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| Fabrizio Frosini | |
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dal blog TOGHE : http://toghe.blogspot...
se non fosse una tragedia, sarebbe una farsa. Il governo è sempre più impegnato a riformare la giustizia, nell’interesse … proprio. Ossia a riformarla perché sia sempre più INefficiente e più INgiusta. Il resto sono chiacchiere e propaganda demagogica. di Liana Milella da Repubblica.it del 25 settembre 2008 Giustizia, nuovo blitz del Pdl in arrivo l’immunità per i ministri. Dopo il lodo Alfano, pronto il lodo Consolo per salvare Altero Matteoli. Il parlamentare, che è anche legale del ministro, ha preparato un apposito ddl. Il responsabile delle Infrastrutture è sotto processo per favoreggiamento a Livorno. Roma - Un lodo Alfano per il premier Silvio Berlusconi. Per bloccare i suoi processi Mills e Medusa. Quello è già fatto. È alle spalle. Adesso serve un lodo Consolo per il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, di cui Consolo è pure avvocato. Aennino il ministro, aennino il proponente. Tutto in famiglia. Com’è stato per il lodo Alfano. Uno scudo protettivo per fermare i processi alle alte cariche dello Stato fresco di pochi mesi. Un disegno di legge, pensato e scritto dal deputato Giuseppe Consolo, affidato alle cure del capogruppo di Forza Italia Enrico Costa, nelle prossime “priorità” della commissione Giustizia della Camera. Una nuova porta aperta verso il definitivo ripristino dell’immunità parlamentare in stile 1948 per tutelare e mettere al riparo chi è già nei guai con la giustizia. In comune con il lodo Alfano la solita norma transitoria, quella che disciplina l’utilizzo di una legge, e che, anche in questo caso come per tutte le leggi ad personam, stabilisce che il lodo Consolo “si applica anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge”. Giustizia di casa nostra per tutto il governo Berlusconi. Stavolta per i suoi ministri. Per Matteoli in particolare, visto che a Livorno c’è un suo processo per favoreggiamento. Ma vediamo prima la proposta e poi la persona e il processo a cui si applica. Che si va a inventare Consolo per il suo cliente? Una leggina, due articoli in tutto, che rivoluziona le regole costituzionali per i reati ministeriali, quelli commessi da soggetti che sono, o sono stati, ministri. Un giochetto facile facile. Rendere obbligatoria la richiesta di autorizzazione anche per i reati che, a parere del tribunale dei ministri, non meritano una copertura ministeriale e quindi, stando alle norme attuali, devono essere valutati e investigati dalla procura. Se, a parere dei pm e dei giudici, il delitto è stato commesso, il soggetto va a processo come un normale cittadino. Eh no, questo a Consolo non sta affatto bene. Anche perché c’è giusto il suo compagno di partito e legalmente assistito, il ministro Matteoli, ex capogruppo di An al Senato nella scorsa legislatura, e prima ancora ministro dell’Ambiente, che nel 2005 viene messo sotto inchiesta dalla procura di Livorno per aver informato l’allora prefetto della città Vincenzo Gallitto che c’erano delle indagini sul suo conto per l’inchiesta sul “mostro di Procchio”, un complesso edilizio in costruzione a Marciana, nell’isola d’Elba. Il tribunale dei ministri del capoluogo toscano decise che quel reato non aveva niente a che fare con la funzione di ministro ricoperta da Matteoli e rispedì le carte alla procura. Matteoli non si dette per vinto. Divenuto nel frattempo senatore convinse la Camera a sollevare un conflitto di attribuzione contro Livorno per la “ministerialità” del reato. La Consulta lo considera ammissibile e dovrà pronunciarsi. Nel frattempo il processo è congelato. Adesso Consolo lo vuole ibernare definitivamente. di Liana Milella La Repubblica, giovedì 25 settembre 2008 |
| Fabrizio Frosini | |
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da Il Corriere della Sera : http://www.corriere.i...
La riforma della Giustizia «è pronta e la presenteremo in Parlamento». Alfano attacca l'Anm: «Attacchi preventivi» MILANO - Con la riforma del processo penale «i pm non potranno più intervenire con controlli sulle telefonate per qualsivoglia reato e davvero quindi rispettare la privacy, che è uno dei primi diritti di tutti noi». Silvio Berlusconi, intervenuto a sorpresa a un convegno dei Popolari-Liberali di Carlo Giovanardi a Todi, ha parlato della riforma della giustizia, annunciata come una delle priorità assolute dell'esecutivo per l'autunno. «RIFORMA PRONTA» - E infatti, ha spiegato il premier, la riforma «è pronta e la presenteremo tra poco in Parlamento». Prevederà la «separazione delle carriere» fra pm e magistrati giudicanti. «Con la riforma della giustizia penale e civile faremo fare un passo avanti nella modernizzazione del Paese» ha spiegato il premier, dato che «i tempi della giustizia civile si sono addirittura allungati in questi anni e veramente c'è bisogno di una riforma dal profondo e per questo la riforma della giustizia civile sarà legge della Repubblica entro quest'anno». E sulla penale: «Avevo detto che non avrei lasciato la politica prima di aver garantito che un cittadino italiano, che fosse accusato di un reato, avesse un giudice equanime». Per questo, «la riforma della giustizia penale, che noi abbiamo pronta, la presenteremo tra poco in Parlamento». Berlusconi ha quindi elogiato l'operato del ministro della Giustizia Alfano: «Il nostro bravissimo ministro lavora sia coi magistrati che con gli avvocati e sicuramente presenterà una riforma che andrà verso la difesa vera dei diritti del cittadino». ALFANO ATTACCA ANM - Lo stesso Alfano è intervenuto al congresso dell'Unione delle Camere penali, attaccando l'Associazione nazionale magistrati, colpevole di lanciare «veti e attacchi preventivi» e ha lamentato l'«aggressione» da parte dell'Anm sul dl sulle sedi disagiate. Un provvedimento fatto «in ossequio al Csm», che aveva sollecitato incentivi per i magistrati che vanno negli uffici giudiziari di frontiera e per dare «la massima efficienza». Ma che è stato bocciato dall'Anm come una «risposta sbagliata». «Non è questo il modo di collaborare con la politica - ha sottolineato Alfano -. Noi non accettiamo attacchi preventivi. Vogliamo il dialogo ma non il chiacchiericcio che non porta a niente. Vogliamo decidere e non intendiamo fermarci davanti ai veti dei magistrati». «ARIA DA REGOLAMENTO DI CONTI» - Scuote la testa, il presidente dell’Anm Luca Palamara, e dal palco del congresso dell’Ucpi, dopo l’intervento durissimo del Guardasigilli, afferma di sentire «un’aria di regolamento di conti» nei confronti delle toghe. Al presidente delll’Anm non sono affatto piaciute le dichiarazioni del Guardasigilli. E di fronte alla platea del congresso degli avvocati ma in assenza di Alfano che se ne è andato subito dopo il discorso, Palamara cerca di replicare punto per punto, precisando a più riprese che «la magistratura è davvero arroccata quando si tratta di difendere la propria autonomia» e rilancia tirando in mezzo gli avvocati con i tempi e le modalità processuali. «Non mi aspettavo l’attacco del ministro: così non lo avevo mai sentito. Al momento non mi pare ci siano le condizioni per il dialogo». 26 settembre 2008 |
| Fabrizio Frosini | |
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da Voglioscendere : http://www.voglioscen...
Autorizzazione a delinquere Sconvolti dalla classifica di Transparency International sui paesi meno corrotti, che colloca l’Italia in coda al resto d’Europa e alle spalle di mezzo Terzo Mondo, i nostri parlamentari han reagito con uno scatto d’orgoglio contro chi continua a screditare l’immagine della politica italiana nel mondo. Infatti, due giorni fa, il Senato della Repubblica ha respinto la richiesta dei giudici di Roma di autorizzare gli arresti domiciliari per il neosenatore del Pdl Nicola Di Girolamo, accusato di aver falsamente dichiarato di risiedere in Belgio per candidarsi e farsi eleggere nel collegio degli italiani all’estero, mentre in realtà non s’è mai mosso dall’Italia. Gravi i reati contestati: false dichiarazioni, falso ideologico, abuso d'ufficio. Gravissime le conseguenze della sua condotta: Di Girolamo, se fossero provate le accuse, sarebbe un senatore abusivo che ha truffato i suoi elettori e non dovrebbe sedere a Palazzo Madama un minuto di più. Consci della sua pesantissima posizione, i colleghi di casta, anzi di cosca, han pensato bene di coprirlo e salvarlo con la consueta maggioranza trasversale Pd-Pdl-Lega-Udc e la solita eccezione dell’Italia dei Valori (“Ancora una volta il Parlamento difende la Casta”, ha commentato il dipietrista Luigi Ligotti). Un plebiscito a favore dell’arrestando: 204 no ai giudici, 43 sì (Idv più alcuni cani sciolti). Così Di Girolamo resta non solo a piede libero, ma pure in Senato. Tutto è bene quel che finisce bene. Dopodiché Veltroni se la prende con Grillo perché non si parla più di Casta: potrebbe parlarne lui, possibilmente dopo averne fatto uscire i suoi con le mani alzate. Intanto - rivela Liana Milella su Repubblica - il Lodo Alfano ha figliato un pargoletto. Si chiama Lodo Consolo, con l’accento sulla prima “o”, dal nome del senatore avvocato di An, e mira a proteggere non solo le quattro alte cariche dello Stato, ma anche i ministri. I quali potranno delinquere a piacimento, anche quando i loro delitti non c’entrano nulla con le funzioni ministeriali. Per questi ultimi, infatti, già oggi il Tribunale dei ministri, per procedere, necessita del permesso del Parlamento. Con la nuova legge (inserita con corsia preferenziale in commissione Giustizia dall’on. Enrico Costa, figlio del più noto Raffaele, il castiga-Casta), il Parlamento potrà bloccare i processi anche per reati comuni, extrafunzionali, commessi privatamente da chi in quel momento è pure ministro. Il noto giureconsulto Consolo, qualche anno fa, fu inquisito e condannato in tribunale (in appello strappò poi l’assoluzione) per aver spacciato per proprie alcune monografie altrui per incrementare i titoli necessari a ottenere la cattedra di ordinario all’Università di Cagliari. Ma non è per sè che ha partorito il Lodo-bis extralarge. E’ per un suo cliente, che guardacaso fa il ministro, guardacaso è imputato e guardacaso per un reato di favoreggiamento che non c’entra nulla con le funzioni ministeriali (avrebbe avvertito alcuni indagati di un’inchiesta con intercettazioni in corso su un caso di abusi edilizi all’Elba). Dunque non necessita, almeno finora, di alcun’autorizzazione a procedere (anche se Matteoli s’è rivolto alla Consulta). Col Lodo, anzi con l’Auto-Lodo”, il processo si bloccherà e riposerà in pace in saecula saeculorum. Anche il ministro Bossi, già pluripregiudicato, potrà liberarsi di un paio di processi ancora in corso, per aver invitato una signora a “gettare nel cesso il Tricolore” e organizzato una banda paramilitare, le Camicie Verdi. Idem il ministro al Plasmon, Raffaele Fitto, imputato in Puglia per le presunte mazzette sanitarie pagategli dalla famiglia Angelucci. E cosi’ pure il ministro Roberto Calderoli, indagato per ricettazione a Milano per aver preso soldi dalla Popolare di Lodi del furbetto Fiorani. Si vedrà se il Lodo vale anche per i viceministri e i sottosegretari (e, perché no, anche ai mille parlamentari, ai governatori, sindaci e presidenti di provincia, con relativi consiglieri e assessori, senza dimenticare circoscrizioni e comunità montane): nel qual caso salverà pure Aldo Brancher, indagato per ricettazione delle stecche targate Fiorani. Nel qual caso, la corsa ad arraffare uno dei nuovi posti di ministro e di sottosegretario messi in palio dal Cainano si farà sovraffollata, visto che Lega e Pdl ospitano una quarantina tra indagati e imputati. Ma è probabile che la nuova norma salvi anche Clemente Mastella, indagato a S. Maria Capua Vetere (ora a Napoli) quand’era ministro della Giustizia per faccende che nulla avevano a che vedere con la carica. Dopodiché, quando vedrete avvicinarsi un ministro, mettete in salvo il portafogli Marco Travaglio Ora d'aria l'Unità, 25 settembre 2008 |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog Toghe , domenica 28 settembre 2008 : http://toghe.blogspot...
Il 16 settembre 2008 si è tenuto a Milano, a Palazzo Marino, un dibattito pubblico per la ricorrenza del 30° anniversario della morte di Peppino Impastato, dal titolo “Mafia e potere a Milano a 100 passi dal duomo”. Il dibattito è stato molto interessante. Il tema è importantissimo, perché è evidente che siamo, nel nostro Paese, a una fase “nuova” della dinamica delle organizzazioni mafiose. “Eliminati” i mafiosi con la coppola, i Reina, i Santapaola, i Provenzano, la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra non sono affatto finite. Esse vivono e prosperano più che mai e, anzi, paradossalmente è quasi certo che abbiamo preso infine i Reina, i Santapaola e i Provenzano proprio perché alle mafie quelli come loro non servivano più. E’ accaduto alle mafie quello che accade anche alle imprese. C’è stato il tempo in cui l’impresa si faceva secondo certe logiche per così dire artigianali del dopo guerra. Ma poi sono arrivati i figli di quegli imprenditori che la fanno in tutt’altro modo. Mentre i loro padri mettevano da parte i soldi a poco a poco e parlavano ancora il dialetto, le nuove generazioni di imprenditori parlano le lingue e compiono audaci operazioni finanziarie. Così, della mafia, della ‘nrangheta, della camorra vivono e operano oggi le “nuove generazioni”. Le organizzazioni criminali oggi non sono più bassa manovalanza che ha contatti con il potere e l’economia. Sono pezzi perfettamente integrati del potere e dell’economia. Non tengono più i soldi sotto il mattone e non si parlano con i “pizzini”. Non ammazzano i giudici. Li fanno trasferire. Non ammazzano i giornalisti. Li licenziano. Non chiedono i subappalti del movimento terra, ma partecipazioni azionarie. Non chiedono qualche centinaia di euro di pizzo, ma il finanziamento di un’opera pubbica. Questo, ovviamente, condiziona insuperabilmente le dinamiche politiche ed economiche del Paese. Chi ha potere – politico ed economico – ha anche legami dai quali non è possibile defilarsi a piacimento. Certe relazioni producono condizionamenti insuperabili. Difesa da tutto questo dovrebbero essere le leggi e i tribunali. Proprio per questo i tribunali sono in corso di smantellamento e le leggi non sono più qualcosa di prestabilito da rispettare tutti, ma qualcosa che si cambia al bisogno per venire incontro alle esigenze di chi le può fare e disfare. Il Parlamento non è più il luogo dove si discutono e si perseguono gli interessi generali del Paese, ma una sorta di proprietà privata di pochi segretari di partito che designano chi deve occuparlo e vi installano i portatori di tanti grandi e piccoli interessi privati. Ciò che il potere e l’economia hanno sempre fatto nel nostro Paese è tentare di fare credere che i legami con le organizzazioni criminali non ci fossero o fossero del tutto accidentali e occasionali. Purtroppo è assolutamente evidente che non è così. I casi che lo dimostrano sono centinaia. Basterebbe per tutti la vicenda di Michele Sindona e delle sue banche. Riportiamo qui sei video tratti da Youtube (non li abbiamo messi lì noi e, dunque, non sappiamo quanto ci resteranno). I primi tre sono relativi all’intervento di Gianni Barbacetto al dibattito del 16 settembre a Milano. Gli altri tre sono tratti dalla trasmissione della Rai Blu Notte. Su questi stessi temi, il 10 maggio scorso, abbiamo pubblicato, a questo link, uno scritto di Felice Lima con altri due video. Qui in fondo riportiamo i link ad alcuni documenti relativi al sen. Marcello Dell'Utri e a Vittorio Mangano. Gianni Barbacetto (1 di 3) Gianni Barbacetto (2 di 3) Gianni Barbacetto (3 di 3) Marcello Dell'Utri (1 di 3) Marcello Dell'Utri (2 di 3) Marcello Dell'Utri (3 di 3) Il testo integrale della sentenza di condanna in primo grado del sen. Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa Vittorio Mangano su Wikipedia Elogio di Mangano eroe La sentenza nella causa Berlusconi/Travaglio/Luttazzi Il decreto di archiviazione del G.I.P. Giovanbattista Tona commenti: A nome dei giornalisti licenziati. Grazie. Pino Finocchiaro 29 settembre 2008 11.38 Grazie di cuore a te, carissimo Pino (Finocchiaro), per la testimonianza di rettitudine e di coraggio che hai dato e dai con il tuo lavoro di giornalista che preferisce essere "licenziato" che "servo". Felice Lima 29 settembre 2008 11.45 |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog Toghe : http://toghe.blogspot...
"[..] La questione della criminalità organizzata, oggi, non riguarda solo le cinque regioni italiane direttamente coinvolte dal fenomeno, ma riguarda tutti noi, perché «le mafie non sono solo una organizzazione di persone dedite al crimine, la mafia è un’idea che può insinuarsi nella mente di ognuno: l’idea di prendere una scorciatoia calpestando qualcun altro, l’idea che il più forte abbia il diritto di prevaricare i più deboli, l’idea che il potere e la ricchezza siano la massima aspirazione della vita e che la prepotenza e la violenza siano un mezzo legittimo per raggiungerli», dice Michele Altobelli, Segretario del Consiglio Regionale delle Marche, ente che ha promosso la seconda edizione del volume degli inediti di Borsellino - già arrivato alle stampe nel 2003 ad opera dell’Associazione culturale Falcone e Borsellino e della rivista Antimafia 2000 e sempre curato da Giorgio Bongiovanni. [..]" “Giustizia e verità. Gli scritti inediti del giudice Paolo Borsellino” (collana dei Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, 2008). |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog Toghe , giovedì 9 ottobre 2008 : http://toghe.blogspot...
di Liana Milella Ad accorgersene per prima Milena Gabanelli, l’autrice della trasmissione Report. Roma - Un’altra? Sì, un’altra. E per chi stavolta? Ma per Cesare Geronzi, il presidente di Mediobanca negli impicci giudiziari per via dei crac Parmalat e Cirio. La fabbrica permanente delle leggi ad personam, col marchio di fedeltà del governo Berlusconi, ne produce un’altra, infilata nelle pieghe della legge di conversione del decreto Alitalia. Non se ne accorge nessuno, dell’opposizione s’intende, quando il 2 ottobre passa al Senato. Eppure, come già si scrivono i magistrati nelle maling list, si tratta d’una “bomba atomica” destinata a far saltare per aria a ripetizione non solo i vecchi processi per bancarotta fraudolenta, ma a bloccare quelli futuri. Con un semplice, e in vero anche mal scritto, articolo 7 bis che modifica la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942. L’emendamento dice che per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l’impresa si trovi in stato di fallimento. Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo chi ha determinato la crisi. Se finora lo stato d’insolvenza era equiparato all’amministrazione controllata e al fallimento, in futuro, se la legge dovesse passare com’è uscita dal Senato, non sarà più così. I cattivi manager, contro cui tutti tuonano, verranno salvati se l’impresa non sarà definitivamente fallita. Addio ai processi Parmalat e Cirio. In salvo Tanzi e Cragnotti. Salvacondotto per l’ex presidente di Capitalia Geronzi. Colpo di spugna anche per scandali di minore portata come quello di Giacomelli, della Eldo, di Postalmarket. Tutto grazie ad Alitalia e al decreto del 28 agosto fatto apposta per evitarne il fallimento. Firmato da Berlusconi, Tremonti, Scajola, Sacconi, Matteoli. Emendato dai due relatori al Senato, entrambi Pdl, Cicolani e Paravia. Pronto per essere discusso e approvato martedì prossimo dalla Camera senza che l’opposizione batta un colpo. Ma ecco che una giornalista se ne accorge. È Milena Gabanelli, l’autrice di Report, la trasmissione d’inchieste in onda la domenica sera su Rai3. Lavora su Alitalia, ricostruisce dieci mesi di trattative, intervista con Giovanna Boursier il commissario Augusto Fantozzi, gli chiede se è riuscito a garantirsi “una manleva”, un salvacondotto per eventuali inchieste giudiziarie. Lui risponde sicuro: “No, io non ho nessuna manleva”. Ma quel 7 bis dimostra il contrario. Report ascolta magistrati autorevoli, specializzati in inchieste economiche. Come Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm e pm romano dei casi Ricucci, Coppola, Bnl. Il suo giudizio è senza scampo. Eccolo: “Se la norma verrà approvata non saranno più perseguibili i reati di bancarotta commessi da tutti i precedenti amministratori di Alitalia, ma neppure quelli compiuti da altri manager di società per cui c’è stata la dichiarazione d’insolvenza non seguita dal fallimento”. Cascini cita i casi: “Per i crac Cirio e Parmalat c’è stata la dichiarazione d’insolvenza, ma senza il fallimento. Il risultato è l’abrogazione dei reati fallimentari commessi da Tanzi, Cagnotti, dai correi”. Non basta. “Subito dovrà essere pronunciata sentenza di assoluzione perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato per tutti gli imputati, inclusi i rappresentanti delle banche”. Siamo arrivati a Geronzi. Chiede la Gabanelli a Cascini: “Ma la norma vale anche per lui?”. Lapidaria la risposta: “Ovviamente sì”. Le toghe s’allarmano, i timori serpeggiano nelle mailing-list. Come in quella dei civilisti, Civil-net, dove Pasquale Liccardo scrive: “Ho letto la nuova Marzano. Aspetto notizie sulla nuova condizione di punibilità che inciderà non solo sui processi futuri ma anche su quelli in corso”. Nessun dubbio sulla portata generale della norma. Per certo non riguarderà la sola Alitalia, ma tutte le imprese. Vediamolo questo 7 bis, così titolato: “Applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare”. Stabilisce: “Le dichiarazioni dello stato di insolvenza sono equiparate alla dichiarazione di fallimento solo nell’ipotesi in cui intervenga una conversione dell’amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell’ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell’ammissione alla procedura”. La scrittura è cattiva, ma l’obiettivo chiaro: finora i manager delle grandi imprese finivano sotto processo per bancarotta a partire dalla sola dichiarazione d’insolvenza. Invece, se il 7 bis passa, l’azione penale resterà sospesa fino a un futuro, e del tutto incerto, fallimento definitivo. Commentano le toghe: “Una moratoria sine die, un nuovo colpo di spugna, una mano di biacca sulle responsabilità dei grandi manager le cui imprese sono state salvate solo grazie alla mano pubblica”. Con un assurdo plateale, come per Parmalat. S’interromperà solo perché il commissario Bondi evita il fallimento. Ma che la salva Geronzi sia costituzionale è tutto da vedere. Gli esperti già vedono violati il principio d’uguaglianza e quello di ragionevolezza. Il primo perché la norma determina un’evidente disparità di trattamento tra i poveri Cristi che non accedono alla Marzano, falliscono, e finiscono sotto processo, e i grandi amministratori. Il secondo perché l’esercizio dell’azione penale dipende solo dalla capacità del commissario di gestire l’azienda in crisi. Se la salva, salva pure l’ex amministratore; se fallisce, parte il processo. Vedremo se Berlusconi andrà avanti sfidando ancora la Consulta. da Repubblica.it del 9 ottobre 2008 |
| Fabrizio Frosini | |
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da L'Espresso : http://espresso.repub...
di Emiliano Fittipaldi e Gianluca Di Feo Così un pentito accusa Nicola Cosentino. E' il quinto collaboratore di giustizia a puntare il dito contro il sottosegretario all'economia. Che continua a rimanere al suo posto Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l'onorevole Nicola Cosentino. Egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione... Quando dice 'nostra' Dario De Simone parla dei casalesi, la più feroce organizzazione criminale campana. De Simone è stato uno dei loro capi: revolver alla mano, accanto al padrino Francesco Bidognetti ha ucciso una decina di persone. Poi nel 1996 ha deciso di collaborare con i magistrati: le sue rivelazioni sono state determinanti per il maxiprocesso Spartacus. Per gli inquirenti è un 'pentito' fondamentale, per il resto del clan un condannato a morte. Quando fa il nome di Nicola Cosentino, i killer gli hanno appena assassinato il fratello e il cognato. Ma va avanti: "L'onorevole aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni, era a disposizione per qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare. Se gli avessimo chiesto un certo tipo di lavoro pubblico, non esisteva che potesse rifiutarsi". [...] |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog Toghe : http://toghe.blogspot...
martedì 14 ottobre 2008 Su La Stampa del 6 ottobre u.s., Luciano Violante ha scritto un tristissimo articolo dal titolo “Dove arriva il potere del P.M.”. Chi se la sente può leggerlo a questo link. Quell’articolo è tristissimo per il suo contenuto intrinseco, per la provenienza da Luciano Violante (è surreale, infatti, che quelle cose le sostenga proprio Violante, che non ignora certamente i fondamenti tecnici delle norme costituzionali che lui fa finta di ignorare) e per il contesto nel quale l’articolo sopraggiunge (si prova una gran pena – si direbbe proprio un segno dei tempi – a vedere Violante sforzarsi in un maniera così umiliante – per lui – di compiacere la sua controparte politica proprio mentre si discute nell’opinione pubblica di un possibile posto per lui nella Corte Costituzionale). |
| Fabrizio Frosini | |
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da RAI NEWS 24 : http://www.rainews24....
ci sono magistrati in Calabria non estranei alla criminalità "Una parte rilevante della magistratura calabrese non è affatto estranea al sistema criminale che gestisce affari di particolare rilevanza in Calabria". La denuncia arriva da Luigi De Magistris, giudice del Riesame di Napoli in un intervista televisiva. "Sono dell'idea - ha aggiunto - che se la magistratura avesse remato tutta da una stessa parte e se la legalità, alla quale ogni magistrato si dovrebbe attenere, rappresentasse un patrimonio vero di tutta la magistratura calabrese, non staremmo qui a discutere come mai in 10 anni non è cambiato proprio nulla. Senza una parte della magistratura collusa, la criminalità organizzata sarebbe stata sconfitta. E il collante in questo sistema sono i poteri occulti che gestiscono le istituzioni. Io stavo indagando su questo fronte e ritengo che uno dei motivi principali del fatto che io sia stato allontanato dalla Calabria risiede proprio in questi fatti". Sul suo trasferimento deciso dal Csm, De Magistris ha detto che "quello che mi è accaduto è molto grave. E' un messaggio negativo nei confronti di un territorio che doveva ricevere altri messaggi. Il Consiglio superiore della magistratura avrebbe dovuto dare un segnale positivo alla Calabria e starmi vicino". Catanzaro | 18 ottobre 2008 |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog voglioscendere , 19 ottobre 2008 : http://www.voglioscen...
Spangher, chi era costui? L’altro giorno, grazie a Gian Antonio Stella, abbiamo scoperto che Cesare Previti è ancora iscritto all’Ordine degli avvocati di Roma, due anni e mezzo dopo le condanne definitive per Imi-Sir (6 anni) e Mondadori (1 anno e mezzo). Comprava i giudici e le sentenze, ma chi se ne frega. Evidentemente Cesarone, pur lontano dai riflettori, continua a contare parecchio. Lo dimostra il candidato scelto dal Pdl per la Corte costituzionale al posto dell’impresentabile (nel senso etimologico del termine) Pecorella. Si chiama Giorgio Spangher, ha 64 anni, è un avvocato triestino, insegna Procedura penale alla Sapienza ed è stato membro laico del Csm dal 2002 al 2007 in quota FI. Anzi, in quota Previti. Per 5 anni si battè come un leone contro i migliori magistrati d’Italia, da quelli di Palermo a quelli di Milano. Ma fu nell’estate del 2003 che gettò la maschera: il ministro Castelli aveva appena ricevuto la relazione, ancora top secret, dei suoi ispettori che proponevano di punire i pm Colombo e Boccassini perché rifiutavano di mostrare a Previti e Berlusconi il fascicolo 9520/95 coperto da segreto (obbedivano alla legge). Spangher lavorò di sponda: come presidente della I commissione del Csm, che segue le procedure di trasferimento, attivò una pratica per cacciare Colombo e Boccassini da Milano per “incompatibilità ambientale". Intanto un sedicente "Comitato per la Giustizia" li denunciava alla Procura di Brescia per abuso d’ufficio (sempre per aver tenuto segreto un fascicolo segreto). Fu allora che, grazie a un giornalista, si scoprì il perché della solerzia spangheriana: il professore, oltreché membro del Csm, era anche un consulente retribuito dei coimputati di Previti e Berlusconi nel processo Imi-Sir/Mondadori, avendo firmato per le loro difese ben tre pareri "pro veritate" contro i magistrati milanesi. Conflitto d’interessi? "Ma no, ho dato quei pareri - si difese l’interessato - senza guardare le carte". Una barzelletta. I primi due pareri, stilati per conto degli eredi di Rovelli e di Giovanni Acampora (poi condannati per corruzione giudiziaria), portano le date del 16 luglio e del 4 ottobre 2001, quando le difese speravano di far annullare il rinvio a giudizio di tutti gli imputati in base alla sentenza della Consulta che aveva annullato alcune tappe dell’udienza preliminare. Spangher diede manforte, scrivendo che su tutti gli atti del gup pendeva un "vizio assoluto e oggettivo". Dunque s’imponeva l’annullamento del rinvio a giudizio e "la regressione processuale per tutti gli imputati" alla casella di partenza: nuova udienza preliminare. Il Tribunale fu di diverso parere e il 23 novembre 2001 salvò gli atti cambiandone la motivazione. Sfumata la speranza di azzerare il processo, partirono le manovre per farlo trasferire da Milano a Brescia, con la legge Cirami. Anche sul legittimo sospetto Spangher, consulente multiuso, si diede da fare: nuovo parere del 23 maggio2002, sempre a favore del figlio e della vedova di Rovelli: "Ho esaminato le richieste dei signori Rovelli nonché di Berlusconi, Verde, Pacifico, Previti... Sull’intero Tribunale di Milano grava un legittimo sospetto non eliminabile con normali misure". Il professore si avventurava poi in spericolati paralleli fra la Milano del 2002 e l’Italia dei "procedimenti post-bellici ai collaborazionisti" col fascismo. Descriveva una Milano in preda a moti pre-insurrezionali: "lacerazione e frattura del tessuto sociale, istituzionale, politico ed economico", in cui "agli imputati è impossibile esplicare pienamente i diritti processuali". Colpa del “Resistere, resistere, resistere” di Borrelli, dei girotondi e addirittura del "contrasto istituzionale del ministro con il Csm". Dunque i processi dovevano passare a Brescia: "Nell’interesse di tutti", beninteso. La Cassazione smentì ancora una volta le sue tesi. Ma Spangher intanto aveva già traslocato a Palazzo dei Marescialli. Qui, il 15 luglio, la VI commissione discuteva del segreto opposto dai due pm agli ispettori sul fascicolo 9520/95. E tirava aria di sconfitta per Previti & C. Così il consigliere-consulente fece arrivare dal ministero la relazione ispettiva contro i due pm. Una manina gentile ne recapitò subito copia al Giornale, che l’indomani la pubblicò in esclusiva. Castelli non gradì e prese le distanze. Rognoni, vicepresidente del Csm, criticò il conflitto d’interessi di Spangher, che alla fine non partecipò al voto del Csm sull'ispezione a Milano. Ora potrebbe diventare giudice costituzionale, al posto di Romano Vaccarella (già avvocato civilista di Previti). La domanda è: alla Corte costituzionale c’è un seggio riservato a Previti, come i banchi ex voto delle chiese, o si può nominare anche uno che non abbia lavorato per Cesare? Marco Travaglio Ora d'aria l'Unità, 18 ottobre 2008 |