle aule parlamentari. Ma non solo. Verrebbero sfoderate tutte le artiglierie: «À la guerre comme à la guerre». La bocciatura della Corte sarebbe denunciata come un’auto-smentita figlia delle pressioni politiche violente di Di Pietro (nel 2004 la Consulta aveva escluso che per il Lodo fosse necessaria una legge costituzionale), ma soprattutto come una sconfessione di Giorgio Napolitano. Il Presidente della Repubblica per ben due volte, e a distanza di mesi l’una dall’altra, si è fatto garante del Lodo. Addirittura (tengono nota ai vertici del Pdl) ha pubblicamente fatto sapere tramite il suo portavoce che il testo licenziato dal Parlamento risulta migliore di quello presentato dal governo. «Finiremmo nel baratro della crisi istituzionale»: è la cupa previsione, che sembra già una minaccia. UGO MAGRI |
| Fabrizio Frosini | |
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La Repubblica
arriva lo stop di Napolitano Il capo dello Stato convoca Alfano al Quirinale: senza modifiche niente firma Il presidente preoccupato per i rischi di incostituzionalità. Esclusa la fiducia ROMA - Irragionevole, incostituzionale, gravemente dannosa per le indagini, foriera di scontri con una stampa già pronta allo sciopero del 13 luglio. La legge sulle intercettazioni, così com'è, non va. Napolitano poteva rinviarla alle Camere e dare uno schiaffo a Berlusconi. Ma fedele al motto che "gli strappi tra le istituzioni vanno sempre evitati" (almeno fin dove è possibile), il capo dello Stato l'ha fermata prima del suo ultimo passaggio al Senato. Con un governo pronto a mettere la fiducia come aveva fatto alla Camera. Dopo un anno di ininterrotta moral suasion, dopo aver messo in allerta Fini e Schifani, il presidente della Repubblica ha compiuto il passo definitivo, ha chiamato al Quirinale il Guardasigilli Alfano. Che arriva lesto lesto. Poco meno di un'ora di colloquio, accanto i suoi esperti giuridici, un esordio che non consente spiragli di trattativa: "Sono molto preoccupato e turbato per la tensione che si sta creando nel mondo della giustizia e della stampa su questa legge. I miei consiglieri mi spiegano che se dovesse passare così al Senato i vizi di palese incostituzionalità mi costringerebbero a fare un passo che di certo non vi sarebbe gradito". Il ministro della Giustizia, che si è sempre mostrato rispettoso del Colle, non tenta neppure una difesa. Alla fin fine sa che al premier questa legge non è mai piaciuta perché lui ne avrebbe voluta una molto più dura, con gli ascolti autorizzati solo per mafia e terrorismo. Nel rinviarla, soprattutto in ore in cui, per le voci su procure in azione, non vuole scontri con toghe, polizie, servizi, non soffrirà troppo. Napolitano prosegue: "È vero che avete intenzione di mettere la fiducia?". Alfano si allarga in uno dei suoi sorrisi da bravo ragazzo: "Assolutamente no, presidente, il governo non pensa di farlo. Tutt'altro. Il testo non è blindato, siamo pronti a far tesoro del lavoro della commissione Giustizia. Certo, dopo che è rimasto un anno alla Camera, ci auguriamo che non succeda lo stesso al Senato". Il ghiaccio è rotto, si può pure ragionare dei dettagli e mettere sul tavolo i palesi dubbi di costituzionalità. Non uno, ma numerosi. A cominciare da quella che il Quirinale considera una pessima, irragionevole, incostituzionale, norma transitoria, forse la buccia di banana più platealmente inaccettabile su cui scivola il ddl. "Le disposizioni della presente legge non si applicano ai procedimenti pendenti alla data della sua entrata in vigore". Doveva servire, è servita, per far dire all'avvocato del premier Niccolò Ghedini (e ora anche presidente della Consulta del Pdl sulla giustizia, sempre per tenere ben vivo il conflitto d'interessi) che "questa non è una legge ad personam, visto che non si applica ai processi in corso". E in effetti è così, ma con il rischio di un tal guazzabuglio tra chi godrà di norme più favorevoli e chi no, di giornalisti in galera e altri fuori, di intercettazioni pubblicate ed altre censurate, che l'incostituzionalità è manifesta. Dunque la norma va cambiata. Ma non solo. Il Colle punta il dito sugli "evidenti indizi di colpevolezza" necessari per ottenere un ascolto. Che ne sarà delle indagini contro gli ignoti (autori anche di omicidi), di quelle sui reati che poi portano a scoprire la mafia (usura, racket, rapine e tanti altri)? Giusto nelle stesse ore in cui Alfano è seduto di fronte a Napolitano, al Csm protestano i più noti procuratori antimafia. Alle orecchie di Alfano risuonano le tante insistenze di Giulia Bongiorno, la presidente della commissione Giustizia della Camera e alter ego di Fini per la giustizia, che si è battuta nella sua maggioranza per "limitare i danni". Ma anche lei, di fronte ai falchi ghediniani e alfaniani che insistevano, ha dovuto piegare la testa sugli "evidenti indizi di colpevolezza" che adesso diventeranno "evidenti indizi di reato". E infine il capitolo sulla stampa, dal carcere (fino a un anno) per i giornalisti che pubblicano intercettazioni da distruggere e che fanno protestare anche il Garante della privacy Pizzetti, alle supermulte contro gli editori, ai testi delle telefonate che non si potranno pubblicare neppure per riassunto, creando così una marchiana e irragionevole differenza tra una prova, gli ascolti, e un'altra, una lettera, un verbale d'interrogatorio che invece, quelli sì per riassunto, potranno essere pubblicati. Non prende appunti Alfano, ma il terremoto che si abbatte sul suo ddl è intensissimo. Non di modifiche formali si tratta, ma di cambiamenti sostanziali. A Napolitano non era affatto piaciuto il grido dell'Anm, "sarà la morte della giustizia", ma i suoi rilievi sono la riprova che la legge stoppa indagini e cronaca giudiziaria. Il Guardasigilli se ne va tranquillizzando il presidente: "Non abbiamo fretta, seguiremo i lavori del Senato". Alfano sa che Berlusconi non vuole spingere l'acceleratore sulla giustizia. La decisione della Consulta sul lodo Alfano è alle viste, le procure incombono, il premier continua ad avere il dubbio che il Bari-gate sia esploso a ridosso del voto della Camera giusto sulle intercettazioni. Questo ddl e la famosa riforma costituzionale della giustizia possono aspettare. Alfano l'ha detto al presidente preoccupato di uno scontro estivo con le toghe: "I prossimi consigli dei ministri saranno dedicati all'economia. Io sono soddisfatto del mio lavoro. Domani (oggi, ndr.) entra in vigore la riforma del processo civile, in cui ho profondamente creduto ed è legge la sicurezza con le norme antimafia più forti da quando è morto Falcone. Che senso avrebbe una riforma costituzionale a metà luglio?". C'è tempo. Magari quando si saprà se la Consulta conferma o boccia il lodo Alfano. LIANA MILELLA (4 luglio 2009) |
| Fabrizio Frosini | |
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L'Espresso |
| Fabrizio Frosini | |
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![]() Anche dopo la "discesa in campo". E' stata trovata tra le carte di Vito Ciancimino. |
| Fabrizio Frosini | |
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![]() Il Corriere «Il messaggio a Berlusconi con le minacce? Era di Provenzano» «Ho ricevuto personalmente il biglietto in una villetta di Pino Lipari» processo dell'Utri - i giudici si sono riservati di accogliere la documentazione PALERMO - I giudici della corte d'appello che stanno processando il senatore Marcello Dell'Utri (Pdl), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa (in primo grado è stato condannato a 9 anni di reclusione), si sono riservati di accogliere la documentazione prodotta dalla procura generale. Si tratta di due verbali di interrogatorio di Massimo Ciancimino e di una lettera sequestrata nel 2005, fra le carte di Vito Ciancimino, in cui Bernardo Provenzano avrebbe avanzato richieste destinate - secondo quanto affermato dal figlio di Vito Ciancimino - a Silvio Berlusconi. I giudici scioglieranno la riserva il 17 settembre. IL MESSAGGIO - Il messaggio cui fa riferimento Ciancimino è quello trovato scritto in una lettera sequestrata nel 2005 tra le carte di Vito Ciancimino, e scoperta solo adesso dai pm della procura di Palermo. Nella missiva si fa riferimento «all'onorevole Berlusconi» e a una minaccia che gli sarebbe stata rivolta nel caso in cui non avesse metto a disposizione una delle sue reti televisive. Nel messaggio, vergato a mano, si fa anche riferimento a un «contributo» politico che l'autore della missiva avrebbe dato. Secondo quanto sostiene Massimo Ciancimino, la lettera gli sarebbe stata consegnata da Pino Lipari, uomo di fiducia di Provenzano. Il messaggio, secondo quanto racconta il figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia e poi morto, lo avrebbe ricevuto nella villa a San Vito Lo Capo di proprietà di Lipari, e in quella occasione sarebbe stato presente anche Provenzano. Massimo Ciancimino non ricorda con precisione la data in cui avvenne la consegna (il periodo della consegna del «pizzino» sarebbe però successivo all'arresto di Vito Ciancimino, cioè al 23 dicembre 1992). Ma sottolinea invece che il messaggio era completo, cioè non era tagliato nella prima parte così com'è stato trovato dai carabinieri durante una perquisizione. Il foglio di carta, infatti, è strappato a metà e in questo modo i pm lo hanno mostrato a Ciancimino. Questo particolare ha fatto preoccupare il dichiarante, il quale ha detto ai pm che questo fatto lo ha colto alla sprovvista e sostiene che si tratta di una vicenda «più grande di me». Infine, secondo Ciancimino, vi sarebbero altre due lettere che Provenzano avrebbe inviato a Berlusconi attraverso Ciancimino e poi Dell'Utri, di cui però ancora non vi è traccia. 10 luglio 2009 |
| Fabrizio Frosini | |
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Micromega
un eroe della giustizia Guido Salvini A 30 anni da quell’11 luglio 1979 nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia, con il Sindaco, il Presidente del Tribunale e il Presidente dell’Ordine degli Avvocati, è stato per la prima volta ricordato solennemente Giorgio Ambrosoli, un uomo che Milano non deve dimenticare. E’ un tributo che gli era dovuto perché quando fu ucciso sotto casa da un sicario, il Prefetto e le istituzioni della Repubblica furono assenti e ai funerali gli furono accanto solo alcuni colleghi e i magistrati con cui aveva lavorato. Eppure per 5 anni l’avv. Ambrosoli, nominato liquidatore delle banche di Sindona e dei suoi affari sporchi, aveva sentito questo incarico come un dovere verso lo Stato e aveva mantenuto questo suo impegno, impedendo con le sue relazioni e le sue iniziative, nonostante le minacce ricevute, che si realizzasse il progetto degli amici di Sindona volto a far pagare alla collettività come in una sorta di condono gli ingenti scoperti di queste banche del malaffare. Due cose di lui vanno ricordate. Ambrosoli in questa lotta che sembrava impari, non fu un “eroe per caso”, sapeva che sarebbe bastato un piccolo compromesso con il progetto di salvataggio di Sindona, un benestare, una firma, voltare anche solo un po’ la testa dall’altra parte, per allontanare da sè stesso il pericolo. Ma il suo rigore morale lo portò a concludere il compito che lo Stato gli aveva affidato. Inoltre è giusto ma anche riduttivo ricordare Ambrosoli come vittima solo della mafia. Certo mafioso era il killer assoldato che gli sparò ma, se pur si era legato alla mafia, Sindona negli anni ’70 era sopratutto il più potente banchiere privato e il massimo esponente della cosiddetta “finanza cattolica”, elogiato in ambienti governativi come “salvatore della lira” e del risparmio, amico di illustri professori universitari, gradito ai Palazzi del potere a Roma. Anche per questo Ambrosoli fu lasciato solo e il suo impegno fu in qualche modo precursore di Mani Pulite. Il lavoro di Ambrosoli, esperto in tecniche bancarie e societarie, fu anche precursore, con la sua collaborazione con i giudici di New York che indagavano sul fallimento delle banche di Sindona negli USA, di un approccio globale alle malefatte di una finanza senza etica, lo stesso approccio che ha consentito di far venire alla luce casi come Parmalat e i grandi scandali finanziari statunitensi. Quella finanza e quella politica cui occorrerebbero, secondo le parole del Papa nella recente enciclica Caritas in Veritate, questa volta apprezzate da tutti, “uomini retti sinceramente attenti al bene comune”, uomini che nell’Italia del “cattolico” Sindona purtroppo mancarono sia nella finanza sia, con le sue omissioni, nella politica. Ambrosoli, un tranquillo avvocato civilista, fece in quell’epoca, per usare le parole del figlio Umberto, “semplicemente ciò che nella sua coscienza sentiva di dover fare”. Una scelta che lo colloca tra i Giusti del nostro paese. (12 luglio 2009) |
| Fabrizio Frosini | |
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La Repubblica
caccia ad un agente segreto sfregiato Ripartono le indagini sulle stragi di mafia Sullo sfondo dell'intrigo gli 007: uno di loro era presente in parecchi luoghi dove esplosero le bombe CALTANISSETTA - Nessuno conosce il suo nome. Tutti dicono però che ha "una faccia da mostro" : è un agente dei servizi di sicurezza. Lo cercano per scoprire cosa c'entra lui e cosa c'entrano altri uomini degli apparati dello Stato nelle stragi e nei delitti eccellenti di Palermo. Diciassette anni dopo si sta riscrivendo la storia degli attentati mafiosi che hanno fatto tremare l'Italia. Ci sono testimoni che parlano di altri mandanti, ci sono indizi che portano alla ragionevole convinzione che non sia stata solo la mafia a uccidere Falcone e Borsellino o a mettere bombe. - É stata ufficialmente riaperta l'inchiesta su via Mariano D'Amelio. - É stata ufficialmente riaperta l'inchiesta su Capaci. - É stata ufficialmente riaperta anche l'inchiesta sull'Addaura, su quei cinquantotto candelotti di dinamite piazzati nel giugno dell'89 nella scogliera davanti alla casa di Giovanni Falcone. Una trama. Una sorta di "strategia della tensione" - questa l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta titolari delle inchieste sulle stragi palermitane - che parte dagli anni precedenti all'estate del 1992 e finisce con i morti dei Georgofili a Firenze e quegli altri di via Palestro a Milano. Gli elementi raccolti in questi ultimi mesi fanno prendere forma a una vicenda che non è circoscritta solo e soltanto a Totò Riina e ai suoi Corleonesi, tutti condannati all'ergastolo come esecutori e mandanti di quelle stragi. C'è qualcosa di molto più contorto e di oscuro, ci sono ricorrenti "presenze" - indagine dopo indagine - di agenti segreti sempre a contatto con i boss palermitani. Tutti a scambiarsi di volta in volta informazioni e favori, tutti insieme sui luoghi di una strage o di un omicidio, tutti a proteggersi gli uni con gli altri come in un patto di sangue. I procuratori di Caltanissetta - sono cinque che indagano, il capo Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, i sostituti Nicolò Marino e Stefano Luciani - hanno già ascoltato Vincenzo Scotti (ministro degli Interni fra il 1990 e il 1992) e l'allora presidente del Consiglio (dal giugno 1992 all'aprile 1993) Giuliano Amato per avere anche informazioni che nessuno aveva mai cercato. Su alcuni 007. Primo fra tutti quell'agente con la "faccia da mostro". É uno dei protagonisti dell'intrigo. Un'ombra, una figura sempre vicino e intorno a tanti episodi di sangue. Il suo nome è ancora sconosciuto, di lui sa soltanto che ha un viso deformato. In tanti ne hanno parlato, ma nonostante quella malformazione - segno evidente per un facile riconoscimento - nessuno l'ha mai identificato. Chi è? Gli stanno dando la caccia. Sembra l'uomo chiave di molti misteri palermitani. Il primo: l'attentato del 21 giugno del 1989 all'Addaura. C'è la testimonianza di una donna che ha visto quell'uomo "con quella faccia così brutta" vicino alla villa del giudice Falcone, poco prima che qualcuno piazzasse una borsa sugli scogli con dentro la dinamite. Qualcuno? Sull'Addaura c'è a verbale anche il racconto di Angelo Fontana, un pentito della "famiglia" dell'Acquasanta, cioè quella che comanda in quel territorio. Fontana rivela in sostanza che i mafiosi dell'Acquasanta quel giorno si limitarono a "sorvegliare" la zona mentre su un gommone - e a bordo non c'erano i mafiosi dell'Acquasanta - stavano portando i cinquantotto candelotti sugli scogli di fronte alla casa di Falcone. Un piccolo "malacarne" della borgata - tale Francesco Paolo Gaeta - assistette casualmente alle "operazioni". Fu ucciso a colpi di pistola qualche tempo dopo: il caso fu archiviato come un regolamento di conti fra spacciatori. Dopo il fallito attentato, a Palermo fecero circolare le solite voci infami: "É stato Falcone a mettersi da solo l'esplosivo". Il giudice, molto turbato, disse soltanto: "Sono state menti raffinatissime". Già allora, lo stesso Falcone aveva il sospetto che qualcuno, dentro gli apparati, volesse ucciderlo. Ma l'uomo con "la faccia da mostro" fu avvistato anche in un altro angolo di Palermo, un paio di mesi dopo. Un'altra testimonianza. Confidò il mafioso Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio: "Noi sapevamo che c'era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino". Nino Agostino, ufficialmente agente del commissariato San Lorenzo ma in realtà "cacciatore" di latitanti, fu ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989. Mai scoperti i suoi assassini. Come non scoprirono mai come un amico di Agostino, il collaboratore del Sisde Emanuele Piazza (anche lui cacciatore di latitanti) fu strangolato dai boss di San Lorenzo. Una soffiata, probabilmente. Il confidente Ilardo ha parlato anche di lui. E poi ha raccontato: "Io non so per quale ragione i servizi segreti partecipavano a queste azioni... forse per coprire determinati uomini politici che avevano interesse a coprire determinati fatti che erano successi, mettendo fuori gioco magistrati o altri uomini politici che volevano far scoprire tutte queste magagne". Un'altra testimonianza ancora viene da Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto ucciso: "Poco prima dell'omicidio di mio figlio vennero a casa mia a Villagrazia di Carini due uomini che si presentarono come colleghi di Nino, uno aveva un viso orribile...". (continua %) |
| Fabrizio Frosini | |
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La Repubblica L'ultimo a parlare dell'agente segreto con "la faccia da mostro" è stato Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni '70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell'uomo era in contatto con suo padre da anni. Fino alla famosa "trattativa", fino a quell'accordo che Totò Riina voleva raggiungere con lo Stato italiano per "fermare le stragi". Un baratto. Basta bombe se aboliscono il carcere duro e cancellano la legge sui pentiti, basta bombe se salvano patrimoni mafiosi e magari decidono la revisione del maxi processo. Ma Massimo Ciancimino non ha rivelato solo gli incontri di suo padre con l'agente dal viso sfigurato. Ha parlato anche di un certo "signor Franco" e di un certo "Carlo". Forse non sono due uomini ma uno solo: un altro agente dei servizi. Uno con il quale il vecchio don Vito aveva un'intensità di rapporti lontana nel tempo. "Fu lui - sono parole di Ciancimino jr - a garantire mio padre, rassicurandolo che dietro le trattattive, inizialmente avviate dal colonnello dei carabinieri Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, c'era un personaggio politico". Di questo "signor Franco" o "Carlo", Massimo Ciancimino ha fornito ai procuratori indicazioni precise. E anche un'agenda del padre con i loro riferimenti telefonici. Un ultimo capitolo di questi intrecci fra mafia e apparati è affiorato dalle ultime indagini sull'uccisione di Paolo Borsellino. Un pentito (Gaspare Spatuzza) ha smentito il pentito (Vincenzo Scarantino) che 17 anni fa si era autoaccusato di avere portato in via D'Amelio l'autobomba che ha ucciso il procuratore e cinque poliziotti della sua scorta. "Sono stato io, non lui", ha spiegato Spatuzza, confermando comunque in ogni dettaglio la dinamica dei fatti e svelando che Falcone - prima di Capaci - sarebbe dovuto morire a Roma in un agguato. Le armi, fucili e pistole, a Roma le aveva portate lui stesso. Dopo un anno di indagini i magistrati di Caltanissetta hanno accertato che Gaspare Spatuzza ha detto il vero e Vincenzo Scarantino aveva mentito. Si era inventato tutto. Qualcuno lo aveva "imbeccato". Chi? "Qualcuno gli ha messo in bocca quelle cose per allontanare sospetti su altri mandanti non mafiosi", risponde oggi chi indaga sulla strage. Un depistaggio con frammenti di verità. Agenti segreti e scorrerie in Sicilia. Poliziotti caduti, omicidi di inspiegabile matrice. Boss e spie che camminano a braccetto. Attentati, uno dopo l'altro: prima Falcone e cinquantaquattro giorni dopo Borsellino. Una cosa fuori da ogni logica mafiosa. La tragedia di Palermo non sembra più solo il romanzo nero di Totò Riina e dei suoi Corleonesi. (17 luglio 2009) |
| Fabrizio Frosini | |
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La Repubblica
Dalla sede degli 007 alle frasi di un pentito. E spunta anche la versione di Genchi Mafia e servizi, telefonate e carte sparite ecco gli indizi nelle inchieste CALTANISSETTA - C'è puzza di spie in ogni strage siciliana. Misteri di mafia e misteri di Stato. Chiamate fatte da boss e dirette a uffici dei servizi segreti, biglietti con numeri telefonici intestati a capi degli apparati di sicurezza trovati sulla scena del crimine, esperti in bonifica ambientale in contatto con sospetti attentatori. E ancora: agende sparite (quella rossa di Paolo Borsellino), depistaggi, pentiti fasulli o pilotati. Dalle indagini sui massacri avvenuti in Sicilia fra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 stanno affiorando complicità e patti, intrecci, una rete di "interessi convergenti". I procuratori di Caltanissetta hanno riaperto tutte le inchieste sulle stragi ripescando vecchi fascicoli e interrogando nuovi testimoni, ripercorrendo piste frettolosamente abbandonate, scoprendo indizi che si orientano verso quelli che vengono chiamati "i mandanti occulti" o i "soggetti esterni" a Cosa Nostra. Uno degli ultimi personaggi ascoltati dai magistrati è stato Gioacchino Genchi, uno dei protagonisti del "caso De Magistris" a Catanzaro, il consulente che 17 anni fa era con il questore Arnaldo La Barbera alla guida del "Gruppo Falcone Borsellino", il pool di investigatori che indagò fin dall'inizio sulle stragi. Gioacchino Genchi ha parlato per un giorno intero, il 16 aprile scorso. E alla fine ha indicato una traccia: "Dovete scoprire chi c'era il 19 luglio del 1992 a Villa Igiea perché lì dentro c'era la regia...". A Villa Igiea, lo splendido albergo voluto dai Florio sul mare di Palermo, quel pomeriggio c'era - secondo Genchi - un ospite speciale che avrebbe praticamente "guidato" le operazioni per l'uccisione di Borsellino. Il consulente ha ricostruito il "movimento" telefonico nei minuti che hanno preceduto l'attentato. Ha accertato che dal cellulare clonato di un'ignara donna napoletana, A. N., sono partite prima alcune chiamate a mafiosi di Villagrazia di Carini (il luogo dove Borsellino quel pomeriggio è partito con la sua scorta), poi alcune chiamate a mafiosi di Palermo e infine - proprio quando l'autobomba è esplosa - l'ultima chiamata a Villa Igiea. Chi c'era dentro il lussuoso hotel? Chi era l'ospite innominabile che probabilmente i procuratori di Caltanissetta stanno cercando? Un testimone che sarà interrogato nei prossimi giorni sarà il pentito Francesco Di Carlo, nei primi anni '90 rinchiuso in un carcere londinese dove ricevette una visita di quattro uomini. "Tre erano stranieri e uno italiano", ha risposto qualche anno fa al pubblico ministero Luca Tescaroli. Quattro 007. Il pentito Di Carlo non ha mai voluto fare il nome dell'agente segreto, però ha raccontato che gli 007 gli chiesero una sorta di "consiglio" su come ammazzare Falcone e Borsellino che tanto stavano dando fastidio a Cosa Nostra e ai suoi traffici. Lo stesso Totò Riina, usò per proprio tornaconto in un'udienza queste rivelazioni di Francesco Di Carlo: "Io con le stragi del 1993 non c'entro niente, chiedetelo a Di Carlo: era lui in contatto con i servizi segreti non io". Mafia e servizi, ci sono impronte dappertutto. Di chi era quel numero di telefono trovato sul bigliettino di carta recuperato a qualche metro da dove Giovanni Brusca fece esplodere l'autostrada a Capaci? Era di L. N., il capo del Sisde a Palermo. "Era un appunto sulla riparazione di un cellulare Nec P 300 che qualcuno dei miei uomini deve avere perso durante il sopralluogo", ha risposto L. N. Fine della deposizione e fine delle indagini. C'è solo un particolare da ricordare: cellulari di quel tipo - Nec P 300 - sono stati trovati qualche tempo dopo nel covo di via Ughetti, la casa dove si nascondevano i macellai di Capaci e parlavano - ascoltati dalle microspie - "dell'attentatuni" che avevano preparato. A chi erano indirizzate le telefonate di Gaetano Scotto - mafioso dell'Acquasanta, imputato dell'inchiesta sull'uccisione del procuratore - poco prima della strage di via D'Amelio? Al castello Utvegio, una costruzione degli Anni Venti che domina Palermo da Montepellegrino. Lì erano acquartierati alcuni "irregolari" del Sisde, i superstiti di quel carrozzone sfasciato che era l'Alto Commissariato antimafia. Spie. E che lavoro facevano quei due fratelli di Catania, indagati l'anno scorso per la strage Falcone insieme a un noto imprenditore palermitano, che avevano a che fare con telecomandi a media e a lunga distanza? Avevano l'appalto per bonificare alcune "case" dei servizi segreti. Coincidenze, tutte coincidenze che ora i procuratori di Caltanissetta stanno mettendo in fila e risistemando in un "quadro". Forse in passato ci sono state "carenze investigative". O forse c'è sempre stato qualcuno che non voleva spingersi oltre Totò Riina e i suoi Corleonesi. dai nostri inviati ATTILIO BOLZONI FRANCESCO VIVIANO (18 luglio 2009) |
| Fabrizio Frosini | |
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Per un 17° anniversario di verità e giustizia Tutte le iniziative organizzate dal Comitato cittadino antimafia "19 luglio 2009" a Palermo Scarica la locandina www.19luglio1992.com www.antimafiaduemila.it |