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Amici di Grillo, Travaglio e De Magistris - Meetup EMPOLI Message Board › AMBIENTE, INQUINAMENTO, ACQUA, ENERGIA, SALUTE

AMBIENTE, INQUINAMENTO, ACQUA, ENERGIA, SALUTE

Fabrizio Frosini
Posted Sep 15, 2009 11:23 PM
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riportato sul blog di Grillo - 15 Settembre 2009 : lettera di Padre Zanotelli



ACQUA : IL GRANDE RIFIUTO



di padre Alex ZANOTELLI

Non avrei mai immaginato che il paese di Francesco d’ Assisi (Patrono d’Italia) che ha cantato nelle sue Laudi la bellezza di “sorella acqua” diventasse la prima nazione in Europa a privatizzare l’acqua!
Giorni fa abbiamo avuto l’ultimo tassello che porterà necessariamente alla privatizzazione dell’acqua.

Il Consiglio dei Ministri , infatti, ha approvato il 9/09/2009 delle “Modifiche” all’articolo 23 bis della Legge 133/2008 .

Queste "Modifiche" sono inserite come articolo 15 in un Decreto legge per l’adempimento degli obblighi comunitari.

Una prima parte di queste Modifiche riguardano gli affidamenti dei servizi pubblici locali, come gas, trasporti pubblici e rifiuti.
Le vie ordinarie ‐così afferma il Decreto‐ di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica è l’affidamento degli stessi, attraverso gara, a società miste, il cui socio privato deve essere scelto attraverso gara, deve possedere non meno del 40% ed essere socio "industriale”.
In poche parole questo vuol dire la fine delle gestioni attraverso SPA in house e della partecipazione maggioritaria degli enti locali nelle SPA quotate in borsa.

Questo decreto è frutto dell’accordo tra il Ministro degli Affari Regionali, Fitto e il Ministro Calderoli.
E questo grazie anche alla pressione di Confindustria per la quale in tempo di crisi, i servizi pubblici locali devono diventare fonte di guadagno.
E’ la vittoria del mercato, della merce, del profitto.
Cosa resta ormai di comune nei nostri Comuni?
E’ la vittoria della politica delle privatizzazioni, oggi, portata avanti brillantemente dalla destra.

A farne le spese è sorella acqua.
Oggi l’acqua è il bene supremo che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l’incremento demografico.

Quella della privatizzazione dell’acqua è una scelta politica gravissima che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, ma soprattutto dagli impoveriti del mondo (in milioni di morti per sete!)

Ancora più incredibile per me è che la gestione dell’acqua sia messa sullo stesso piano della gestione dei rifiuti! Questa è la mercificazione della politica!
Siamo anni luce lontani dalla dichiarazione del Papa Benedetto XVI nella sua recente enciclica Caritas in veritate dove si afferma che l’ ”accesso all’acqua” è "diritto universale di tutti gli esseri umani senza distinzioni e discriminazioni”.
Tutto questo è legato al “diritto primario della vita”.

La gestione dell’acqua per il nostro Governo è assimilabile a quella dei rifiuti!
Che vergogna!
Non avrei mai pensato che la politica potesse diventare a tal punto il paladino dei potentati economico‐finanziari.
E’ la morte della politica!

Per cui chiedo a tutti di:
protestare contro questa decisione del governo tramite interlocuzioni con i parlamentari, invio di e.mail ai vari ministeri
chiedere ai parlamentari che venga discussa in Parlamento la Legge di iniziativa popolare per una gestione pubblica e partecipata dell’acqua, che ha avuto oltre 400mila firme e ora ‘dorme’ nella Commissione Ambiente della Camera;
chiedere con insistenza alle forze politiche di opposizione che dicano la loro posizione sulla gestione dell’acqua e su queste Modifiche alla 23 bis;
premere a livello locale perché si convochino consigli comunali monotematici per dichiarare l’acqua bene comune e il servizio idrico “privo di rilevanza economica”;
ed infine premere sui propri consigli comunali perché facciano la scelta dell’Azienda Pubblica Speciale a totale capitale pubblico: è l’unica strada che ci rimane per salvare l’acqua.

Sarà solo partendo dal basso che salveremo l’acqua come bene comune, come diritto fondamentale umano e salveremo così anche la nostra democrazia.

E’ in ballo la Vita perché l’Acqua è Vita!


padre Alex ZANOTELLI
Fabrizio Frosini
Posted Oct 4, 2009 8:38 PM
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Corriere


Frane d'Italia



Novantanove anni ci mise l’Italia a dotarsi della carta geologica in scala 1 a 100 mila: dal 1877 al 1976, da Agostino Depretis ad Aldo Moro.
E per la nuo­va, in scala 1 a 50 mila (che gli esperti considerano già insufficiente) stiamo messi male: dal 1988 a oggi, dice l’ultimo rapporto del Proget­to Carg dell’Ispra, siamo a 44 fogli completati (più 26 «in corso di completamento» e 255 iniziati) su 652.
In ventu­no anni.
Dopo di che, spesi 81.259.000 euro (fate voi i conti) il progetto pare essere rimasto a secco di finanzia­menti.
Non porta voti, fare la carta geologica.

Ci sono insensatezze co­me queste, dietro la tragedia di Messina.
Insensatezze di un Paese che, come ha detto Napolitano, sogna opere fa­raoniche e trascura (che no­ia!) la manutenzione quoti­diana.
Quella che per secoli salvò, al contrario, la delica­tissima Venezia che ai piro­mani e a chi era sorpreso a tagliare un albero abusiva­mente attentando all’equili­brio idrogeologico infligge­va quindici anni di esilio «da tutte terre e luoghi del serenissimo dominio» e ai recidivi «sette anni in galera de condenati, a vogar il re­mo con ferri ai piedi».

Quanti hanno pagato dav­vero per le frane assassine del Vajont, della Val di Stava, di Sarno, di Soverato e tantis­sime altre?
Solenni proclami sul tema «mai più! mai più!», processi interminabi­li, diluvi di eccezioni proce­durali, avvocati pignolissi­mi, fascicoli di milioni di pa­gine e infine sentenze lette in tono burocratico tra le la­crime dei parenti: «Non è giusto, non è giusto…».
E via di nuovo, sperando nella buona sorte, con leggi sem­pre più permissive e distrat­te, come quel piano casa che fino alla mattina del terre­moto a L’Aquila aveva un ar­ticolo 6, precipitosamente soppresso, con scritto: «Semplificazioni in materia antisismica».

«Per mettere in sicurezza tutto il nostro Paese occorre­rebbero tra i 20 e i 25 miliar­di di euro», ha detto il sotto­segretario alla Protezione ci­vile, Guido Bertolaso.
Tanti.
E non è detto che basterebbe­ro.
Ma comunque meno di quanto i governi hanno do­vuto spendere negli ultimi decenni per intervenire «do­po», con le file di teli bianchi stesi sui morti.
Più ancora che un enorme sforzo finan­ziario, più che mai impegna­tivo di questi tempi, servireb­be però una svolta culturale.
La consapevolezza che uno Stato serio non può affidarsi alla dea bendata o ai rattoppi d’emergenza.
Ma anche che un pezzo di responsabilità della vita propria e di quella altrui è del cittadino.
Il singo­lo cittadino.

Che non può in­fischiarsene «prima» delle re­gole, quelle scritte e quelle del buon senso, per invocare lo Stato «dopo».

La storia di Messina, pur­troppo, è esemplare.
Lo dico­no le 8 mila pratiche non an­cora esaminate dal Comune (su 16 mila!) degli sventura­ti condoni del 1994 e del 1985 (un quarto di secolo fa) più altre 3 mila della sanato­ria 2003.
Lo dice il totale di­sinteresse per i rapporti dei geologi che già avevano pre­visto tutto negli anni 90.
Lo dice l’assalto di questi anni di assatanati palazzinari alle sabbiose colline cittadine grazie a un piano regolatore che avrebbe dovuto vietare tutto e fu varato invece con quasi 800 deroghe che per­mettevano tutto.
Di queste, 33 erano per Giampilieri.


Gian Antonio Stella

04 ottobre 2009

Fabrizio Frosini
Posted Oct 6, 2009 7:54 PM
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Repubblica


Quei misteriosi tumori di Paola, dove i giovani si ammalano di più

Nella Calabria dei rifiuti tossici statistiche allarmanti per il cancro

Tra i 30 ed i 34 anni il 2.90% contro la media nazionale dello 0.74%




PAOLA - Su 12.590 pazienti, a Paola, la percentuale di giovani ammalati di tumore è quattro volte superiore alla media nazionale.
Il picco di malattie si è registrato negli ultimi dieci anni "ma questi - spiega il dottor Cosimo De Matteis, che ha coordinato l'indagine come responsabile nazionale del sindacato medici italiani - sono i primi dati che abbiamo".

Paola è una cittadina tirrenica che si trova a metà strada tra Cetraro, dove è stata ritrovata la nave Cunsky, ed Amantea, dove si è spiaggiata l'ormai tristemente famosa JollyRosso.
Entrambe con il loro carico di fusti tossici.
Non si sa ancora con certezza dove siano stati interrati i rifiuti - la Procura di Paola sta indagando su questo - ma di certo proprio a partire dall'arrivo di quelle navi sono aumentati i tumori nella popolazione giovane.


Proprio nel 1990, il 14 dicembre, la Jolly Rosso arrivò sulla spiaggia nei pressi di Amantea, dove rimase abbandonata a se stessa per ben sei mesi, fino al giungo del '91.
E si ipotizza che quelli fossero anche gli anni dell'affondamento della Cunsky.

Ma perché solo ora la prima indagine?
De Matteis, stanco di veder morire i suoi pazienti, ha incrociato le cartelle di otto medici di base che contano 241 ammalati di tumore.
L'operazione può sembrare semplice, ma è una ricerca che nel contesto locale calabrese diventa difficile.
E che in altri paesi della costa probabilmente non avverrà mai: non sono molti i medici propensi a osare tanto.
Per questo "chiedo - dice De Matteis - che sia la Regione a fare uno studio sistematico su tutta la fascia tirrenica".

"Fino a qualche anno fa avevo pazienti ultracentenari, oggi neanche uno" - dice il dottor De Matteis - "Le ricerche sono state fatte a Paola ma ora ci si augura che anche i medici degli altri paesi costieri incrocino i dati per vedere se il fenomeno riguarda tutta la zona o no".

Veniamo ai dati.
La statistica realizzata da De Matteis dimostra che nella fascia tra i 30 ed i 34 anni, i giovani si ammalano di tumore con una media del 2.90% contro la media nazionale dello 0.74% per gli uomini e dello 0.86% per le donne.
Dai 35 ai 39 anni la media è del 2.07 contro quella nazionale dell'1.24 per gli uomini e dell'1.78 per le donne.
Nella fascia dai 40 ai 44 anni la media a Paola è del 4.15% contro il 2.11 per i maschi e il 3.33 per le donne.
Ma anche se guardiamo la fascia dei 60 - 64 anni il tasso del 15,77% è superiore all'11.43 dei maschi e all'11.69 delle donne.
Dopo i 65 anni la media scende.
"Chiedo il disastro ambientale" dice la senatrice Antonella Bruno Ganeri, che è stata due volte sindaco di Paola, dal '93 al 2001, e che è stata colpita personalmente dalla perdita di due figli giovanissimi, morti entrambi per tumore.
"Chiedo che il governo centrale si muova. Lo deve a chi non c'è più perché vittima del lavoro, come nel caso della Marlane, e dell'ambiente, come sta accadendo a Paola. Ci sono stati casi di ragazzini morti a dodici anni. Questa è una terra avvelenata da sostanze radioattive buttate qui come se la Calabria fosse la pattumiera d'Italia".

"Io ormai ho paura nell'aprire le analisi dei miei pazienti - dice De Matteis - ora tutti vogliono fare i test tumorali. Se mi arriva una ragazza con un nodulo deve aspettare mesi per una mammografia o un'ecografia. Come si fa a fare prevenzione in queste condizioni? Noi vogliamo il potenziamento del numero e della qualità degli strumenti diagnostici e anche più personale. Se c'è solo un radiologo come si fa a fare prevenzione?".

Ma perché i rifiuti tossici sono stati buttati proprio in Calabria?
"Attribuisco questo lento declino del territorio - dice la senatrice Bruno Ganeri - a due fattori: la depressione culturale in cui sta sprofondando il Paese e la malapolitica. La Seconda Repubblica non è mai decollata. In Calabria la politica ha abdicato ai propri compiti, è diventata clientela e mercato. La città di Paola è stata colpita. Cosa dobbiamo auspicare? Un esodo in massa per lasciare la nostra terra nelle grinfie della mafia e della mal politica? Spero che finalmente oggi si arrivi al punto di sapere la verità e che queste cose non vengano più insabbiate. Oggi abbiamo un Procuratore della Repubblica, Bruno Giordano ed un assessore regionale all'ambiente, Silvio Greco, che hanno fatto scudo contro il sistema dei faccendieri e della mala politica. Chiedo che lo Stato li sostenga".

L'assessore al turismo del Comune di Paola, Franco Perrotta, ha fatto sapere di non condividere i dati medici della ricerca realizzata a Paola, cifre e grafici che sono stati proiettati pubblicamente nello stesso Comune.
Secondo l'assessore, non esisterebbe un allarme tumori.

Dei nove medici di base, otto hanno partecipato alla ricerca.
"Solo uno non è riuscito a lavorare con noi - spiega De Matteis, dall'ospedale dove è ricoverato per malori cardiaci seguiti alle forti proteste dopo la pubblicazione del nostro articolo - non perché fosse in disaccordo ma perché ancora troppo addolorato dalla morte del suo giovane figlio, per tumore".


CARLO CIAVONI e ANNA MARIA DE LUCA
(6 ottobre 2009)

Fabrizio Frosini
Posted Oct 17, 2009 2:11 PM
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Corriere



Entro il 2048 quasi estinti i grandi pesci


Uno studio di «Science» : ipotesi di un’apocalisse acquatica

Dal punto di vista ecologico guida­re un fuoristrada Hummer e ordinare un sushi di tonno rosso in un ristorante sono altrettanto devastanti



Qual è la differenza tra guida­re un Hummer dallo smodato consumo di benzina e un sushi di tonno rosso in un ristorante?
Nessuna, entrambe le azioni sono devastanti dal punto di vista ecologi­co.
Bruciare ossi­do di carbonio, aggravando l’effetto serra e il riscal­damento del clima, è la stessa cosa che mangiar pe­sce, dieta perfetta per rallentare l’invecchiamento?
Duro da ammettere, è proprio così.

TONNI ROSSI
Poche creature degli oceani hanno la maestà dei grandi tonni rossi, siluri argentati e idrodinamici che possono arrivare a 700 chilogrammi di peso, 4 metri di lunghezza, eppur muoversi velocemente a oltre 40 chilometri l’ora.
Ma il «Bluefin» ha anche un’altra caratteristica, la carne più buona del mon­do.
E negli ultimi trent’anni un’armada sempre più tecnologicamente all’avanguardia e micidiale, fatta di navi e aerei da ricognizione, reti speciali, radar, sonar e perfino satelliti, ne ha decimato la popola­zione.
Lo sterminio del tonno Bluefin è emblemati­co di tutto quanto c’è di criminale e distruttivo nel­l’industria della pesca nel mondo.
Dove un’alleanza potente, fatta di multinazionali senza scrupoli, lob­bisti, governi compiacenti, consumatori irresponsa­bili e perfino accademici senza etica sta acceleran­do una catastrofe sistemica, con conseguenze incalcolabili per il pianeta.

LA FINE DEI PESCI
Finiranno i pesci? Non è più solo una domanda retorica.
Secondo uno studio della rivista Science, in mezzo secolo siamo riusciti a ridurre del 90% la popolazione di tutti i grandi pesci preferiti dal mer­cato.
Di più, se nulla accadesse, se le catture conti­nuassero a questo ritmo, entro il 2048, anno più an­no meno, tutte dicansi tutte le specie ittiche com­merciali avranno subito un «collasso» generale, nel senso che se pescherà sì e no il 10% dei livelli massi­mi, cioè quelli degli Anni ’80.
Con le parole di Da­niel Pauly, scienziato e docente al Fisheries Center della University of British Columbia, «i pesci sono in grave pericolo e se lo sono loro, lo siamo anche noi».

IL SAGGIO
«Aquacalypse now» ha definito Pauly l’inquie­tante prospettiva, in un recente saggio pubblicato su The New Republic e dedicato alla «truffa» messa in atto sin dagli anni Cinquanta dagli uomini con­tro gli oceani e i loro abitanti.
Uno schema predato­rio, rivolto all’inizio contro le popolazioni di mer­luzzi, pesci spada, naselli, sogliole e platesse del­l’emisfero settentrionale.
Poi, man mano che queste famiglie si assottiglia­vano, le flotte si sono mosse sempre più a Sud, pri­ma verso le coste dei Paesi in via di sviluppo e da ultimo verso i fondali dell’Antartico, in cerca di spe­cie nuove e sconosciute.
Quando poi i pesci di gran­de taglia e alto valore hanno cominciato a scompari­re, dai tropici ai poli non c’è stata più frontiera e limite: le barche hanno preso a catturare qualità sempre più piccole, mai in precedenza considerate commestibili per l’uomo.
L’alleanza sciagurata de­gli interessi ha funzionato benissimo, alimentata da una domanda mondiale di pesce insaziabile e di­sposta a pagare qualsiasi prezzo, pur di avere le qua­lità più prelibate.
Ma ora la lunga festa sta per fini­re.
Nel 1950, secondo i dati della Fao, nel mondo si catturavano 20 milioni di tonnellate metriche di pe­sce e molluschi.
Alla fine degli Anni ’80, il pescato mondiale raggiunse il massimo storico di 90 milio­ni di tonnellate.
Da allora, è in declino costante.

Co­me in una immane catena di Sant’Antonio, che ri­chiede i soldi di sempre nuovi finanziatori per paga­re i precedenti e rimanere in piedi, l’industria ha avuto bisogno continuamente di nuovi stock di pe­sce per continuare a operare.
Invece di regolare pe­riodi e quantità delle catture, consentendo alle spe­cie di riprodursi e stabilizzare i livelli di popolazio­ne, è andata avanti fino all’esaurimento, spostando­si altrove e saccheggiando i mari.
Se per l’Occidente ricco e affluente la fine dei pe­sci può sembrare una semplice disgrazia culinaria, per i Paesi emergenti, soprattutto nelle regioni più povere dell’Africa e dell’Asia, il pesce è la principa­le risorsa di proteine e una fonte di reddito per cen­tinaia di milioni di persone, piccoli pescatori e ri­venditori.
E non c’è solo questo.

«EFFETTI COLLATERALI»
«L’impatto della riduzione della fauna marina sull’ecosistema degli oceani è stato del tutto sottovalutato», ammonisce Boris Worm, biologo dell’Università di Kiel in Ger­mania.
«Fenomeni come l’esplosione della popola­zione di meduse e le alghe morte in molte zone co­stiere del mondo sono la diretta conseguenza della sparizione dei predatori dall’ecosistema marino», spiega Pauly, secondo cui la dinamica è aggravata dal progressivo riscaldamento dei mari.
Eppure, l’Aquacalypse non è inevitabile.
La buo­na notizia è che non è troppo tardi per scongiurar­la, a condizione che i governi si mobilitino.
Ma quello necessario è un tipo d’intervento sofisticato e coraggioso, ben oltre l’imposizione di quote an­nuali, che comunque andrebbero strutturate in mo­do nuovo per esempio distribuendo «accessi privi­legiati » a un numero limitato di pescatori.
Né basta una pur necessaria campagna di educazione dei consumatori, per incoraggiare prudenza e saggez­za di scelte.
Illusoria è anche la promessa dell’ac­quacoltura, che secondo alcune statistiche fornireb­be oggi già il 40% del pesce consumato nel mondo.
Intanto perché non c’è nessuna affidabilità sulle statistiche fornite alla Fao dalla Cina, che produr­rebbe già quasi il 70% del totale.
Ma soprattutto per­ché, fuori dalla Repubblica Popolare, il settore pro­duce principalmente pesci carnivori, come il salmo­ne, nutriti cioè con olii e macinati di aringhe, sgom­bri e sardine: «Ci vogliono quasi 2 chili di pesci pic­coli per produrre mezzo chilo di uno grande — spiega Pauly —, è come rubare a Pietro per pagare Paolo. In Occidente l’acquacoltura è un lusso, dal punto di vista della sostenibilità globale».
In realtà, aggiunge lo studioso, il punto centrale è scoraggia­re il complesso industriale della pesca, riducendo i sussidi: «Questo consentirebbe alla popolazione it­tica di ricostruirsi, mentre i miliardi risparmiati po­trebbero essere investiti nella ricerca per gestire meglio gli stock».
Di più, «tocca ai governi dividere in zone l’ambiente marino, identificando le aree do­ve la pesca è tollerata e altre dove non lo è».
Tutti i Paesi marittimi possono regolare i tratti fino a 200 miglia dalla loro costa, in base al Trattato del Mare dell’Onu: si tratterebbe quindi di creare un network planetario di riserve marine.
Più facile a dirsi.
Ma tant’è: «L’obiettivo minimo è ridurre del 50% la mortalità, per evitare l’ulteriore declino di specie a rischio», spiega Ransom Myers, biologo marino alla Dalhousie University in Canada.


Paolo Valentino
17 ottobre 2009

Fabrizio Frosini
Posted Oct 22, 2009 9:50 PM
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Informativa sulla nave dei veleni


Aiello Calabro : radioattività da 3 a 6 volte superiore alla media




La Commissione parlamentare sulle ecomafie disporra' il sequestro di almeno uno dei fusti individuati sul fondo marino a largo di Cetraro, accanto al relitto di una nave che non e' stata ancora identificata.


In alcune zone del comune di Aiello Calabro (Cosenza) e' stato rilevato un "inquinamento grave" con valori radioattivi "da tre a sei volte superiori alla norma".
Lo ha detto il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia nel corso dell'informativa del governo alla Camera sulla cosiddetta nave dei veleni scoperta al largo della Calabria.

Il sottosegretario ha elencato tutti gli interventi che si stanno mettendo in campo - sia sulla terraferma che in mare - per procedere entro tempi brevi all'accertamento dei reali valori di inquinamento della zona ed ha annunciato che verra' fatta una "indagine sistematica" su tutto il fiume Oliva.

Disposto il sequestro di un fusto della nave dei veleni
La Commissione parlamentare sulle ecomafie disporra' il sequestro di almeno uno dei fusti individuati sul fondo marino a largo di Cetraro, accanto al relitto di una nave che non e' stata ancora identificata.
Ad annunciarlo e' stato il presidente della Commissione bicamerale, Gaetano Pecorella, nel corso del sopralluogo che insieme a una delegazione della Commissione sta facendo in Calabria.

"Il provvedimento - ha detto Pecorella - e' gia' stato deciso e predisposto e adesso va notificato alle autorita' competenti". Il sequestro della Commissione ha un valore
giudiziario.

Proprio oggi che c'è mare grosso si compiono i rilievi
La Mare Oceano, la nave inviata dal Ministero dell'Ambiente per compiere rilievi sulla zona del relitto individuato a Cetraro e' stata costretta a rientrare sottocosta a causa del maltempo.
Tutta la zona e' interessata da mare grosso, vento e pioggia.
Condizioni che hanno reso impossibile l'inizio delle attivita' di ricerca sul relitto che avrebbero dovuto cominciare oggi.

In un primo momento la nave sembrava fosse destinata a rientrare a Vibo Marina, ma poi, per evitare di impiegare troppe ore per il rientro, e' stato deciso di farla fermare sottocosta.

Nelle prossime ore sulla nave dovrebbe salire la Commissione di inchiesta sulle ecomafie che sta compiendo una serie di sopralluoghi in Calabria

22-10-2009
Fabrizio Frosini
Posted Oct 23, 2009 3:15 PM
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Repubblica


RISCALDAMENTO GLOBALE


La previsione di James Hansen


"mari più alti di 7 metri a fine secolo"


Occorre ridurre radicalmente l'uso di combustibili fossili



James Hansen, direttore del Nasa Goddard Institute per gli Studi Spaziali e professore alla Columbia University.
E' stato il primo a denunciare la relazione che c'é tra il riscaldamento globale e l'attività umana
È chiamato il "padre del riscaldamento climatico".
E in effetti finora James Hansen, 68 anni di cui 28 spesi alla guida del Goddard Institute for Space Studies della Nasa, le ha indovinate tutte.
Nel 1981 scrisse che il decennio successivo avrebbe segnato un picco di caldo e la previsione si avverò.
Poi, all'inizio dei Novanta, disse che il primo decennio del nuovo secolo avrebbe battuto il record precedente e anche stavolta i fatti gli diedero ragione.

Speriamo che adesso si sbagli perché lo scenario che disegna è da incubo: un aumento del livello dei mari di sette metri a fine secolo.
Possibile?

"Non solo possibile", risponde al telefono Hansen, che nelle prossime settimane verrà in Italia invitato dal Wwf, "ma molto probabile se ci comporteremo come ha fatto l'umanità in un film appena uscito, The age of stupid: la trama è ambientata in un futuro dal clima sconvolto e si ricostruiscono le mosse dell'umanità all'inizio del ventunesimo secolo, quando ci sarebbe stato ancora il tempo per fermare la catastrofe ma nessuno agì. Noi ora viviamo quel momento, il momento in cui possiamo scegliere: imboccare la strada che ci consente di frenare il riscaldamento climatico o prendere la via che ci trascina verso un mondo simile al Pleistocene, quando il livello dei mari era più alto di 25 metri".

Eppure l'Ipcc, la task force degli scienziati Onu, parla di una crescita degli oceani di circa mezzo metro.
"Perché prende in considerazione, e lo precisa, solo alcuni fattori, come la dilatazione termica dell'acqua per l'aumento della temperatura. L'elemento cruciale, la deglaciazione, non viene conteggiato per una ragione molto semplice: il modello non riesce a calcolarlo in modo affidabile e, nel dubbio, il dato viene omesso".

Lei lo ha calcolato?
"Io non mi sono affidato ai modelli matematici ma all'analisi di quello che è realmente accaduto in passato quando la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha fatto un salto brusco. Raffrontando i dati di oggi con quelli paleo-climatici si può misurare la portata del rischio".

Misuriamola.
"Se non diamo un taglio drastico all'uso dei combustibili fossili, i ghiacciai della penisola antartica, che attualmente perdono 200 chilometri cubi all'anno, fonderanno nell'arco di un secolo. Il che produrrà un aumento di 6-7 metri del livello del mare a cui si dovrà aggiungere il collasso dei ghiacciai in zone come la Groenlandia".

L'alternativa?
"Ridurre subito in maniera radicale l'uso dei combustibili fossili, a cominciare dal carbone. Non c'è alternativa perché anche due gradi in più in un secolo sono troppi".

Fermarsi a due gradi sembra già difficile.
"Bisogna fare di più. Finora l'inerzia del sistema ci ha aiutato perché ad esempio la massa d'acqua degli oceani ha frenato il riscaldamento climatico. Ma l'inerzia non è un alleato nel lungo periodo: appena si rovescerà la tendenza, gli oceani cominceranno ad accelerare il processo".

Il problema deriva dalla concentrazione in atmosfera di gas serra. Dobbiamo bloccare la crescita a 450 parti per milione di CO2?
"No, bisogna invertire la rotta riportandoci dalle attuali 387 a 350 parti. Eliminando subito l'uso del carbone, nell'arco di una ventina di anni potrebbe iniziare la discesa per mettere in sicurezza il pianeta".

ANTONIO CIANCIULLO
(23 ottobre 2009)

Fabrizio Frosini
Posted Oct 26, 2009 7:55 PM
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L’Unità



Lo SpazzaTour della Campania


Ecco dove finiscono i rifiuti




Gabbiani, ruspe e camion sopra una montagna di immondizia.
Provincia di Caserta, località San Tammaro, sito di «Maruzzella 3».
Un mezzo compattatore del comune di Bacoli (Na) esce dal «sito di interesse strategico nazionale» di fronte a noi.
Siamo su una strada provinciale, affacciati su questa discarica a cielo aperto abitata da uomini e gabbiani.
Piove. Saremo a mezzo chilometro in linea d’aria.
Sono le tre del pomeriggio.
Passa una camionetta con a bordo alcuni militari. Fa un’inversione a «U».

Scende un soldato.
Vuole sapere che ci facciamo qui con notes, macchine fotografiche e telecamere.
Chiede lumi al proprio comando per sapere se si possa riprendere la montagna di immondizia.
«No, non sono all’interno del perimetro... », chiarisce al suo interlocutore.
La terminologia militare ha un che di grottesco: stiamo parlando pur sempre della montagna puzzolente sorvolata da gabbiani che abbiamo di fronte.
«È tutto ok», sentenzia.
Possiamo continuare.
Nessuno sequestrerà girato o taccuini alla stampa estera, arrivata, a distanza di due anni dal primo «SpazzaTour», a vedere cosa accade in concreto nella «soluzione» del problema rifiuti in Campania.

Dietro il bluff dell’inaugurazione dell’inceneritore di Acerra che oggi brucia una quantità minima di rifiuti senza fornire un solo megawatt di corrente alla rete elettrica (alla quale non è collegato) e con una raccolta differenziata ancora da inventare in molte province, sono i luoghi come «Maruzzella» ad accogliere la spazzatura campana.

Discariche militarizzate che da Savignano (Av), a Chiaiano (Na), da Serre (Sa) a Terzigno (Na), in pieno Parco Nazionale del Vesuvio e in zona evidentemente vulcanica, sono e verranno riempite di spazzatura nelle settimane a venire, in barba a qualsiasi norma ambientale praticata in Europa (Italia compresa).

Eccola la soluzione, «il retro della cartolina» per dirla con Nicola Capone, giovane professore di Storia e membro del Co.re.ri, il Coordinamento regionale dei rifiuti della Campania nato dalla buona pratica dei movimenti ambientalisti e dell’Assise di Palazzo Marigliano.
Accompagnati dai ragazzi e dai professori che si sono tassati per pagare il bus che da Roma ci ha condotti qui, i colleghi esteri, capitanati dal segretario Yossi Bar, hanno visto uno scenario inedito.
Quello di uno Stato che militarizza le discariche e non controlla i luoghi dove la malavita sversa quotidianamente tonnellate di rifiuti pericolosi.

Dopo la visita obbligatoria al «sito di stoccaggio provvisorio» di Taverna del Re, nel giuglianese, dove le «ecoballe» non a norma stazionano «provvisoriamente» dal 2006, nella quantità di sei milioni di tonnellate, eccola la vera emergenza campana.

Sono i rifiuti speciali, quelli che si trovano nelle strade di campagna.
Nell’entroterra di Lusciano, i piedi nel fango, i colleghi della stampa estera si avviano in una zona di vecchia cava che costeggia la bretella che porta a Pomigliano d’Arco.
In mezzo alle coltivazioni, polveri di amianto, sabbie combuste, i soliti panni che servono a contenere le detonazioni dei liquidi industriali in quella che è ancora la «terra dei fuochi».

Eppure è davanti ai Regi Lagni, i canali costruiti dai Borbone che corrono per le campagne casertane irrigando campi di pere e di pesche, che gli ultimi nodi dello smaltimento campano vengono al pettine.
È qui, che, ammassati sugli argini del canale che sfocia nel mare di Castel Volturno, si contano i residui delle lavorazioni provenienti dalla raccolta differenziata.

Massimo De Gregorio, vicepresidente del Comitato emergenza rifiuti di Caserta, spiega alla collega ceca: «Questi sono gli scarti della lavorazioni delle plastiche e dei cartoni. Sono materiali pericolosi. Contengono metalli pesanti».
E che ci fanno qui?
Aspettano che il livello dell’acqua si alzi.
Poi saranno trasportati ad inquinare campagne e coste.
A quel punto l’argine si sarà liberato e si potranno portare nuove scorie.

Accade così da cinque anni.
Anche oggi. Che l’emergenza è «risolta».


Eduardo Di Blasi
25 ottobre 2009


Fabrizio Frosini
Posted Oct 28, 2009 2:34 PM
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Repubblica



Polo Nord, è caos clima



"Cambiamenti sconvolgenti"



Cambiano i venti, si riduce la neve, spariscono renne, fauna marina a rischio

Dati allarmanti dallo studio 2009 sullo stato dell'ambiente artico


"Trasformazioni più veloci del previsto"




"Forse non ci stiamo realmente rendendo conto di cosa significa la perdita dei ghiacci del Polo Nord. L'artico infatti, è uno dei luoghi più fragili del nostro pianeta", ha detto Jane Lubchenco del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) presentando l'Artic Report Card, ossia lo stato dell'ambiente artico del 2009.

Nonostante che durante l'estate appena trascorsa i ghiacci non abbiano raggiunto i livelli minimi del 2007 e del 2008, i ricercatori si trovano di fronte a cambiamenti estremamente drastici rispetto a soli 5 anni fa e con trasformazioni che avvengono assai più velocemente del previsto.

"Lassù - ha continuato Lubchenco - i cambiamenti ambientali avvengono ad una velocità assai più elevata rispetto al resto del pianeta con ricadute che si fanno sentire anche molto lontano".

Al Polo Nord dunque si sta verificando qualcosa che va ben al di là del semplice scioglimento dei ghiacci e da alcuni anni a questa parte si sono innescate situazioni che erano del tutto imprevedibili solo 5 anni fa.

Un esempio, sono i cambiamenti su larga scala dei venti.
Negli ultimi anni infatti, si è creata una anomala alta pressione sul lato artico che si affaccia al Nord America e una bassa pressione verso l'area euroasiatica.
Il tutto certamente connesso con la mancanza di ghiacci durante il periodo estivo.
Nella complessa evoluzione meteorologica dell'artico ciò determina la formazione di venti più prolungati che soffiano da sud verso nord, i quali incrementano il trasporto di calore sull'Oceano Artico.

Nel Nord America vi è stata un forte riduzione delle precipitazioni nevose, mentre in Siberia si è notato un aumento delle piogge.
Nell'America del Nord infatti, durante le stagioni invernali 2007/08 e 2008/09 la stagione nevosa si è notevolmente ridotta con un anticipo della primavera che ha portato allo scioglimento della poca neve caduta.
La temperatura del permafrost (lo strato di terreno permanentemente ghiacciato) è salito di 2°C negli ultimi 35 anni, di cui un grado nell'arco dell'ultimo quinquennio.

Profondi sono stati anche i cambiamenti negli ambienti ecologici.
Per quanto riguarda i grossi mammiferi ad esempio, si sta notando una forte discesa nel numero di renne e caribù, anche se il fenomeno era già in atto da tempo.
Tra gli scienziati c'è ancor più apprensione per la vita marina, in quanto si hanno pochi dati a disposizione per capire se le comunità di animali siano diminuite o si siano spostate.
"Senza dubbio - spiega Michael Simpkins del Fisheries Service del NOAA - sono a rischio balene, beluga, narvali e orsi bianchi".

E a cornice di tutto questo vi è lo scioglimento dei ghiacci che oltre all'artico interessa fortemente anche la Groenlandia.
Ciò che ha colpito particolarmente i ricercatori è il fatto che nonostante un inverno più freddo delle medie, l'estate appena trascorsa è stata così calda da elidere totalmente la neve caduta durante la stagione invernale e ha fatto ritirare i ghiacciai che giungono in mare per oltre 106 km quadrati, portando a quasi 1.000 km quadrati quelli persi dal 2000 ad oggi.


LUIGI BIGNAMI
(28 ottobre 2009)

Fabrizio Frosini
Posted Nov 7, 2009 6:46 PM
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riporto una email di Federica Daga




Da: Federica
Oggetto: CAMPAGNA NAZIONALE “SALVA L'ACQUA” - IL GOVERNO PRIVATIZZA L’ACQUA !



inoltro il link alla petizione online pro acqua pubblica.

La legge a cui ci si riferisce nel testo è propria di tutte le ex aziende municipalizzate.
Partiamo dall'acqua in quanto bene di tutti.

Di seguito per firmare e informarsi:


http://www.petizionio...



La petizione vuole raccogliere 100mila firme entro il 24 novembre.

Il forum nazionale Acqua Pubblica si sta adoperando già da tempo, tramite le realtà locali dei comitati, ad attuare azioni quali la modifica dello Statuto del proprio Comune per definire l'acqua bene pubblico non alienabile.

Firmiamo e divulghiamo.

Buona acqua pubblica.
Federica

Fabrizio Frosini
Posted Nov 11, 2009 12:21 AM
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Rainews24



Clima, ci vuole la rivoluzione!


Si rischiano danni irreparabili




L'Agenzia Internazionale per l'Energia invita i governi a scelte rivoluzionarie, per scongiurare un aumento delle temperature del Globo i cui effetti sarebbero devastanti.

L'Agenzia Internazionale per l'Energia lancia l'allarme clima in vista del Vertice di Copenhagen, chiedendo ai governi una "rivoluzione energetica" per scongiurare "danni irreparabili", dovuti alle emissioni di CO2 responsabili del riscaldamento globale.
Lo scenario nero previsto dall'organismo in assenza di soluzioni alternative al petrolio ed ai carboni fossili, prefigura un aumento della temperatura globale di 6 gradi entro vent'anni.

"La recessione mondiale ci offre un'occasione irripetibile, uno spiraglio d'azione molto stretto, ma senza precedenti per concentrare gli investimenti sulle tecnologie alternative, a bassa emissione di C02", si legge in un rapporto pubblicato a Parigi dall'organismo che rappresenta gli interessi dei Paesi occidentali.

A causa della crisi per la prima volta dal 1981 il consumo energetico mondiale sarà quest'anno minore rispetto all'anno precedente.
Ma questa situazione avrà breve durata e la domanda di energia ripartirà fino ad aumentare del 40% da qui al 2030.
Anche la domanda di petrolio aumenterà dell'1% l'anno nei prossimi anni, passando da 85 milioni di barili al giorno a 105 nel 2030.

A questo ritmo, conclude lo studio, lo scenario plausibile è quello peggiore, fatto di un riscaldamento globale pari a 6 (sei) gradi Celsius, con tutte le conseguenze del caso: desertificazione non solo dell'Africa subsahariana, ma anche di buona parte dell'Italia e dell'intera area mediterranea, aprendo scenari d'immigrazione semplicemente impensabili.

Ci saranno guerre per le risorse alimentari e per l'acqua.

Per questo l'Agenzia chiede ai governi che a dicembre prenderanno parte al Vertice sul Clima di Copenaghen una "rivoluzione energetica" ed un investimento di 10 mila e 500 miliardi di dollari da qui al 2030, per scongiurare danni "irreparabili".

Solo il Bel Paese rischia di perdere almeno 1600 chilometri di coste e di veder scomparire molte delle sue belle località costiere, città comprese.
Voi cosa siete disposti a fare per salvare il Pianeta?


Parigi, 10-11-2009
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