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Amici di Grillo, Travaglio e De Magistris - Meetup EMPOLI Message Board › NON BUTTIAMO VIA UN'OCCASIONE IRRIPETIBILE!
| Fabrizio Frosini | |
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da La Rete del Grillo , domenica 07/12/2008 16.05 :
commento di Marco Costantino Lo psiconano porta l'IVA dal 10% al 20% a SKY. Fatturato mediaset 2007: 4.082,1 milioni di euro. Concessione Statale per le frequenze TV in chiaro... solamente 24 milioni di euro l'anno: 0,6% del suo fatturato. Chi è d'accordo a portare la NOSTRA concessione al 10% del suo fatturato, cioè a 400 milioni di euro? Migliaia di scuole potrebbero essere messe a norma sulla sicurezza!!! (Marco Costantino) |
| Fabrizio Frosini | |
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da La Stampa : http://www.lastampa.i...
"Le parole tra noi leggere" di LUCA RICOLFI Genova, Firenze, Perugia, Roma, Napoli. Per non parlare dell’Abruzzo e della Calabria. Da Nord a Sud, ma specialmente nelle regioni rosse e nel Mezzogiorno, le inchieste giudiziarie stanno travolgendo il partito di Veltroni. Gli elettori di sinistra sono, per l’ennesima volta, sgomenti e stupefatti. Eppure non dovrebbero esserlo più di tanto. Lo spettacolo cui oggi assistiamo, infatti, non è iniziato nelle ultime settimane, ma continua ad andare in scena da anni. Ed era largamente prevedibile, perché le sue radici non stanno in qualche errore dell’oggi, ma in meccanismi e scelte politiche che risalgono molto indietro nel tempo. La reazione a Tangentopoli (1992), innanzitutto. Se oggi siamo a questo punto è anche perché la politica - tutta la politica, non solo quella della sinistra - anziché reagire a Tangentopoli tentando un’autoriforma preferì battere un’altra strada: la legalizzazione dell’abuso di potere. Un tassello dopo l’altro, un intero sistema di norme penali e amministrative venne riconfigurato per rendere possibile il finanziamento e l’espansione del potere dei partiti anche senza violare la legge: chi è curioso di sapere come questo capolavoro normativo venne messo a punto può leggere l’eccellente ricostruzione fornita già qualche anno fa da Salvi e Villone nel loro libro Il costo della democrazia (Mondadori, 2005; vedi in particolare i capitoli 6, 7, 8). La bellezza di questa ricostruzione, dovuta a due docenti di diritto, entrambi di sinistra ed entrambi provenienti dalle file dei Ds, è che essa spiega sia l’aumento dei comportamenti contrari all’interesse generale, sia la loro scarsa perseguibilità da parte della magistratura. All’analisi di Salvi e Villone, che già allora profetizzavano l’imminente impantanamento morale del futuro Partito democratico, è forse il caso di aggiungere che la storia continua, e continua in termini rigorosamente bipartisan: proprio perché il ceto politico è innanzitutto una corporazione, né la destra né la sinistra hanno mai provato a cambiare veramente le regole della sanità, né a varare una riforma incisiva dei servizi pubblici locali, come mostra la triste storia del disegno di legge Lanzillotta. Se lo avessero fatto, avrebbero chiuso, o perlomeno inaridito, i due principali rubinetti da cui il ceto politico locale trae le «risorse» per autofinanziarsi e per espandere il proprio potere. L’importanza dell’analisi di Salvi e Villone, come di altre metodologicamente consimili (penso ad esempio al recente libro di Roberto Perotti L’università truccata, o al volume Toghe rotte di Bruno Tinti, procuratore aggiunto a Torino) è che esse non si limitano a denunciare la disonestà dei protagonisti, ma mostrano come certe macchine che non funzionano - le amministrazioni locali, la magistratura, l’università - non falliscano semplicemente perché ci sono in giro troppi disonesti, bensì perché sono «programmate per non funzionare», come ha giustamente rilevato Marco Travaglio nell’introduzione al libro di Tinti. Ci sono poi le scelte politiche e culturali. Nonostante Tangentopoli, e a molti anni di distanza, né la sinistra nel suo insieme né il Partito democratico hanno mai rinunciato veramente al mito di un primato morale della sinistra. Non lo ha fatto Fassino, non lo ha fatto Prodi, ma non lo ha fatto nemmeno Veltroni, che anzi per certi versi ha rilanciato l’idea che la «bella politica» - fatta di onestà e trasparenza, democrazia interna e partecipazione - potesse essere la marca distintiva del partito nato dalla fusione di Ds e Margherita. Questo è stato un errore madornale, perché certe parole non si possono pronunciare invano: se un partito è fatto di gente capace e disinteressata non ha bisogno di proclamarlo, ma se lo proclama non può assolutamente permettersi di non esserlo. Soprattutto non può permettersi quel che Veltroni ha permesso in questo primo anno di guida del Pd: non solo decisioni verticistiche e beghe correntizie, ma sostanziale rinuncia a fare pulizia in casa propria, ossia l’unica cosa che un partito può tentare finché le regole restano quelle che sono. Spiace ritornare sul punto più spinoso, quello delle candidature e degli eletti, ma occorrerà pure farsi qualche domanda. Perché, quando si è trattato di scegliere i candidati alle ultime elezioni politiche, il Pd non ha deciso di escludere non dico tutti gli inquisiti, ma tutti i rinviati a giudizio, o almeno tutti i condannati? O dobbiamo pensare che l’opinione che i dirigenti del Pd hanno della magistratura è così negativa, e così diversa da quella proclamata in pubblico, da suggerire di ignorare completamente gli indizi che emergono dalla sua attività? Non ci si rende conto che, specie con una legge elettorale che sottrae ai cittadini-elettori ogni possibilità di scelta dei candidati, mettere in lista persone condannate, prescritte o rinviate a giudizio contraddice i propositi di moralizzazione così copiosamente sbandierati in campagna elettorale? O basta a consolare i dirigenti del Pd il pensiero che le file della destra sono ancora più inquinate delle loro? Per non parlare del caso Bassolino, e più in generale del disastro della Campania, a partire dallo scandalo dei rifiuti. Veltroni e i suoi hanno una vaga idea di quel che passa per la mente di un elettore di sinistra quando, a più riprese e senza smentita, deve leggere sui giornali che il Pd pensa di far dimettere Bassolino in cambio di un seggio di parlamentare europeo, dove potrà riposarsi percependo qualcosa come 200 mila euro l’anno? Da quanto tempo ormai sappiamo in che condizioni il sistema di potere di Bassolino ha ridotto la Campania? [..] Così, alla fine, non posso non sottoscrivere le meste parole con cui ieri, sul Corriere della Sera, Arturo Parisi descriveva la situazione del Partito democratico: «Son le parole che con troppa leggerezza abbiamo lanciato verso il cielo, a ricadere come macigni pesanti sulle nostre teste». Già, certe parole - onestà, democrazia, trasparenza, etica, bella politica - non si possono dire spensieratamente, pensando di non essere presi in parola. L’elettorato di sinistra, specie quello militante, è spesso ingenuo e idealista, ma proprio per questo non è preparato alle sorprese più amare. 8/12/2008 |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog di Di Pietro : http://www.antoniodip...
Ancora una volta si intravede all'orizzonte il tentativo di inciucio sui temi della giustizia. Ancora una volta il diavolo tentatore Silvio Berlusconi cerca di coinvolgere i partiti dell'opposizione nella proposta di una pseudo riforma che ha soltanto l'amaro sapore di una resa dei conti con la magistratura. L'obiettivo è sempre lo stesso: togliere l'indipendenza ai giudici e sottoporli al potere politico. Un disegno che viene da lontano e che affonda le sue radici nel progetto della P2. La macchina della giustizia ha bisogno di altro: maggiori risorse economiche, più personale, e non certo dei tagli fino adesso stabiliti. Prendiamo atto che alcuni partiti dell'opposizione si lasciano circuire, ma noi no. L'Italia dei Valori è in campo per difendere la separazione dei tre poteri, principio fondante della democrazia. E, di fronte a quest'ennesimo allarme democratico, l'Italia dei Valori è pronta a chiamare a raccolta i cittadini per altre cento e mille piazza Navona. (A.D.) ![]() |
| Fabrizio Frosini | |
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da voglioscendere : http://www.voglioscen...
di Massimo Fini e Marco Travaglio Con l’annuncio di Silvio Berlusconi di voler cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza si è giunti al culmine di un’escalation, iniziata tre lustri fa, che porta dritto e di filato a una dittatura di un solo uomo che farebbe invidia a un generale birmano. Da un punto di vista formale la cosa è legittima. La nostra Carta prevede, all’articolo 138, i meccanismi per modificare le norme costituzionali. Ma farlo a colpi di maggioranza lede i fondamenti stessi della liberal-democrazia che è un sistema nato per tutelare innanzitutto le minoranze (la maggioranza si tutela già da sola) e che, come ricordava Stuart Mill, uno dei padri nobili di questo sistema, deve porre dei limiti al consenso popolare. Altrimenti col potere assoluto del consenso popolare si potrebbe decidere, legittimamente dal punto di vista formale, che tutti quelli che si chiamano Bianchi vanno fucilati. Ma la Costituzione non ha abolito la pena di morte? Che importa? Si cambia la Costituzione. Col consenso popolare. Elementare Watson. Senza contare che a noi la Costituzione del 1948 va bene così, e non si vede un solo motivo per stravolgerla (altra cosa è qualche ritocco sporadico per aggiornarla). Com’è possibile che in una democrazia si sia giunti a questo punto? Non fermando Berlusconi sul bagnasciuga, permettendogli, passo dopo passo, illiberalità e illegalità sempre più gravi. Prima il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) che è il contrario di un assetto liberal-liberista perché ammazza la concorrenza e in un settore, quello dei media televisivi, che è uno dei gangli vitali di ogni moderna liberaldemocrazia. Poi un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio. Quindi le leggi “ad personas”, per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, “ad personam” per salvare se stesso, il “lodo Alfano”, che ledono un altro dei capisaldi della liberaldemocrazia: l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Infine una capillare, costante e devastante campagna di delegittimazione della Magistratura non solo per metterle la mordacchia (che è uno degli obbiettivi, ma non l’unico e nemmeno il principale della cosiddetta riforma costituzionale), ma per instaurare un regime a doppio diritto: impunità sostanziale per “lorsignori”, “tolleranza zero”, senza garanzia alcuna, per i reati di strada, che sono quelli commessi dai poveracci. Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento e di quei fantocci che sono i presidenti delle due Camere, padrone assoluto del centro-destra, se si eccettua, forse, la Lega, padrone di tre quarti del sistema televisivo, con un Capo dello Stato che assomiglia molto a un Re travicello, Silvio Berlusconi è ormai il padrone assoluto del Paese e si sente, ed è, autorizzato a tutto. Recentemente ha avuto la protervia di accusare le reti televisive nazionali, che pur controlla nella stragrande maggioranza (ieri, in presenza del suo inquietante annuncio, si sono occupate soprattutto della neve), di “insultarlo”, di “denigrarlo”, di essere “disfattiste” (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlare troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa (mentre lui, il genio dell’economia, non si era accorto, nemmeno dopo il crollo dei “subprime” americani, dell’enorme bolla speculativa in circolazione). Poi, non contento, ha intimidito i direttori della Stampa e del Corriere (il quale ultimo peraltro se lo merita perché ha quasi sempre avvallato, con troppi silenzi e qualche adesione, tutte le illegalità del berlusconismo) affermando che devono “cambiare mestiere”. Questa escalation berlusconiana ci spiega la genesi del fascismo. Che si affermò non in forza dei fascisti ma per l’opportunismo, la viltà, la complicità (o semplicemente per non aver capito quanto stava succedendo) di tutti coloro che, senza essere fascisti, si adeguarono. Ma sarebbe ingeneroso paragonare il berlusconismo al fascismo. Ingeneroso per il fascismo. Che aveva perlomeno in testa un’idea, per quanto tragica, di Stato e di Nazione. Mentre nella testa di Berlusconi c’è solo il suo comico e tragico superego, frammisto ai suoi loschi interessi di bottega. Una democrazia che non rispetta i suoi presupposti non è più una democrazia. Una democrazia che non rispetta le sue regole fondamentali non può essere rispettata. A questo punto, perché mai un cittadino comune dovrebbe rispettarla, anziché mettersi “alla pari” col Presidente del Consiglio? “A brigante, brigante e mezzo” diceva Sandro Pertini quando lottava contro il totalitarismo. O per finirla in modo più colto: “Se tutto è assurdo”, grida Ivan Karamazov “tutto è permesso”. Massimo Fini Marco Travaglio |
| Fabrizio Frosini | |
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ILVO DIAMANTI , su La Repubblica |
| Fabrizio Frosini | |
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La democrazia è uno strumento fragile. Ci vuole poco, in certi momenti, per danneggiarlo. Noi che crediamo nella Democrazia, dobbiamo sforzarci ancor più di preservarla, rispettando i diritti democratici anche di chi vuole utilizzarla per fini personali e magari anche per fini antidemocratici (post-democratici, come nell’articolo) . Rammentiamo sempre la massima di Voltaire e opponiamoci sempre e in ogni caso a tutto ciò che non riteniamo giusto o comunque accettabile –e a maggior ragione ad uno spirito antidemocratico– solo e soltanto attraverso lo strumento e il metodo della democrazia, vale a dire : rispettando il nostro interlocutore anche in mancanza di reciprocità. E sempre cercando di essere concreti, perché non dobbiamo pensare a noi stessi, bensì ai principi e valori cui ci riferiamo.
FF |
| Fabrizio Frosini | |
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da La Repubblica : http://www.repubblica...
che affonda il Paese ROBERTO SAVIANO La cosa enormemente tragica che emerge in questi giorni è che nessuno dei coinvolti delle inchieste napoletane aveva la percezione dell'errore, tantomeno del crimine. Come dire ognuno degli imputati andava a dormire sereno. Perché, come si vede dalle carte processuali, gli accordi non si reggevano su mazzette, ma sul semplice scambio di favori: far assumere cognati, dare una mano con la carriera, trovare una casa più bella a un costo ragionevole. Gli imprenditori e i politici sanno benissimo che nulla si ottiene in cambio di nulla, che per creare consenso bisogna concedere favori, e questo lo sanno anche gli elettori che votano spesso per averli, quei favori. Il problema è che purtroppo non è più solo la responsabilità del singolo imprenditore o politico quando è un intero sistema a funzionare in questo modo. Oggi l'imprenditore si chiama Romeo, domani avrà un altro nome, ma il meccanismo non cambierà, e per agire non si farà altro che scambiare, proteggere, promettere di nuovo. Perché cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato o di anomalo. Che un simile do ut des sia di fatto corruzione è un concetto che moltissimi accoglierebbero con autentico stupore e indignazione. Ma come, protesterebbero, noi non abbiamo fatto niente di male! E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e condannata dall'etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della segnalazione, della spinta. Non basta il merito, non basta l'impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l'incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni appalto comporta automaticamente un'apertura di assunzioni con cui sistemare i raccomandati nuovi. Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti perché in un modo o nell'altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda del film di Francesco Rosi "Le mani sulla città: "I nomi sono di fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele". Indipendentemente dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un politico - di qualsiasi colore - oggi potrà eludere. Non importa se un cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo. Il tepore del "tutto è perduto" lentamente dovrebbe trasformarsi nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra. L'imprenditoria criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici, mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono l'immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell'Italia e per non soccombere alla loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le idee nuove ai talenti. Ho ricevuto l'invito a parlare con i futuri amministratori del Pd, così come l'invito dell'on del Pdl Granata ad andare a parlare a Palermo con i giovani del suo partito. Credo sia necessario il confronto con tutti e non permettere strumentalizzazioni. Le organizzazioni criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell'esistente e rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l'ambito politico uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio. E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza e rassegnazione. (continua %) |
| Fabrizio Frosini | |
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(continua dal precedente %) La politica non è il mio mestiere, non mi saprei immaginare come politico, ma è come narratore che osserva le dinamiche della realtà che ho creduto giusto non sottrarmi a una richiesta di dialogo su come affrontare il problema dell'illegalità e della criminalità organizzata. Il centrosinistra si è creduto per troppo tempo immune dalla collusione quando spesso è stato utilizzato e cooptato in modo massiccio dal sistema criminale o di malaffare puro e semplice, specie in Campania e in Calabria. Ma nemmeno gli elettori del centrodestra sono felici di sapere i loro rappresentanti collusi con le imprese criminali o impegnati in altri modi a ricavare vantaggi personali. Non penso nemmeno che la parte maggiore creda davvero che sia in atto un complotto della magistratura. Si può essere elettori di centrodestra e avere lo stesso desiderio di fare piazza pulita delle collusioni, dei compromessi, di un paese che si regge su conoscenze e raccomandazioni. Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n'è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento. Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani. |
| Fabrizio Frosini | |
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da L'Espresso : http://espresso.repub...
" [..] Ma basterebbe che Casamonti avesse spiegato le sue telefonate sulla lottizzazione degli appalti per moltiplicare le inchieste. Nelle intercettazioni parlava del Consorzio Etruria, un colosso delle coop attivo da Gallipoli a Bologna che nel 2007 ha gestito cantieri per un valore di 2 miliardi, inclusa parte dell'Alta velocità: "In quella zona c'è un'impresa che comanda, ma comanda davvero. È il Consorzio Etruria". O che avesse chiarito le sue entrature con gli assessori di Palazzo Vecchio e con la Provincia, guidata da Matteo Renzi, indagato e candidato alle primarie sempre più grottesche per il candidato sindaco. O che avesse fatto il punto dei tanti scambi di favori tra professionisti. [..] " |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog di Beppe Grillo , 21 Dicembre 2008 : http://www.beppegrill... |