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Fabrizio Frosini
Posted Oct 31, 2009 9:45 PM
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L'Unità



Camorra, la minaccia dei Casalesi su Marrazzo




Cercavano la droga e un boss latitante, sono inciampati nel telefono di un collega carabiniere e poi precipitati nel video sex di Marrazzo.
E' un altro lato della storia.
Uno di cui si parla poco, ancora confuso perché c'è di mezzo un morto, i clan, un'inchiesta più grande che inciampa in una, sotto il profilo criminale, sicuramente più piccola.
Entrambe non si sa che fine faranno.

La rovina dell'ex governatore del Lazio comincia quando gli investigatori del Ros, verso la metà di settembre, seguendo una pista di narcotraffico e di criminalità organizzata ascoltano una frase: "Dobbiamo vendere il video del Presidente".
Mentre gli investigatori sono sulle tracce di un pericoloso latitante seguendo i percorsi del mercato della cocaina che dalla provincia di Caserta risale verso Roma passando per il basso Lazio, s'imbattono nel telefono di uno dei quattro carabinieri poi arrestati.
Da quel momento l'indagine devia, va decisamente fuori strada, finisce in un pantano di trans, ricatti e reputazioni rovinate e svela una storia di ritorsioni e vendette.

I punti certi.
Da tredici anni i militari del Ros danno la caccia ad Antonio Iovine, 45 anni compiuti meno di un mese fa, viceré dei Casalesi ancora a piede libero insieme con Michele Zagaria, l'altra primula rossa della criminalità organizzata del casertano.
A settembre, poco prima che venga intercettata la frase sul «video del Presidente», un’informativa dei carabinieri di Caserta avvisa che ‘o Ninno (Iovine), potrebbe aver trovato rifugio per la sua latitanza nel tratto di territorio che va dal litorale domitio fino al golfo di Gaeta, il sud pontino, il basso Lazio, in un posto qualsiasi tra Formia, Latina, Fondi e Sperlonga dove i clan da anni, raccontano le inchieste, riciclano danaro, fanno arrivare la droga e la smistano verso nord, soprattutto verso la Capitale.

Ora, originario di Sperlonga, è proprio Gianguarino Cafassi, il pusher dei trans, in stretto contatto con Marrazzo e confidente dei carabinieri della compagnia Trionfale: colui che secondo i verbali degli arrestati aveva soffiato la presenza del Governatore in via Gradoli.
Uno dei protagonisti del caso ma di cui finora è stato, forse, detto molto poco.
Cafassi è anche l’uomo che, hanno raccontato le croniste di Libero Brunella Bolloli e Fabiana Ferri, il 18 luglio le contatta e offre il video di Marrazzo per 500 mila euro.
«Ho bisogno di questi soldi, la mia vita è in pericolo» dice loro in modo confuso.

L’uomo che ha avuto tutte queste parti in commedia, è stato trovato morto il 12 settembre in una stanza d’albergo della Capitale.
Arresto cardiocircolatorio, diceva il referto redatto dalla polizia.
Overdose, è molto probabile.
«Grossi problemi di salute, pesava 200 chili» dicono oggi gli investigatori.
I quali però hanno deciso, su indicazione dei magistrati, di «fare verifiche sul fascicolo di Cafasso».
Andare a vedere meglio e più a fondo di cosa è morto, come, perché.
Anche la sua abitazione sarà analizzata meglio.
Cercando altro.

Passo dopo passo, le domande seguenti sono: esistevano rapporti tra i Casalesi del basso pontino e Cafasso?
Era, per dirla in chiaro, colui che garantiva copertura, ad esempio, nel ricco mercato dei trans?
E poi, che rapporti c’erano tra Cafasso e Marrazzo?
Qualcuno bisbiglia oggi che tra i due ci fosse «un rapporto diretto».
Certo è che le visite di Marrazzo in via Gradoli, così frequenti, spesso di mattina, e con così tanti soldi (5 mila ma forse anche 15 mila in mazzette da 500) farebbero ipotizzare visite più legate al bisogno di consumare droga che al sesso.

Mancano tanti pezzi importanti alla storia.
Cafasso non può più parlare.
Brenda e Michelle, altri due trans frequentati da Marrazzo in via Gradoli, non sono più stati trovati.

I 4 carabinieri cercano di allontanare da sé il maggior numero di responsabilità: il video, per esempio, lo avrebbe girato Cafasso (il gip non ci crede e lo addebita a loro).
I trans parlano, anche troppo, ma le loro parole vanno riscontrate una per una.
Marrazzo dovrà dire molto perché finora ha detto poco e in modo confuso.

Un fatto è certo, e torniamo al sud pontino controllato dai clan: il governatore tra agosto e settembre ha dato qualche dispiacere a chi gestisce gli affari in quella zona.

A fine agosto, nonostante le resistenze, ha fatto nominare un nuovo direttore del Mercato ortofrutticolo, un tecnico in grado di tenere i clan lontano dagli affari del mercato.

Due settimane fa, sempre a Fondi, aveva detto no ad un’altra nomina importante che vede coinvolti Mof e Imof, la società che gestisce gli immobili del mercato per cui negli anni sono stati spesi 75 miliardi della Cassa Mezzogiorno.
Il no di Marrazzo è stato ignorato.
Dopo pochi giorni lo hanno chiamato i carabinieri.
E la sua vita politica è finita per sempre.



Claudia Fusani
31 ottobre 2009

Fabrizio Frosini
Posted Oct 31, 2009 10:00 PM
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L'Unità


L'Ocse critica l'Italia:



"Preoccupati per lo scudo fiscale"





Critiche alle misure adottate sul rientro dei capitali dall'estero e sul falso in bilancio arrivano dal Gruppo di azione finanziaria internazionale contro il riciclaggio di capitali (Gafi).

Lo scrive il settimanale Der Spiegel in uscita la settimana prossima.

Il Gafi è un organismo intergovernativo che fa capo all'Ocse e promuove la lotta al riciclaggio di capitali e al finanziamento del terrorismo.

Secondo il settimanale tedesco, in una lettera del 21 ottobre scorso, il presidente del Gafi Paul Vlaanderen ha espresso «seria preoccupazione» per «i potenziali effetti negativi» che le misure dello scudo fiscale avrebbero «sul sistema finanziario globale».

Vlaanderen ha sollecitato Tremonti a un «chiarimento il più presto possibile».


31 ottobre 2009
Fabrizio Frosini
Posted Oct 31, 2009 10:10 PM
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L'Unità



Berlusconi a Vespa:


"Non mi dimetto, neanche se mi condannano"



«Ho ancora fiducia nell'esistenza di magistrati seri che pronunciano sentenze serie, basate sui fatti. Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo stato di diritto».

Lo afferma il premier Silvio Berlusconi, in una dichiarazione contenuta nell'ultimo libro di Bruno vespa 'Donne di cuori', in riferimento ad alcuni processi in corso a suo carico.


Quanto al caso Mills - il legale inglese per il quale è stata confermata la condanna per corruzione - per Berlusconi «è una sentenza che certo sarà annullata dalla Corte di Cassazione».

Vespa chiede poi a Berlusconi come spieghi la campagna internazionale che si è scatenata su di lui da maggio in poi.

«È partita da Repubblica e l'Espresso - risponde il presidente del Consiglio - e su sollecitazioni di questo gruppo si è estesa ai giornali e ai giornalisti 'amici'. Per gettare fango su di me ha finito col gettare fango sul nostro Paese e sulla nostra democrazia».

Le affermazioni di Berlusconi hanno provocato reazioni ironiche o indignate a seconda dei casi.

Una nota serale del portavoce Bonaiuti ha finito per aggravare il quadro delle dichiarazioni del premier: «Il Presidente Berlusconi, nell'intervista a Bruno Vespa, ha detto chiaramente che una sentenza che non riconoscesse la sua piena innocenza ed estraneità al caso Mills sarebbe uguale ad un impossibile verdetto che decretasse che Silvio Berlusconi non è Silvio Berlusconi. Sarebbe cioè - afferma Bonaiuti - una sentenza così abnorme e così contraria alla verità da rendere davvero preoccupati sull'utilizzo politico della giustizia contro la verità e contro il responso della sovranità popolare».


31 ottobre 2009
Fabrizio Frosini
Posted Oct 31, 2009 11:04 PM
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Caso Marrazzo

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Repubblica



La cronologia delle varie trattative tra Roma e Milano attraverso le testimonianze


I direttori, l'avvocato e gli editori


video del ricatto, 3 mesi di mercato



I verbali. Uno degli arrestati: "Mi dissero che dovevano parlarne con Berlusconi"





ROMA - Cosa ne è del video di 2 minuti e 48 secondi girato in via Gradoli il 3 luglio scorso?
La trattativa che si intreccia tra Roma e Milano è ricostruita nelle testimonianze di Carmen Pizzutti Masi (agenzia Photo Masi), Massimiliano Scarfone (fotografo), Antonio Tamburrino, Carlo Tagliente e Luciano Simeone (tre dei quattro carabinieri arrestati giovedì 22 ottobre).
Eccole riordinate nella loro cronologia essenziale.

Roma. Seconda metà di luglio - Contatti senza esito
Tagliente: "Il primo contatto fu con un tale Riccardo, un imprenditore che a me non è mai piaciuto e che, per quanto di mia conoscenza fu presentato a Luciano Simeone da un suo confidente, tale Ottavio Gramazio".
Simeone: "Un'altra persona che conosceva la vicenda del video era Pietro Colabianchi, un imprenditore edile che ha delle case in Sardegna, dove sono stato in vacanza questa estate. Non so se lui abbia fatto qualcosa per venderlo".
Scarfone: "Antonio Tamburrino mi portò dai suoi amici che avevano il video (...). Dopo, sono andato a Milano per parlare con Carmen Masi che era molto interessata. Mi disse di prenderle un appuntamento".

Roma. 7 Agosto - Appare Photo Masi
Pizzutti Masi: "Ho incontrato i proponenti del video a Roma insieme a mio marito Domenico Masi (...) Spiegammo che la ripartizione degli utili sarebbe stata il 30 per cento all'agenzia e il restante all'intermediario e possessore del filmato".
Tagliente: "Ci venne offerto un compenso di 50 mila euro. Valutammo positivamente l'offerta".

Milano. 25-28 Agosto - Appuntamento con "Oggi"
Pizzutti Masi: "Contattavo Umberto Brindani, condirettore del settimanale "Oggi". All'incontro partecipava anche Andrea Monti, direttore dello stesso settimanale. Acconsentivo a recarmi a Roma il primo settembre con il giornalista Giangavino Sulas per visionare il filmato".

Roma. 1 Settembre - Si cambia cavallo
Scarfone: "La trattativa con "Oggi" naufragò. Carmen, pertanto, ha dovuto cercare nuovi canali. È stato quindi contattato Signorini di "Chi" che ha indirizzato Carmen, sempre per quanto da lei raccontatomi, verso Belpietro (direttore di "Libero" ndr.)".

Milano. Primi di Ottobre - Da Mondadori
Pizzutti Masi: "Contattai il gruppo Mondadori nella persona di Alfonso Signorini, proponendogli il filmato, senza specificarne il contenuto. Ho incontrato Signorini a Cologno Monzese, negli studi Mediaset, specificando il contenuto. Signorini mi diceva che poteva interessare, ma doveva consultarsi ed era necessaria la visione (...) Acquistavo un biglietto ferroviario per Antonio Tamburrino".

Milano. 5 Ottobre - Con il video nei sotterranei
Pizzutti Masi: "Intorno alle 11 io e mio marito incontrammo Antonio alla stazione centrale. Ci consegnò un cd in una custodia rigida priva di segni di riconoscimento (...) Mio marito è rimasto con Antonio mentre io mi sono recata con l'avvocato Eller Vanicher a Segrate, uffici della Mondadori, ove ci attendeva Alfonso Signorini. Preciso che Signorini, data la sua riservatezza e in ragione del fatto che non conosco personalmente il nuovo direttore di "Panorama" Mulè, rappresentava per me il tramite più affidabile per entrare in contatto con direttori di altre testate giornalistiche Mondadori. (...) Siamo scesi nei piani seminterrati di Segrate dove esiste una struttura tecnica. In un pc, Signorini, insieme a me e al mio avvocato, è riuscito finalmente anche alla presenza di un tecnico a visionare il tutto (...) Signorini mi ha chiesto di lasciargli il video per consentire la visione ad altri membri della Mondadori. Acconsentivo a che copiassero il video, facendomi rilasciare una ricevuta su carta intestata "Sorrisi e canzoni". Tornavo nei miei uffici dove ribadivo ad Antonio Tamburrino che la nostra richiesta alla Mondadori sarebbe stata di 100 mila euro, di cui il 70 per cento a loro e il 30 a noi".
Tamburrino: "La signora Carmen mi disse che i dirigenti Mondadori avrebbero riferito del contenuto al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi".

Scarfone: "Dopo il viaggio di Antonio a Milano, Carmen, secondo quanto da lei riferitomi, ha fatto vedere il video a Feltri, Signorini e Belpietro".

Milano. 5-10 Ottobre - "C'è Libero"
Pizzutti Masi: "Signorini mi chiamò dicendomi che ci sarebbe potuto essere un interessamento di "Libero" con compenso di 100 mila euro".

Milano 10-19 ottobre - Angelucci dice "sì"
Pizzutti Masi. "Il 19 ottobre, sul mio cellulare, ho ricevuto la telefonata di Belpietro, che mi invitava per il 12 ottobre, alle 15, presso la redazione di "Libero". (...) Belpietro mi disse che era a conoscenza che a Roma, da circa tre settimane, girava la voce che esisteva un video con Marrazzo, mostrandomi tra l'altro un sms ricevuto dal giornalista Gianluigi Nuzzi che lo informava dell'esistenza del filmato e che era in vendita per 20 mila euro (...) Dopo ulteriore telefonata con Signorini, il 14 ottobre, verso le ore 12, Angelucci, editore di "Libero", è venuto qui alla Photo Masi e ha visionato il filmato sul nostro pc, dicendosi interessato. Per correttezza ho informato Signorini dell'avvenuto incontro con Angelucci. Verso le 17, Signorini mi ha contattato dicendomi di fermare tutto perché "Panorama" era interessato. Il 19 ottobre, Signorini mi ha telefonato dicendomi che mi avrebbe chiamato Marrazzo perché la cosa, per ovvii motivi, interessava anche lui. Infatti, il 19 ottobre, tra le 15 e le 15.30, mi contattava Piero Marrazzo. Chiesi: "Ci dobbiamo vedere?". Rispose di sì. Precisavo che l'incontro si sarebbe dovuto svolgere alla presenza del mio legale. Ebbi il suo assenso. Marrazzo mi disse che mi avrebbe fatto chiamare da un suo rappresentante a patto di lasciare tutto fermo fino a mercoledì. Il 20 ottobre, alle 19.14, ho ricevuto la telefonata dalla persona incaricata da Marrazzo. Concordammo di incontrarci per le 20 del 21 ottobre nello studio del mio avvocato".

Non ci sarà il tempo.
Nella notte tra il 20 e il 21 ottobre i carabinieri del Ros sequestrano il video nella sede della Masi.
Nella notte tra il 21 e il 22, vengono arrestati i 4 carabinieri della stazione Trionfale.



CARLO BONINI
(31 ottobre 2009)





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Fabrizio Frosini
Posted Nov 2, 2009 3:38 PM
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Corriere


Lo strappo


Cacciari: addio alla politica


Sconfitti tutti i miei progetti



«Questo Pd è il vecchio disegno di D'Alema. Non mi interessa»

«Condivido la scelta di Rutelli ma con l'Udc non ho nulla a che fare»



«Non intendo più candidarmi a nulla. Nel 2010 non farò più il sindaco di Venezia, né il deputato. Basta. Quante volte occorre essere sconfitti in una vita?».

Massimo Cacciari si ritira?
«Continuerò a dire la mia, ma non accetterò più impegni organizzativi. Ho già dato, serve realismo. Trent'anni fa speravo con altri di poter imprimere una svolta al Pci. Poi ci ho provato con Occhetto, quindi con il partito dei sindaci, con l'Asinello di Prodi, con la Margherita e infine con il Pd. Quel che ora dice Rutelli io l'avevo detto molto tempo prima. A chi dovrei continuare a predicare?».

E guidare il movimento di Rutelli?
«Ma quando mai mi si è offerto di guidare qualcosa? E comunque non me ne frega niente, il potere mi fa ridere. Stimo Tabacci e, a Rutelli, mi lega una affettuosa amicizia. Condivido la sua scelta, ma io con l'Udc non ho nulla a che vedere. Né con gli altri».

Cioè il Pd di Bersani?
«Gli auguro successo, ma sarà la cosa 2, 3 o 4 di D'Alema. È un dramma quel che si profila nel Pd. L'intesa col centro è inevitabile e 'sta frittata qui, un centrosinistra da prima Repubblica che è il vecchio disegno di D'Alema, non mi interessa culturalmente. Anche se è l'unica via per sconfiggere Berlusconi».

Trovi lei un'altra via.
«E cosa dovrei fare? Più di come mi sono fatto il culo in questi anni? Nessuno mi ha mai filato, anche se ho avuto sempre ragione. In politica bisogna essere a tempo e non in anticipo, a 65 anni ho capito che non sono capace di fare politica. Il mio amico D'Alema sì, che è capace».

Ha mediato con Rutelli.
«Non sento D'Alema da quando avevo i calzoni corti, ma so per certo cosa gli ha detto. "Ti capisco, Francesco. Fai il centro e ci incontreremo in una bella alleanza"».

D'Alema potrebbe diventare ministro degli Esteri Ue.
«Sì, dopo aver rimestato nel pollaio in modo tale da diventarne l'ambasciatore più rappresentativo... È lo stesso film del '98, quando D'Alema nel casino generale fa un bell'accordo fuori dal centrosinistra e diventa premier».

Rimpiange Prodi?
«Macché, lasciamolo perdere Prodi. Veltroni sì che aveva idee, ma non ce l'ha fatta per limiti personali e incapacità organizzativa. Fassino e Rutelli erano autenticamente per il Pd, sono stati generosi e nemmeno loro ce l'hanno fatta. Casini? Anche lui non ha capito nulla».

Le Regionali: un bagno?
«Non è detto. Bersani può anche tenere, Pd e centro assieme potrebbero fare meglio che alle Politiche».

La Bindi accusa Rutelli di pensare al se stesso.
«Vada a spasso. Ci vorrebbe un libro per raccontare i disastri che ha fatto la Bindi».

Quanta amarezza..
«Macché amarezza, una liberazione. Non vedo l'ora di tornarmene all'università».


Monica Guerzoni
02 novembre 2009

Fabrizio Frosini
Posted Nov 5, 2009 8:43 PM
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Il Fatto Quotidiano


Marco Travaglio



Ma io difendo quella croce




Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole.
E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano.
Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch’io.

Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all’immigrazione selvaggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo.

Fa tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”, come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove.

Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di “radici cattoliche”.

Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino.

Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i “genitori ideologizzati” e la “Corte europea ideologizzata” tirando in ballo “la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica”.
La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”.

Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze.
Se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito.

Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una “tradizione” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).

Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula.
È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione.
L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”).

Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta.
Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi.
È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.

Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse:
Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”.

Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso.
Ma, all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo.
Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell’uomo in croce.
Anzi, le mancano proprio le parole.
Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici.
E i clericali.


da Il Fatto Quotidiano n°38 del 5 novembre 2009
Fabrizio Frosini
Posted Nov 7, 2009 7:44 PM
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da La Stampa



Un augurio più che una certezza



MARIO DEAGLIO

E’ più che comprensibile che il governo dia ampio risalto alla favorevole valutazione che risulta dal «superindice» dell’Ocse, dal momento che si tratta indubbiamente di un dato gradito proveniente da un ente di alta reputazione, in passato non certo tenero nei suoi giudizi sull’economia italiana.

Se però si va a guardare con attenzione dentro questi dati, ci si accorge che il giudizio dell’Ocse è un augurio per il futuro, non la certificazione di qualcosa di già accaduto o in corso.
La banalizzazione della notizia rischia di presentare all’opinione pubblica un’Italia in piena ripresa, addirittura alla guida della crescita mondiale.
La realtà è molto diversa
: non abbiamo vinto la coppa, siamo (forse) ancora ammessi a partecipare al campionato.

Per valutare bene questa situazione bisogna prima di tutto ricordare che, come ammoniscono i suoi stessi autori, il «superindice» ha un valore qualitativo e non quantitativo.
Il suo scopo è quello di segnalare in anticipo i punti di svolta, del ciclo economico, non quello di misurare l’intensità dell’espansione o della recessione.

Funziona, in altri termini, come una sorta di campanello; la sua qualità è discreta o buona sul totale dell’area Ocse e per l’Unione Europea nel suo complesso, ma diventa piuttosto instabile per i singoli Paesi.

Nel segnalare l’inizio della crisi attuale, il campanello ha suonato tempestivamente per gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e la stessa Italia; ha suonato invece quasi contemporaneamente alla crisi per il Brasile e la Russia; ha inviato segnali troppo ritardati per il Canada, l’India e il Giappone.

Purtroppo, il fatto di avere «azzeccato» un punto di svolta di un ciclo non garantisce che sarà azzeccato quello successivo: per l’Italia il «superindice» ha fornito piccoli ma erronei segnali di espansione nel 2001 e nel 2003, per l’area Ocse nel suo complesso segnalò nel 2003 una recessione che poi non si verificò.
Si tratta quindi di un complemento prezioso per una diagnosi complessa, non di un termometro miracoloso che «consacra» la ripresa o la recessione di un sistema economico; in una lunga nota di «istruzioni per l’uso» la stessa Ocse mette in evidenza il suo carattere ausiliare nell’analisi congiunturale e la possibilità di suoi andamenti irregolari.

Il «superindice», in ogni caso, appare in forte salita: oltre che per l’Italia, anche per Francia, Regno Unito e Cina viene diagnosticata non già una semplice «ripresa» ma addirittura una condizione di «espansione».
Gli stessi estensori si devono essere resi conto del carattere dubbio di quest’analisi dal momento che invitano a una speciale cautela.
Ciò che questo numero misura, infatti, non è la semplice espansione di un’economia, ma il rapporto tra l’espansione e il suo potenziale di crescita.
Una riduzione di questo potenziale, a seguito della crisi che stiamo attraversando, fa salire il rapporto, a parità di altre condizioni, fornendo una falsa indicazione positiva.
In altre parole, se la cilindrata del «motore Italia» si è ridotta in questi anni - come molti episodi sembrano indicare - andando alla stessa velocità, il motore si viene a trovare più vicino ai suoi limiti.
Per usare una metafora calcistica, l’Italia potrebbe trovarsi nelle prime posizioni della «serie B» dell’economia mondiale, mentre quando la crisi è cominciata si trovava all’ultimo posto della «serie A».

Quest’analisi è doverosa non già per «gufare», ossia per «giocare contro» la ripresa del Paese, ma anzi per consentire una realistica valutazione delle possibilità ed evitare delusioni successive.
Una simile valutazione realistica porta a sottolineare alcune potenzialità del Paese e in particolare la presenza, grazie al risparmio delle famiglie, di forti e diffuse risorse finanziarie che controbilanciano il pur gigantesco debito pubblico; in altri Paesi, come il Regno Unito e gli Stati Uniti, la prolungata assenza di risparmio famigliare costituisce un grave handicap per la ripresa.
Qualcosa su cui costruire c’è; non si costruirà, però, senza modificare fortemente la struttura produttiva e la distribuzione dei redditi con procedimenti che saranno indubbiamente sgradevoli per alcune fasce sociali, detentrici di privilegi, spesso piccoli ma molto diffusi, e quindi pesanti per le finanze pubbliche.
Purtroppo né la maggioranza né l’opposizione sembrano impegnate a disegnare un futuro a dieci-vent’anni, spesso l’orizzonte del dibattito politico non arriva a dieci-venti mesi.
Si pensa erroneamente di essere all’avanguardia nella crescita e si tagliano gli investimenti nella «banda larga», ossia in uno dei comparti più tecnologici della produzione; ci si impegna solennemente a sostenere la ricerca e si tagliano le risorse per i ricercatori.

Per questo si rischia di sottolineare oltre il suo reale significato un segnale congiunturale positivo, com’è quello dell’Ocse, e non vedere il deterioramento della struttura; è più facile ricordare che quella italiana è - ancora - la sesta economia del mondo, come ha fatto il presidente del Consiglio (in realtà gli ultimi dati della Banca Mondiale ci collocano comunque al settimo posto nel 2008, che diventa il decimo se si tiene conto dell’effettivo potere d’acquisto dei redditi degli italiani) e dimenticare che nella classifica dei redditi per abitante siamo ormai al 39° posto, sensibilmente al di sotto dei grandi Paesi dell’Europa occidentale, sopravanzati dalla Spagna.


mario.deaglio @ unito.it

7/11/2009

Fabrizio Frosini
Posted Nov 8, 2009 8:36 PM
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da Il Fatto Quotidiano





DOSSIER MARRAZZO




Fabrizio Frosini
Posted Nov 9, 2009 3:24 PM
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LA MORTE DI STEFANO CUCCHI



L'Unità


Incredibile Giovanardi

«Cucchi è morto di droga»



«Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto - e la verità verrà fuori - soprattutto perché pesava 42 chili».
Lo ha detto il sottosegretario Carlo Giovanardi, intervenuto a «24 Mattino» su Radio 24, che ha diffuso il testo dell'intervista, per parlare di droga.
«La droga - ha continuato Giovanardi - ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato... certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così».

Intanto è on line sui siti di http://www.abuondirit..., italiarazzismo.it, innocenti evasioni.net la documentazione clinica di Stefano Cucchi.

«Non c'è alcun mistero sulla morte di Stefano Cucchi. Può sembrare paradossale, ma tutto è documentato e leggibile negli atti» queste sono le parole del professor Luigi Manconi riferite dall'on. Giuseppe Giulietti dell'associazione Articolo21.
«E si tratta di un atto di accusa che non può essere ignorato , né dalle istituzioni , né dalla politica né, per quanto ci riguarda dai media. Per queste ragioni - prosegue Giulietti - l'associazione Articolo21 non solo ha deciso di riprendere la documentazione ma anche di chiedere a tutti i blog e a tutti i siti di linkare i video e la documentazione pubblicata. Ci auguriamo, infine che tutte quelle trasmissioni che hanno trovato il tempo e lo spazio per dedicare ore e ore di trasmissioni ai delitti di Cogne, di Perugia, di Garlasco vogliano finalmente dedicare analoghe attenzione alla vergognosa vicenda di Cucchi o a quella già dimenticata di Aldo Bianzino o alla restituzione della memoria e della verità alla famiglia Aldrovanti di Ferrara, la cui vicenda per molto tempo fu circondata da un silenzio complice ed omertoso. Comprendiamo che si tratti di "delitti più scomodi" e meno utilizzabili all'industria della paura ma non per questo si può fingere di non vedere, di non sentire e di non sapere».

Le reazioni
Le parole di Carlo Giovanardi «si commentano da sole».
Quel che è certo è che «la famiglia è sempre in attesa di giustizia».
Così Giovanni Cucchi, il padre di Stefano, risponde al sottosegretario secondo cui il giovane è morto perché anoressico e drogato.
«Che Stefano aveva dei problemi non lo abbiamo mai negato - dice Giovanni Cucchi - ma non per questo doveva morire così».

«Giovanardi oggi ha perso una buona occasione per tacere. Non si può fare sterile propaganda politica su un ragazzo morto per circostanze ancora tutte da verificare».
Lo ha affermato Stefano Pedica, senatore dell'Italia dei Valori, a proposito delle dichiarazioni del sottosegretario sulla morte di Stefano Cucchi, intervenuto oggi a '24 Mattino' su Radio 24.

«Le parole di Giovanardi sulle cause della morte di Stefano Cucchi sono stupefacenti» ha dichiarato invece Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri.
«Non sappiamo - aggiunge Gonnella - se Stefano Cucchi è morto per le violenze subite, per le cure negate o per altra ignota causa. Sicuramente la concausa della morte di Stefano Cucchi è una legge iper-punitiva (la Fini-Giovanardi) che tratta chi fa uso di droghe personali come un delinquente e lo butta irrimediabilmente in galera».
È per questo, aggiunge, che «le parole del ministro Giovanardi sono sorprendenti».
«Soprassedere sulle violenze, sui diritti calpestati, su quanto caduto in questi sei giorni e dare tutta la colpa alla droga è quanto meno singolare - dice ancora Gonnella - Picchiare chi usa droghe è lecito? Abbandonare a se stessi chi fa uso di droghe è lecito? Ci risponda il ministro Giovanardi la cui legge illiberale e punitiva (che assimila droghe leggere e droghe pesanti) ha creato la tragedia del sovraffollamento carcerario».

«Di fronte ad un caso come quello di Stefano Cucchi, su cui è indispensabile ed urgente fare chiarezza quanto prima, le parole del sottosegretario Giovanardi sono il peggio che certa politica possa esprimere al cospetto di una tragedia umana su cui gravano dubbi e sospetti di responsabilità esterne», afferma Roberto Giachetti del Pd.
«Dichiarare che il ragazzo è morto perché anoressico e drogato significa non solo violare la dignità ed il rispetto per le istituzioni che la famiglia ha sin qui dimostrato - aggiunge - ma soprattutto evidenzia una disarmante leggerezza, un'inquietante superficialità e una vergognosa rozzezza di giudizio a cui il sottosegretario Giovanardi non è purtroppo nuovo. C'è un'indagine in corso e tutte le istituzioni, governo e parlamento in primis, dovrebbero augurarsi che si riesca ad accertare la verità stabilendo le reali e precise cause della morte di Stefano Cucchi, senza avventurarsi in ipotesi fantasiose o peggio ancora, come fa Giovanardi, sproloquiare per ragioni propagandistiche sulla pelle di un ragazzo che non c'è più. Consiglio al sottosegretario di seguire l'esempio di una famiglia così provata eppure così dignitosa nel proprio dolore: Giovanardi attenda l'esito delle indagini in religioso silenzio».


09 novembre 2009
Fabrizio Frosini
Posted Nov 10, 2009 8:30 PM
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Il Fatto Quotidiano



M'illumino d'incenso


Scodinzolini colpisce ancora




di Belfagor


Dopo i celebri editoriali per rivendicare la censura sul caso Berlusconi-D’Addario e insultare i manifestanti per la libertà di stampa, ieri sera il manganello personale di Berlusconi, al secolo Augusto Minzolini, è tornato a parlare alla Nazione per conto terzi.

Ha sferrato – “senza contraddittorio”, come direbbero i suoi mandanti - un durissimo attacco al pm antimafia Ingroia, accusandolo di difendere la legalità e dunque di sovvertire la Costituzione.
Alla quale Minzo è tanto affezionato: infatti spiega che i costituenti (cita il suo vecchio amico De Gasperi) “avevano previsto l’immunità parlamentare per assicurare l’equilibrio fra i poteri”.
Poi purtroppo fu abolita in seguito a fantomatiche “operazioni mediatiche” dopo Tangentopoli: un “vulnus che va sanato” ripristinandola.

Naturalmente non è vero niente: i costituenti non avevano stabilito alcuna immunità, ma l’autorizzazione a procedere per preservare i politici di opposizione da processi per reati “politici”, funzionali o di opinione, non certo per reati comuni.
Il Parlamento ne abusò per bloccare processi per mafia e tangenti.
Poi, a furor di popolo, la abolì.

È un peccato che nessuno possa raccontare la verità ai telespettatori del Tg1.
Ma questo è il contraddittorio alla Scodinzolini: raccontare balle in beata solitudine.


da Il Fatto Quotidiano n°42 del 10 novembre 2009
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