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Amici di Grillo, Travaglio e De Magistris - Meetup EMPOLI Message Board › http://photos4.meetupstatic.com/photos/event/4/2/b/0/highres_3017072.jp
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog toghe : sabato 9 maggio 2009
Riportiamo un comunicato emesso da Magistratura Indipendente, una delle correnti dell’A.N.M., sul “caso Forleo”. Il T.A.R. Lazio ha annullato il trasferimento d’ufficio del GIP Forleo, deliberato dal C.S.M. lo scorso luglio a maggioranza “bulgara” con il solo voto contrario dei tre Consiglieri di Magistratura Indipendente e l’astensione del Procuratore Generale. La vicenda riveste grandissima importanza su un piano generale. Era la prima – e sinora unica – applicazione da parte dell’attuale C.S.M. dell’art. 2 L.G. dopo la riforma dell’ordinamento giudiziario. Era il primo – e sinora unico – trasferimento d’ufficio conseguente a dichiarazioni di un magistrato rilasciate a organi di stampa e televisione. Era il primo – e sinora unico – caso di trasferimento d’ufficio scaturito da una pratica aperta dal C.S.M. a tutela di quello stesso magistrato poi rimosso dal suo ufficio. Il T.A.R. Lazio ha scritto testualmente che il provvedimento del C.S.M. “si pone al di fuori del parametro normativo e risulta quindi adottato in violazione del principio di legalità e tipicità degli atti amministrativi”. Ha poi censurato l’assenza di una motivazione adeguata circa la dichiarata incapacità sopravvenuta del GIP Forleo di continuare a svolgere le sue funzionai a Milano in piena autonomia e indipendenza. Infine, il T.A.R. Lazio ha definito “illegittima l’azione amministrativa” del C.S.M. anche per essersi esso sottratto al dovere di rispondere nel merito ad una richiesta di ricusazione nei confronti del vice presidente della prima commissione che aveva – prima ancora della formale apertura della procedura ex art. 2 – pubblicamente anticipato gli orientamenti della commissione, nonché il suo personale giudizio fortemente contrario sul magistrato. Non servono altre parole per dimostrare che la G.E.C. [Giunta Esecutiva Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati] aveva il dovere di esprimere sulla vicenda la posizione della maggioranza al Governo dell’A.N.M., ovviamente sui profili di carattere generale messi in luce da questo caso. Quando sono sul tappeto questioni essenziali come il rispetto dovuto anche dal C.S.M. a regole fissate dalla legge, oppure la tutela per ogni magistrato della garanzia di autonomia e indipendenza anche nei confronti del C.S.M. e non solo di soggetti istituzionali esterni, una giunta non può scegliere il silenzio. A maggior ragione, una giunta come l’attuale che, diligentemente supportata dal novello Ufficio Stampa creato al suo esclusivo servizio, esterna con molta frequenza. Le notizie ed i commenti sull’annullamento da parte del T.A.R. Lazio hanno avuto ampia eco su giornali e televisioni sin dal 30 aprile u.s.. Ci aspettavamo che la G.E.C. intervenisse in qualche modo nel dibattito ma evidentemente essa ha scelto il silenzio: scelta politicamente grave. Scelta che induce, per trovarne possibili motivazioni, a domande certo maliziose ma legittime. Ha influito sul silenzio della G.E.C. la notoria non appartenenza del GIP Forleo a nessun gruppo associativo, anzi una reiterata manifestazione di sfiducia del magistrato sull’attività della nostra associazione nazionale? Ha influito un imbarazzo per la G.E.C. derivante da una votazione al C.S.M. che aveva visto i soli componenti di Magistratura Indipendente segnalare quell’illegittimità dell’azione amministrativa ora proclamata con parole perentorie da un Tribunale dello Stato? Attendiamo sul punto delle risposte, non per intenti di polemica, ma per il desiderio di comprendere come sia possibile che il Governo dell’Associazione non sia intervenuto su questioni così rilevanti, che attengono alla garanzia dell’inamovibilità dei magistrati. E’ difficile francamente pensare a questioni più importanti di questa. Dobbiamo al tempo stesso però ammettere, per amor di verità, che il silenzio nella circostanza della G.E.C. non sorprende completamente chi, come noi di Magistratura Indipendente, da tempo denunciamo una non condivisibile timidezza di questa maggioranza della A.N.M. rispetto a molte delibere consiliari, ed anzi un incondizionato elogio su pretese nuove prassi virtuose dell’attuale CSM – ad esempio per la nomina dei capi degli uffici – che ci pare francamente esagerato alla luce dei numerosi e talora clamorosi annullamenti da parte del giudice amministrativo. Anche per M.I. la difesa delle prerogative costituzionali del C.S.M. rappresenta un impegno fondamentale, pienamente condiviso con gli altri gruppi. Ma questa difesa è tanto più forte quanto più è vivificata anche da critiche argomentate. Altrimenti diventa una forma di ossequio ad un totem potente ed intangibile: e l’ossequio non fa parte del patrimonio di Magistratura Indipendente. La Segreteria Nazionale di Magistratura Indipendente |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog toghe : venerdì 15 maggio 2009
Complotto Superiore della Magistratura Il mancato trasferimento di Clementina Forleo da Milano a Cremona, deciso da una sentenza del Tar del Lazio, è il segno evidente dello stato di confusione attraversato dal Csm. La sentenza del Tar Lazio che annulla il trasferimento di Clementina Forleo da Milano a Cremona disposto un anno fa dal Csm per “incompatibilità ambientale” è l’ultima (per ora) casella di un tragico gioco dell’oca iniziato a Catanzaro nell’ottobre 2007. Allora l’avvocato generale Dolcino Favi, facente funzioni di procuratore generale, avocò l’indagine “Why Not” al pm Luigi De Magistris, all’indomani dell’iscrizione nel registro degl’indagati del ministro della Giustizia Clemente Mastella. In difesa di De Magistris parlò la Forleo ad “Annozero”. Il Csm trasferì su due piedi sia De Magistris sia la Forleo. Intanto i superiori e alcuni indagati di De Magistris lo denunciarono a Salerno, e De Magistris li controdenunciò. Salerno scoprì che aveva ragione lui e indagò i suoi capi e indagati per corruzione giudiziaria, ipotizzando che si fossero comprati e venduti le sue inchieste, grazie anche alle testimonianze del consulente Gioacchino Genchi e del pm crotonese Pierpaolo Bruni, applicato a Catanzaro. Siccome Catanzaro negava a Salerno le carte di “Why Not”, Salerno andò a prendersele con la perquisizione del 2 dicembre scorso. Apriti cielo: putiferio di polemiche, dal capo dello Stato al Csm, dai partiti di destra e di sinistra all’Anm, con la stampa al seguito (“guerra fra procure”). Risultato: con un processo sommario di pochi giorni, il Csm cacciò pure i tre pm di Salerno che si erano macchiati di cotanta perquisizione, oltre al Pg di Catanzaro, Vincenzo Iannelli. Il quale aveva appena fatto in tempo a revocare l’incarico a Genchi, ultima memoria storica del lavoro di De Magistris, attaccato da Mastella, da Berlusconi e dal presidente del Copasir, Francesco Rutelli. Il resto lo fece la Procura di Roma, incriminando Genchi per una caterva di reati e facendogli sequestrare dal Ros tutti i computer. Negli ultimi due mesi, una raffica di provvedimenti giudiziari hanno stabilito che: De Magistris non ha commesso reati (archiviazione a Salerno delle indagini a suo carico) e l’indagine Why Not era tutt’altro che infondata (è pronta la richiesta di rinvio a giudizio per 98 indagati); la perquisizione di Salerno a Catanzaro era legittima (il Riesame ha rigettato i ricorsi dei perquisiti), mentre quella di Roma a Genchi era illegittima e i reati contestati sono inesistenti (accolto il suo ricorso contro il blitz del Ros); la Forleo non doveva essere trasferita (sentenza del Tar). Ma ormai il danno è fatto. Anzi, col trasferimento di Iannelli, Favi è tornato Pg ad interim. È indagato a Salerno per corruzione giudiziaria, ma il Csm s’è “dimenticato” di trasferirlo. E lui ne ha subito combinata un’altra delle sue: ha negato il rinnovo dell’applicazione a Catanzaro del pm Bruni, minacciato dalle cosche per le sue delicate indagini su ‘ndrangheta e politica. Ora, il Csm è quello che è. Ma il capo dello Stato che lo presiede non ha nulla da dichiarare? Marco Travaglio da L’Espresso del 15 maggio 2009 |
| Fabrizio Frosini | |
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I coniugi coinvolti nell'inchiesta su presunti illeciti nell'assegnazione di incarichi e appalti NAPOLI - La procura della Repubblica di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio del leader dell'Udeur Clemente Mastella e della moglie Sandra Lonardo, presidente del consiglio regionale della Campania, nonchè di altri imputati coinvolti nell'inchiesta su presunti illeciti nell'assegnazione di incarichi e appalti. LA RICHIESTA - La richiesta, firmata dal procuratore Giovandomenico Lepore e dal pm Francesco Curcio, è stata trasmessa al giudice per le indagini preliminari Sergio Marotta che nei prossimi giorni fisserà la data dell'udienza preliminare. La notizia del deposito della richiesta di giudizio è trapelata in ambienti giudiziari. Nel febbraio scorso la procura di Napoli - alla quale gli atti erano stati trasmessi per competenza territoriale dai pm di Santa Maria Capua Vetere che avevano avviato l'inchiesta - aveva emesso gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari. I pm di Napoli in quella circostanza avevano escluso il reato di associazione per delinquere, ipotizzato nella prima fase delle indagini, confermando invece a vario titolo una serie di accuse che vanno dalla concussione, abuso di ufficio e rivelazione del segreto di ufficio. È presumibile pertanto che nella richiesta di rinvio a giudizio appena depositata l'impianto sia rimasto identico, con l'esclusione del reato associativo e la riformulazione delle accuse contestate nell'avviso di conclusione delle indagini. |
| Fabrizio Frosini | |
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dal Corriere : http://www.corriere.i...
«Ecco perché Napolitano ha firmato» La replica alle cinque domande poste dal comico genovese attraverso il suo blog Il Quirinale: la "bussola" del capo dello Stato è stata la sentenza della Consulta sull’immunità delle alte cariche ROMA - Giorgio Napolitano ha firmato il lodo Alfano perché la legge rispondeva alle condizioni poste dalla Corte Costituzionale nel 2004. Quella sentenza è stata il «punto di riferimento» seguito da Napolitano e la sussistenza delle condizioni indicate dalla Consulta è stata «la bussola» seguita dal presidente. Il Quirinale ha risposto così alle cinque domande sul perché della firma del lodo Alfano da parte del Quirinale, formulate da Beppe Grillo nel suo blog. La risposta, affidata al capo ufficio stampa Pasquale Cascella, precisa che l'ordinamento non prevede che il Quirinale possa chiedere alcun «parere preventivo» alla Corte, alla quale invece è demandato comunque «il controllo ultimo di legittimità delle leggi». LA PREMESSA - Nella risposta a Grillo, Cascella premette che le considerazioni con cui il comico genovese accompagna la sua richiesta «tendono obiettivamente a spingere il capo dello Stato in una disputa squisitamente politica del tutto estranea all'esercizio delle sue funzioni di garanzia istituzionale». LE MOTIVAZIONI - Quindi il capo ufficio stampa del Quirinale sottolinea che le cinque domande di Grillo (perché Napolitano ha firmato il lodo Alfano che consente l'impunità a Silvio Berlusconi nel processo Mills?; perché non si è autoescluso dal lodo Alfano?; perché ha firmato in un solo giorno invece di rimandare la legge alle Camere? ; perché ha firmato senza consultare la Corte per un parere preventivo?; perché ha firmato sapendo che in precedenza la Consulta aveva bocciato il lodo Schifani che del lodo Alfano è una fotocopia?) «possono agevolmente trovare adeguata risposta nelle comunicazioni con cui la presidenza della Repubblica, proprio in nome della corretta e trasparente informazione dell'opinione pubblica, ha accompagnato i suoi atti». Cascella ricorda dunque le parole del Quirinale: «Già il 2 luglio 2008, autorizzando la presentazione alle Camere del disegno di legge del governo in materia, una nota del Quirinale riferì che "punto di riferimento per la decisione del capo dello Stato è stata la sentenza n.24 del 2004 con cui la Corte costituzionale dichiarò l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge n. 140 del 20 giugno 2003 che prevedeva la sospensione dei processi che investissero le alte cariche dello Stato". Nella stessa comunicazione si rilevò che, per quanto compete al capo dello Stato in questa fase, il disegno di legge approvato il 27 giugno dal Consiglio dei ministri "è risultato corrispondere ai rilievi formulati in quella sentenza", poichè "la Corte non sancì che la norma di sospensione di quei processi dovesse essere adottata con legge costituzionale" e, inoltre, giudicò "un interesse apprezzabile" la tutela del bene costituito dalla "assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche", rilevando che tale interesse "può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale", e stabilendo a tal fine alcune essenziali condizioni ». «La sussistenza di tali condizioni, quindi - prosegue Cascella - ha costituito la bussola esclusiva del capo dello Stato, tant'è che il 23 luglio 2008 in una nuova nota relativa all'approvazione della legge si rilevò: "Non essendo intervenute, in sede parlamentare, modifiche all'impianto del provvedimento, salvo una integrazione al comma 5 dell'articolo unico diretta a meglio delimitarne l'ambito di applicazione, il Presidente della Repubblica ha ritenuto, sulla base del medesimo riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale, di procedere alla promulgazione della legge"». LA CONCLUSIONE - Questa la conclusione di Cascella: «Queste attente valutazioni, rese pubbliche a tempo debito, valgono ancora oggi, per quanto attiene alle competenze proprie del Presidente della Repubblica. Del resto, il controllo ultimo sulla legittimità delle leggi è affidato alla Corte costituzionale, alla quale, contrariamente a quanto da Lei assunto, l'ordinamento non consente la richiesta, da parte del Presidente o di chiunque altro, di alcun parere preventivo». 21 maggio 2009 |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog toghe : venerdì 22 maggio 2009
Felice Lima , Giudice del Tribunale di Catania La reazione del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla sentenza del tutto legittimamente emessa dal Tribunale di Milano nei confronti dell’avv. David Mills, che risulta essere stato corrotto dal Presidente Berlusconi per rendere falsa testimonianza in suo favore è inaccettabile e dà l’esatta misura del vulnus eversivo che questa persona ha introdotto nel sistema costituzionale del Paese per soli suoi interessi personali. Di tutti i profili gravissimi di questa storia uno dei più orribili – perché una stampa se non “libera” almeno “decente” potrebbe agevolmente smascherarlo – è il ricorso sistematico alla menzogna. Il numero di cose non vere dette dal Presidente del Consiglio e dai suoi galoppini in questa vicenda è altissimo. Voglio commentare qui solo quello relativo al fatto che la collega Nicoletta Gandus sarebbe una “attivista della sinistra estrema” e una “nemica del Presidente del Consiglio” anche perché avrebbe firmato un appello che si sostiene sarebbe contro di lui. Per dimostrare quanto questo sia falso, è sufficiente leggere l’appello in questione. Lo riporto qui sotto. Si trova pubblicato in tantissimi siti internet e qualunque giornalista avrebbe potuto e potrebbe ricostruirne il contenuto e la genesi. L’appello è stato promosso dal Procuratore Aggiunto di Milano Armando Spataro ed è stato firmato da molto più di mille persone di varia estrazione professionale. I magistrati firmatari sono CENTINAIA. L’ho firmato CONVINTAMENTE anche io. Non sono e non mi sento sotto nessun profilo “attivista della sinistra estrema” né “nemico del Presidente del Consiglio”. Mi sento amico della legge e della Costituzione. E’ il Presidente del Consiglio nemico di qualcosa: della legge e della Costituzione. Oltre che, purtroppo, della verità. Questo post risulterà lunghissimo, perché l’elenco delle firme lo è, ma credo sia utile riportarle per intero. Devo precisare, peraltro, che le firme riportate qui sotto non sono tutte, perché molte altre ancora ne sono giunte successivamente alla pubblicazione. Un’altra cosa che è nota a tutti, ma viene costantemente taciuta, è che la sentenza nei confronti dell’avv. Mills NON E’ STATA PRONUNCIATA dalla collega Nicoletta Gandus, ma da un Tribunale composto DA TRE GIUDICI, uno dei quali è la collega Gandus. _____________ Si sta chiudendo una delle più tormentate e controverse legislature della storia repubblicana e c’è oggi la prospettiva di un cambio di governo. Ma deve cambiare anche il modo di governare: dal punto di vista costituzionale e dei rapporti tra cittadini ed istituzioni. Il lavoro che attende il nuovo governo è quindi di enorme complessità e responsabilità e si estende a settori di grande importanza per la collettività: l’informazione, la sanità, il lavoro, l’ambiente e i beni culturali, la ricerca, l’istruzione, la politica fiscale e tributaria. Importanti riforme di sistema sono necessarie anche per ridare ai cittadini fiducia nella giustizia. Ma in questo settore noi tuttavia riteniamo che vi sia una inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Si tratta di leggi che – a prescindere da ogni altra considerazione - hanno devastato il nostro sistema giustizia e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi. Alcune di queste leggi, pur da riformare , sono state disinnescate dalla Corte Costituzionale (ad esempio il cd. “Lodo Schifani”, cioè la L. 20.6.2003 n. 140 sulla sospensione dei procedimenti per le alte cariche dello Stato) o dai giudici di merito e dalla Corte di Cassazione (è avvenuto per la Legge sulle rogatorie n. 5.10.2001 n. 367 e la cd. “Legge Cirami” 7.11.2002 n. 248 sullo spostamento dei processi per legittimo sospetto). Ma, per altre leggi è necessaria l’abrogazione immediata: solo con la loro abrogazione, infatti, sarà possibile restituire credibilità al paese sul piano internazionale e dignità ai governanti e ai rappresentanti politici ed ottenere la partecipazione della collettività nazionale agli sforzi necessari per ricostruire una scala di valori condivisi. Le leggi che devono costituire oggetto di abrogazione già nei primi mesi della legislatura sono: - la Legge di “depenalizzazione” del falso in bilancio ( D.L.vo 11.4.2002, n.61) , che rappresenta la tipica traduzione in termini normativi della cultura della illegalità e contrasta con la tendenza mondiale a punire con maggiore severità la false comunicazioni in materia societaria; - la Legge cd. “ex Cirielli”, 5.12.2005 n. 251, definita “obbrobrio devastante” dal Presidente della Corte di Cassazione, che ha di fatto introdotto nuove cause di impunità per i potenti (attraverso la prescrizione breve dei reati, anche gravi, commessi dagli incensurati) e pesanti discriminazioni verso i recidivi anche per reati non gravi: dunque, incentivi a manovre dilatorie ed il prevedibile aumento della popolazione carceraria saranno l’effetto di un diritto penale per tipo d’autore; - la barbara riforma della legittima difesa approvata definitivamente il 24.1.2006, che introduce una presunzione di proporzionalità tra i delitti contro il patrimonio in ambiente privato e la reazione violenta con armi da fuoco contro chi ne è responsabile; - la cd. Legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento , approvata definitivamente il 15.2.2006, che, a parere di molti, altera il principio costituzionale della parità delle parti nel processo e, dilatando le possibilità di ricorso alla Corte di Cassazione, parzialmente la trasforma in giudice di merito, ingolfandola e rendendone ingestibile l’attività. L’impegno di coloro che intendono formare il futuro Governo deve estendersi inoltre alla sospensione immediata della efficacia di tutti i decreti legislativi di attuazione delle legge di riforma dell’ordinamento giudiziario (Legge delega n. 150 del 2005): solo così potrà essere predisposto e realizzato un progetto di riforma di ampio respiro, utilizzando i contributi del CSM, degli accademici, della magistratura associata, degli avvocati e delle associazioni dei giuristi e del personale amministrativo. Chiediamo allora a tutti coloro che parteciperanno alla prossima campagna elettorale un impegno espresso, preciso e incondizionato ad operare immediatamente per l’abrogazione di queste leggi, che non sia diluito in promesse di riforme generali nei vari settori dell’ordinamento. L’assunzione di tale impegno è condizione e garanzia irrinunciabile perché, come giuristi e come cittadini, possiamo confidare nella volontà degli eletti di ripristinare effettivamente, non solo in questo campo, le regole fondamentali della democrazia. 16 febbraio 2006 |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog toghe , sabato 23 maggio 2009 :
Ricordando Giovanni Falcone Francesca Morvillo Antonio Montinari Rocco Di Cillo Vito Schifani vi proponiamo di rileggere due post che restano di attualità : In memoria di Giovanni Falcone. Riflessione sulle colpe – di ieri e di oggi – del C.S.M. e dell’A.N.M. |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog toghe , domenica 24 maggio 2009 :
Gioacchino Genchi e i diari di Giovanni di Fedora Raugei , Giornalista da Terra del 23 maggio 2009 E’ il 14 luglio ‘92, a meno di mese dalla strage di Capaci. Due consulenti informatici sono incaricati dalla Procura di Caltanissetta di effettuare una perizia su agende elettroniche e altro materiale rinvenuto nell’ufficio e nelle abitazioni di Roma e Palermo del giudice Giovanni Falcone. Gli esperti sono Luciano Petrini, ingegnere elettronico e Gioacchino Genchi, funzionario di polizia. Per analizzare il materiale informatico i due esperti impiegano sei mesi, ed esaminano i supporti anche alla ricerca del presunto diario del giudice. Un’ipotesi materializzatasi un mese dopo la strage, quando Il Sole 24 Ore pubblica due pagine di appunti che Falcone ha consegnato, nel luglio 1991, alla giornalista Liana Milella. Vi sono annotati episodi che testimoniano le difficoltà vissute dal magistrato nella Procura di Palermo. L’articolo suscita molti interrogativi. La giornalista, il 25 giugno, consegna le cartelle ai magistrati affermando che provengono dal diario di Falcone. Si tratta di due pagine scritte così, di getto, oppure Falcone teneva veramente un diario? E’ un’ipotesi che alcuni escludono e altri, al contrario, confermano. Due dei colleghi di Falcone, in particolare, non sembrano avere dubbi. Sono Antonino Caponnetto, fondatore del pool antimafia di Palermo, e Giuseppe Ayala che ne parla già prima dell’uscita dell’articolo della Milella. «Una mattina lessi sul Sole 24 Ore che erano stati pubblicati i suoi diari, per lo meno quelle due cartelle - scrive Caponnetto (I miei giorni a Palermo, Garzanti, 1993) -. Le altre non so dove siano andate a finire, perché ce n’erano sicuramente delle altre, che coprivano tutto il periodo della Procura». E da testimone privilegiato racconta un episodio: «Ricordo una frase di Falcone: “Mi sto divertendo con un ordigno che ti farebbe impazzire”. Conosceva la mia avversione verso i meccanismi di informatica. Gli chiesi: “Come va con i tuoi diari? Te li porti sempre appresso?”. Rispose: “Ora non ne ho più bisogno. Ho un’agenda elettronica che è una cosa meravigliosa, nella quale trasferisco (...) la mia vita di ogni giorno”. “Ah!”, gli dissi “ti sei messo anche tu a fare un diario ...” (...). “No” disse, “non è che stia facendo un diario. Solo che ci sono dei fatti, degli episodi che preferisco memorizzare e annotare a futura memoria”. Queste furono le sue testuali parole. Questo avveniva agli inizi dell’‘89 (...)». Anche le affermazioni fatte da Giuseppe Ayala il 20 giugno 1992, prima della pubblicazione degli appunti di Falcone, concordano con quanto affermato da Caponnetto: «Falcone aveva un diario puntualissimo, della cui esistenza ha messo a conoscenza soltanto me e, forse una volta, Paolo Borsellino; in quel diario scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché scriveva su un computer. (...)» (L’agenda rossa di Borsellino, Chiarelettere, 2007). Queste sono solo due delle voci autorevoli, vicine al magistrato, che affermano l’esistenza di un suo presunto diario. Ciò che è certo, è che Falcone era preciso, meticoloso e si avvaleva di computer e agendine elettroniche sulle quali annotava tutto. Altrettanto certo, come testimonieranno i due esperti davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta, è che dopo la morte di Falcone, qualcuno cancella i dati presenti sulle sue agende elettroniche e sul suo computer portatile Toshiba. Qualcuno, forse maldestramente, apre e risalva diversi file presenti nel computer dell’ufficio del magistrato al ministero di Grazia e Giustizia. Una ricostruzione tecnica complessa che seguiamo attraverso gli atti. L’8 e 9 gennaio 1996, Genchi e Petrini testimoniano sulla perizia che hanno svolto davanti ai magistrati della Corte d’assise di Caltanissetta, al processo per la strage di Capaci. Hanno classificato ed esaminato 101 reperti appartenuti al giudice Falcone. Sono precisi, preparati, parlano di memorie cancellate, di file modificati e rieditati nel periodo successivo alla strage. E di anomalie. La prima è quella relativa al computer portatile di Falcone, un modello Toshiba. Viene rinvenuto dai familiari del magistrato, insieme all’agendina elettronica Casio, nella sua abitazione palermitana di via Notarbartolo. Dopo la pubblicazione del citato articolo di Liana Milella, e nonostante i primi sopralluoghi già effettuati dalla polizia, computer e agendina elettronica sembrano riapparire dal nulla. Genchi e Petrini accertano che dopo la strage, il 9 giugno ‘92, sul portatile qualcuno ha installato un programma pc tools, utilizzato sia per recuperare che per cancellare definitivamente i file. La memoria del Toshiba è stata “ripulita”. Anche l’agendina portatile Casio, ritrovata in via Notarbartolo, ha subito la stessa sorte. «E’ stata trovata totalmente cancellata (...)», testimonia Genchi davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta. I due consulenti ne ripristinano il contenuto. Però manca qualcosa di non trascurabile. L’agenda Casio aveva la predisposizione per l’espansione di memoria con una ram card esterna. Questa ram card e il cavetto di collegamento al pc non vengono ritrovati. «La ram card - testimonia il consulente Genchi -, era stata sicuramente in possesso del giudice Falcone in quanto, per quanto mi riguarda e mi risulta, l’aveva e forse ne aveva pure più di una (...)». I due consulenti informatici recuperano anche i dati che qualcuno ha cancellato dall’agenda elettronica Sharp di Falcone. Sono stati tutti recuperati i dati? «Se si fosse modificato un numero telefonico di un soggetto che risultava già inserito nell’agenda - spiega Genchi - o gli si fosse cambiato il nome o si fosse cancellato un numero di un’annotazione già precedente o cambiato l’oggetto di un appuntamento calendarizzato con una certa data, in nessun modo la consulenza avrebbe mai potuto rilevare il contenuto di un operazione di editazione avvenuta prima della consegna dei reperti». A strage avvenuta, gli inquirenti appongono i sigilli all’ufficio romano di Falcone, presso il ministero di Grazia e Giustizia. I computer e i supporti informatici utilizzati dal magistrato, però, non vengono sequestrati. (continua %) |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog toghe , domenica 24 maggio 2009 : Il successivo 30 maggio 1992 si procede alla ricognizione dei “reperti” rinvenuti nell’ufficio. Anche questa volta il prezioso materiale non viene sequestrato e, anzi, si restituisce alla libera disponibilità della Direzione generale degli affari penali. Solo il 23 giugno, a distanza di un mese dalla strage di Capaci, e dopo l’uscita dell’articolo di Liana Milella, la Procura ritorna nello stesso ufficio e dispone materialmente il sequestro dei computer e dei supporti informatici utilizzati dal magistrato. Come testimonierà Genchi davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta che «in quel computer sequestrato, nella stanza sequestrata sono stati, diciamo, editati in epoca successiva al 23 maggio dei file». Quando «ci sono delle rieditazioni sul supporto magnetico, cioè allorché si rivà a rieditare, quindi a riscrivere o per errore o per dolo o per imperizia, con qualunque volontà e intenzione - come spiega Genchi nella testimonianza del 9 gennaio ‘96 -, si va a rioccupare una parte dell’hard disk e si va a incidere sulla possibilità di recuperare eventuali dati cancellati, quindi il supporto perde quella verginità, diciamo, quella originale forma fisica logica di contenuto di dati che in effetti aveva dal momento in cui il suo legittimo titolare ne aveva cessato la disponibilità». Nel computer Compact rinvenuto nell’ufficio di Falcone, presso la Direzione affari penali, è installato anche il programma Perseo. Come spiegherà l’ingegnere Luciano Petrini, si tratta di «un prodotto che è stato sviluppato espressamente per conto del ministero di Grazia e Giustizia, per le automazioni di taluni uffici giudiziari (...). Lo stesso prodotto è stato utilizzato per l’acquisizione della documentazione relativa ai fascicoli, ai faldoni Gladio». Non è quindi un programma comune. Per utilizzarlo occorre avere conoscenze specifiche. Il 19 giugno 1992, nell’ufficio sigillato del ministero di Grazia e Giustizia, Direzione affari penali, qualcuno apre e legge i file del programma Perseo contenuti nel computer di Falcone. Tra questi, anche la sintesi delle schede di Gladio. La data di apertura viene registrata automaticamente dal sistema, anche se non vengono materialmente effettuate modifiche. Quindi, in un ufficio sigillato, qualcuno ha avuto accesso a quelle informazioni. L’operazione avviene il 19 giugno 1992. «L’ora è le 15:08 - come afferma Genchi - tra l’altro nella successione oraria in cui si rilevano queste modifiche operate e queste editazioni in epoca successiva alla strage, si può cogliere anche la sequenza cronologica con cui chi materialmente ha operato, ha ispezionato, questi sistemi informatici (...)». Qualcuno, quindi, ha cancellato i dati delle agendine di Falcone, ha fatto sparire la ram card dell’agenda Casio, ha “ripulito” la memoria del portatile Toshiba, riapparso nell’abitazione palermitana del magistrato. Nell’ufficio sigillato del ministero, ha quantomeno letto e risalvato i file del suo computer e ha avuto accesso alle informazioni contenute nel programma Perseo. Solo casualità, maldestre operazioni? Può darsi. Ma chi e perché si è precipitato a cancellare i dati delle agende e del Toshiba? Al termine del processo per la strage di Capaci si sosterrà che dalle perizie eseguite sui computer “non si evince manipolazione dei supporti informatici”. Perché, allora, Genchi subisce un trattamento ostile di cui parla nel corso della sua testimonianza a Caltanissetta? «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno - afferma Genchi -. (...) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (...) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (...); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (...) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Sei mesi dopo l’udienza, accade una tragica fatalità. Il 9 maggio 1996, Luciano Petrini viene trovato morto nel suo appartamento di via Pallavicini, a Roma, con il cranio fracassato. Gli investigatori puntano a una pista gay, poi caduta nel vuoto. Il pm Luca Tescaroli esclude che la sua perizia possa costituire movente del delitto. Sono molti gli interrogativi che rimarranno intorno alla morte di Falcone e su ciò che avvenne dopo. “Manine o manone” silenziose appaiono immancabilmente in ogni omicidio e strage della nostra storia recente. Il mistero dei documenti trafugati dalla cassaforte del generale Dalla Chiesa, l’agendina scomparsa del giudice Mario Amato, l’agendina rossa di Paolo Borsellino. Sono “mani” mosse da intrecci complessi che tentano di cancellare la storia. Le sentenze non si possono riscrivere, ma la storia, prima o poi sì. di Fedora Raugei , Giornalista da Terra del 23 maggio 2009 |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog toghe , 26 maggio 2009 :
Capaci, la fiera del tartufo Sabato 23 maggio, come ogni anno, è andata in scena a Palermo la consueta parata antimafia, una sorta di fiera del tartufo dove una carovana di politici (c’era persino Schifani) e autorità militari, civili e religiose fanno a gara nell’elogiare l’impegno dello Stato, nel promettere di non abbassare la guardia, nel ringraziare i magistrati (quelli morti). Poi, rientrati a Roma, ricominciano come sempre ad attaccare o insultare o trasferire o disarmare i magistrati (quelli vivi). Nessuno degli augusti oratori impegnati a commemorare l’”amico Giovanni” ha detto una parola sui mandanti occulti ed esterni a Cosa Nostra che commissionarono le stragi di Capaci e Via d’Amelio nel 1992 e quelle di Milano, Firenze e Roma nel 1993. Eppure, proprio il giorno prima, Giovanni Brusca - il pentito ritenuto da tutti credibilissimo quando parla di se stesso e dei complici che fecero esplodere l’autostrada di Capaci - ha fatto rivelazioni esplosive nel processo in corso (dunque ignorato dalla grande stampa) per favoreggiamento mafioso a carico del generale Mori per la mancata cattura di Provenzano nel 1995. “Riina - ha detto Brusca - mi fece il nome dell’uomo delle istituzioni col quale venne avviata, attraverso uomini delle forze dell’ordine, la trattativa con Cosa nostra” dopo Capaci. Il nome? Brusca s’è avvalso della facoltà di non rispondere perché sul caso indaga la Procura di Caltanissetta. Finora Brusca aveva detto di essere arrivato a quel politico, all’epoca ministro, in base a sue “deduzioni”. Ora invece afferma che glielo disse Riina, coinvolto direttamente nella trattativa con due ufficiali del Ros (lo stesso Mori e il capitano De Donno) tramite l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Anche a quel politico della Prima Repubblica, come pure a Mori, sarebbe stato consegnato il famoso “papello” con le richieste di Cosa Nostra per interrompere le stragi. Ma la rivelazione di Brusca, ripresa da Corriere e Stampa, è caduta nel più impenetrabile silenzio della classe politica. Lo stesso silenzio che l’altra sera, a Matrix su Canale5, ha accolto l’intervento del pm Gaetano Paci su Vittorio Mangano, lo “stalliere” di casa Berlusconi, definito “eroe” dal premier e da Dell’Utri: “Mangano era un mafioso sanguinario condannato per mafia, narcotraffico e omicidio, gli eroi sono Falcone e Borsellino”. In studio, mentre le telecamere indugiavano sui volti impietriti di Alessio Vinci, Piero Grasso e Giuseppe Ayala, non una parola su Mangano &C.. E via con l’antimafia dei film e delle fiction, quella che non fa nomi di politici. La commissione Antimafia, presieduta da Pisanu, è ormai un ente inutile e inerte. Chissà se basterà a ridestarla dal letargo la denuncia del pm Roberto Scarpinato, che sabato, sul Sole-24ore, ha rivelato come il governo abbia tolto alle procure la password per accedere ai conti correnti. Impedendo così il sequestro di enormi capitali mafiosi. Una semplice coincidenza, si capisce: sono tutti troppo impegnati a celebrare l’”amico Giovanni”. Marco Travaglio Ora d'aria l'Unità, 25 maggio 2009 |
| Fabrizio Frosini | |
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RAINEWS24 : |