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Amici di Grillo, Travaglio e De Magistris - Meetup EMPOLI Message Board › NON BUTTIAMO VIA UN'OCCASIONE IRRIPETIBILE!
| Fabrizio Frosini | |
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Caro Giacomo,
quella che è stata indetta ieri era una manifestazione POLITICA. A me piace la satira dei fratelli Guzzanti, così come mi piace Grillo Ma ieri avrebbe dovuto essere il momento giusto per dare il *LA* di una svolta politica : il *LA* per i cori che da settembre dovranno essere intonati in migliaia di comuni italiani.. Questo non è avvenuto. Da questo punto di vista si è persa una occasione importante. Ecco perché dico : ATTENZIONE. Non si può solo gridare *contro*. Occorre COSTRUIRE.. F |
| Fabrizio Frosini | |
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Quousque tandem abutere patientia nostra? dal Corriere della sera : http://www.corriere.i... Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella Senato, saltano i tagli al bilancio: gruppi dimezzati, però la spesa sale La mancata disdetta del contratto del personale annulla i cinque milioni di risparmi previsti Quattro milioni l'anno: tanto il Senato avrebbe risparmiato grazie alla riduzione dei gruppi parlamentari. Il calcolo l'aveva fatto l'Ansa, quarantotto ore dopo le elezioni, citando «fonti parlamentari». Quattro milioni: sui circa 600 che ogni anno spendiamo per la Camera alta non è una gran cifra. Ma sarebbe stato sempre meglio di niente. Invece di quei quattro piccoli milioni, nel bilancio che il Senato approva oggi, non c'è nemmeno l'ombra. Anzi. Nonostante il numero dei gruppi si sia dimezzato, passando da 11 a sei, e quest'anno ce ne siano stati quindi cinque in meno per otto mesi (la nuova legislatura è iniziata il 23 aprile), spenderemo addirittura 750 mila euro in più. Il conto salirà dai 39 milioni 350 mila euro del 2007 a 40 milioni 100 mila euro: è scritto nero su bianco a pagina 65 del bilancio. L'aumento è dell' 1,91%, superiore anche a quell'inflazione programmata che doveva rappresentare il limite invalicabile delle spese. Chiamiamola col suo nome: un'autentica beffa. Eppure ci avevano provato, alla fine dell'anno scorso, a contenere le spese del Senato almeno entro quel tetto. C'era voluta, è vero, la spallata di un emendamento alla Finanziaria presentato da Massimo Villone e Cesare Salvi, due senatori della sinistra rimasti senza seggio al pari dei loro colleghi di schieramento, per costringere l'amministrazione delle Camere, ma anche quella del Quirinale, ad assumere come riferimento l'inflazione programmata e non più, com'era stato fino ad allora, il prodotto interno lordo nominale, che consentiva agli organi costituzionali, in realtà, di fare i furbetti. Tagliare di oltre 5 milioni le previsioni di uscita del Senato per quest'anno, tuttavia, non era stato affatto facile. Ma alla fine il senatore del Pd Gianni Nieddu (non ricandidato dal suo partito) era riuscito a convincere la presidenza di Franco Marini a disdettare un contratto del personale che prevede scatti e automatismi tali da avere spinto le retribuzioni dei dipendenti del Senato a una media di oltre 131 mila euro lordi pro capite, e con un aumento di oltre mille euro al mese in un solo anno. Da quell'intervento dovevano arrivare risparmi per almeno 3 milioni e mezzo di euro, a coronamento di un impegno solenne assunto per iscritto dal consiglio di presidenza del Senato: quello di ridurre in modo significativo l'incidenza del costo del personale sulle spese correnti, che aveva ormai superato il 40%. E la manovra sugli stipendi sarebbe stata appena l'antipasto, seguito da un piatto ancora più sostanzioso: l'innalzamento dell'età minima pensionabile per tutti i dipendenti di Palazzo Madama a 53 anni. Sappiamo com'è andata. La fine anticipata della legislatura ha mandato in soffitta quel progetto, così chi è entrato al Senato prima del 1998 potrà continuare a ritirarsi dal lavoro anche a 50 anni, infischiandosene di scaloni e scalini. E ha mandato in soffitta anche la disdetta del contratto del personale: lo ha deciso la commissione contenziosa, uno speciale organismo interno, motivando la revoca con un vizio di forma. Il risultato è che la spesa per gli stipendi, invece di diminuire, salirà ancora: dell'1,14%. E non basta. La somma dei costi per il personale in attività e per i pensionati, che beneficiano come i dipendenti degli aumenti retributivi, ha raggiunto il 42,92% delle uscite complessive, contro il 42,74% del 2007 e il 41,52% del 2006. Numeri che hanno indotto i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord) ad ammettere una resa senza condizioni: «Non è stato possibile conseguire l'obiettivo di inversione dell'andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida», hanno scritto nel bilancio. Quest'anno, poi, c'è anche la ciliegina sulla torta dei nuovi vitalizi a 57 parlamentari non rieletti e dei 7 milioni 251 mila euro per pagare gli «assegni di solidarietà» (si chiamano proprio così) ai senatori che hanno perso il posto. Risultato: le spese correnti del Senato raggiungeranno quest'anno 570,6 milioni, 12 milioni 273.500 euro in più rispetto al 2007, con un aumento del 2,20%. Alla faccia di un'inflazione programmata dell'1,7%. Si dirà che il costo della vita è salito molto di più, e comunque nel bilancio c'è l'impegno a non far salire nel 2009 le spese oltre l'1,5% programmato dal Tesoro. Ma questo cambia poco. La sostanza è che le spese continuano ad aumentare, con poche eccezioni. Il costo per i servizi di ristorazione, per esempio cresce dello 0,76% a 2,8 milioni. Quello per le pulizie e il facchinaggio aumenta invece del 6,53%, da 4,3 a 4,6 milioni. La bolletta dell'acqua, poi, non si schioda dai 300 mila euro. Mentre la spesa per «servizi informatici e riproduzione » si incrementa addirittura del 13,44%, raggiungendo 9,3 milioni. E continua anche l'espansione immobiliare. A pagina 44 del progetto di bilancio si parla di una trattativa che sarebbe stata in corso al momento in cui è stata predisposta la prima versione del documento contabile, a fine febbraio 2008, per «l'acquisizione in locazione dell'intero secondo piano di un immobile situato in piazza del Pantheon». Senza peraltro menzionare il costo dell'operazione. Soprattutto, come denuncia Antonio Paravia, che già si era astenuto sui precedenti bilanci, ci sono sempre i soliti problemi di trasparenza: «Il finanziamento dei gruppi, per esempio, non è sufficientemente dettagliato, e non si capisce bene come vengono impiegati i soldi. Il fatto è che i bilanci di Camera e Senato vengono scritti da tre questori, approvati dall'ufficio di presidenza, resi disponibili ai parlamentari quarantotto ore prima di essere portati in assemblea e ratificati dalle aule solitamente semideserte. Il che, per un bilancio come il nostro da 600 milioni, non è proprio un dettaglio». Si tranquillizzi, il senatore del Pdl. Comincioli, Adragna e Franco promettono una «rigorosa gestione delle risorse di bilancio, attenti all'obiettivo prioritario del contenimento della spesa». E se lo dicono loro... Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella 24 luglio 2008 |
| Fabrizio Frosini | |
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ancora una "chicca" : http://laderiva.corri...
Scritto da: Sergio Rizzo alle 14:07 Quella che segue è una lettera aperta spedita agli organi di stampa da un imprenditore americano di origine pugliese dopo aver partecipato a una gara indetta dalla Regione Puglia per un contratto pubblicitario da 7 milioni di euro: soldi dell'Unione europea che dovrebbero essere impiegati per promuovere il turismo. La pubblichiamo tutta, senza nessun commento. Non ce n'è bisogno. New York, 22 luglio 2008 Io: americano, pugliese, pubblicitario e indignato. Ecco perché non parteciperò mai più a dei bandi pubblici italiani per la comunicazione. I fatti sono questi: il giorno 14 dicembre 2007 la Regione Puglia pubblica un bando per la comunicazione e la promozione del suo territorio in Italia e nel mondo. I soldi in gioco non sono pochi: 7 milioni di euro! E, trattandosi di soldi della Comunità Europea, sono tutti da spendere, come è ben chiarito nel bando, nel biennio 2007-2008. E già qui, io che sono americano, forse ingenuo e forse idealista, ravviso la prima anomalia. Dalle mie parti, se qualcuno riceve dei finanziamenti pubblici e gli dicono che deve spenderli in un certo modo, lo fa. Sarebbe come se il mio medico mi dicesse che per guarire dalla mia malattia devo prendere una certa medicina per due anni; e io decido di prendere le medicine solo il secondo anno, ma due alla volta. Io ho un’agenzia di pubblicità a New York e una in Italia e tante agenzie appartenenti al nostro gruppo nei principali Paesi d’Europa. Sono cittadino americano e residente italiano. La mia famiglia è di origine pugliese, conosco, rispetto e amo la Puglia. Come avrei potuto non partecipare a questo bando? Così, insieme ai miei soci e alle agenzie del nostro system internazionale, ci siamo messi al lavoro: strategia, creatività, numeri, idee e carte. Tante carte, centinaia di carte, milioni di carte! Il giorno 11 febbraio 2008 si chiude il bando e 7 agenzie, oltre a noi, presentano la loro proposta. Che vinca il migliore, penso. E qui, la seconda anomalia: scopro che in gara non ci sono solo agenzie di pubblicità e comunicazione, ma anche gruppi di editori ed emittenti televisive pugliesi. Strano, no? Dalle nostre parti, la comunicazione la fanno le agenzie di comunicazione. È come se per promuovere la vendita dei miei gelati nei bar di tutto il mondo, io chiedessi al bar sotto casa mia di farmi la campagna. Ma arriviamo alla terza anomalia. È febbraio, l’estate si avvicina e le proposte dormono nei cassetti della Regione, sotto una calda coltre di polvere. Passano i mesi e la mia meraviglia cresce: come è possibile, chiedo da NY ai miei colleghi in Italia. Hanno perso la scorsa stagione, non vorranno perdere anche questa? Sì, vogliono perdere anche questa. Oggi, 20 di luglio del 2008, l’appalto per promuovere la Puglia nel biennio 2007-2008 non è ancora stato assegnato. Dopo l’apertura delle ultime buste, la classifica suscita qualche perplessità e strane ombre macchiano la certezza dell'assegnazione. E indovinate chi c’è in prima posizione? "Il bar sotto casa". Per dire, senza offesa, proprio l'impresa locale. Non so se e quando verrà ufficializzata l’assegnazione del budget, ma so che spendere sette milioni di euro in spot televisivi, annunci stampa, spot radiofonici, volantini e brochure, tutto in una manciata di settimane di fine anno, è un affronto al buon senso. E per che cosa, poi? Per attirare in Puglia gli sciatori e gli amanti degli sport invernali di tutto il mondo? Ecco le mie conclusioni: ho partecipato sapendo di poter vincere. Ma mettendo anche in conto di perdere. Non abbiamo perso, peggio: siamo stati esclusi per un vizio di forma. Stavamo per fare ricorso perché il nostro avvocato dice che i motivi della nostra esclusione non esistono. Ho fermato tutto e ho scelto di scrivere questa lettera. Non mi interessa essere complice di questo spreco di soldi. Mi interessa denunciarlo. Lo faccio da pubblicitario americano indignato, da residente italiano orgoglioso, da pugliese ferito. E mi chiedo: perché nessuno fa sentire la sua voce? La Comunità Europea non ha niente da dire vedendo come vengono usati i suoi soldi? E le associazioni dei pubblicitari italiani non sentono di dover difendere la loro professionalità? So che quando aprirò i giornali americani vedrò le pubblicità delle altre regioni italiane. E so anche che quando atterrerò la prossima volta a Roma-Fiumicino vedrò grandi cartelli pubblicitari della Sicilia, della Toscana, ecc. E riderò quando arriverò a Bari Palese e, come sempre, ci saranno i cartelloni che promuovono il turismo in Puglia. Come al solito i soldi saranno spesi bene! Ecco, detto fatto. Mi assumo le conseguenze del mio gesto. E auguro buon lavoro alle emittenti televisive e alle case editrici che, unite insieme in Associazione temporanea d’Imprese, vedranno aggiudicarsi il bando. Ad aspettarle, ci sono una manciata di settimane di duro lavoro! A produrre la campagna e a mandarla in onda sulle loro emittenti. Così almeno i Pugliesi sceglieranno l’anno prossimo di andare in vacanza in Puglia. Paul Cappelli Founder and President The Ad Store International |
| Fabrizio Frosini | |
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trovo ben rappresentate nelle tesi di Ricolfi le mie medesime impressioni sul PD attuale..
FF Da La Stampa , 27/7/2008 - http://www.lastampa.i... Di LUCA RICOLFI Forse è colpa del clima vacanziero, ma l’impressione è che stiamo diventando un Paese senza opposizione. Nel giro di soli due mesi il governo è riuscito a intervenire sulla giustizia (lodo Alfano, sospendi-processi), sull’immigrazione e la sicurezza (impronte digitali, poteri ai sindaci, stato di emergenza), sulle tasse (Robin tax, soppressione dell’Ici), sulla spesa pubblica (manovra finanziaria). E, ora si scopre, anche sul precariato. In autunno si ripromette di intervenire sulle intercettazioni, sulla magistratura, sul federalismo, sui servizi pubblici locali, sullo Stato sociale (è di ieri la pubblicazione del Libro verde sulla «vita buona» del ministro Sacconi). Berlusconi si è liberato dei magistrati e, con i suoi ministri più attivi, sta per rivoltare l’Italia come un calzino. E il principale partito di opposizione che fa? Il Partito democratico sembra affetto dalla sindrome del rospo. Avete presente il rospo, che resta fermo e immobile mentre il bimbo lo prende a sassate? E più viene colpito più si pietrifica, tentando (invano) di rendersi invisibile? Non c’è atto del governo che non susciti il dissenso o la preoccupazione del partito di Veltroni, ma ciononostante il massimo di opposizione che il Pd riesce a immaginare è una «grande manifestazione» in autunno, quando tutti i buoi saranno scappati dalle stalle. Nel frattempo, non passa giorno senza che qualche esponente del partito di Di Pietro, dei girotondi, della «società civile» o di qualche minoranza interna dello stesso Pd non riversi la sua ira e la sua amarezza sulla non conduzione politica del nuovo (?) partito. La gente di sinistra si chiede dove la stia portando Veltroni, e la risposta che si sente ripetere è la solita: noi non siamo giustizialisti, né moralisti, né massimalisti, noi siamo riformisti e la nostra opposizione è seria e responsabile. Ma è davvero così? Secondo me no, l’opposizione del Pd non è seria bensì inesistente. Se fosse seria dovremmo osservare cose che invece non accadono, e non dovrebbero accadere cose che invece osserviamo. Fra le cose che ci piacerebbe osservare c’è, ad esempio, la costruzione di un partito davvero nuovo. E’ mai possibile che, dopo aver affermato di non volere i voti della mafia, dopo avere invocato fino alla noia l’esigenza di rinnovare la politica, di restituirle moralità e purezza di intenti (ricordate i discorsi alati sulla «bella politica»?), Veltroni non abbia mai pensato di cominciare a fare un po’ di repulisti in casa propria? Non voglio togliere a Marco Travaglio il suo mestiere, e quindi non elencherò le decine e decine di casi, individuali e collettivi, nei quali esponenti di Ds e Margherita sono tristemente coinvolti in brutte storie di corruzione, affarismo, clientelismo, mala sanità, pessima amministrazione. Mi limito a poche e semplici domande: possibile che il nuovo partito non senta anche sulla propria pelle il bruciore della questione morale? O basta a consolarlo il fatto che i partiti di centro-destra abbiano ancora più inquisiti e condannati ? E’ mai possibile che, anziché prendere solennemente le distanze dalle molte storie di cattiva politica che coinvolgono il Pd, si stia discutendo se salvare Bassolino dai suoi guai giudiziari con un seggio al Parlamento europeo? Possibile che non ci si renda conto che la magistratura tende a esondare dai suoi limiti anche perché la politica non fa nulla per autocorreggersi? Ma supponiamo per un attimo che queste siano domande ingenue, dettate da moralismo o «dipietrismo latente». Veniamo alla politica vera, quella che si occupa di riforme, economia, Stato sociale, sicurezza. Qui, più che le omissioni, è quel che osserviamo che lascia interdetti. Il Partito democratico per ora non vuole scendere in piazza, ma in compenso non manca di dare la sua solidarietà a tutte le categorie in lotta contro la manovra finanziaria, un po’ come Alleanza nazionale due anni fa, quando aizzava i taxisti contro il ministro Bersani. La critica principale del governo ombra alla manovra è che ci sono troppi tagli, mentre non c’è nulla per salari, stipendi, pensioni, quando proprio la crisi economica suggerirebbe politiche anticicliche, di sostegno ai redditi delle famiglie. Incredibile. Il partito di Veltroni, che pure aveva provato a prendere le distanze dal governo Prodi, finge irresponsabilmente che due anni di centro-sinistra abbiano lasciato al governo entrante un margine (extragettito, o tesoretto) per aumentare i redditi fissi, e così alimenta le illusioni di famiglie e sindacati. Critica la manovra non per la struttura dei tagli alla spesa pubblica, ma per la loro entità, sorvolando sul fatto che in campagna elettorale il Pd aveva promesso tagli ancora più pesanti. Sostiene che le riforme vadano fatte con le categorie interessate, ma dimentica che, se una parte delle resistenze al cambiamento è guidata da preoccupazioni del tutto ragionevoli, un’altra parte è puramente corporativa, ossia dettata dalla difesa di abusi, storture e privilegi. E dire che di critiche riformiste e costruttive alla linea del governo vi sarebbe un immenso bisogno. Non solo sul versante delle mancate o troppo timide liberalizzazioni, ma sul terreno fondamentale della riduzione e ricomposizione della spesa pubblica. Qui il problema vero è che i tagli finora varati dal governo non sono abbastanza selettivi: nonostante alcune lodevoli eccezioni, molti di essi colpiranno troppo le amministrazioni più virtuose e non colpiranno abbastanza quelle più dissennate. Un vero partito riformista non cavalcherebbe demagogicamente la protesta delle categorie, ma premerebbe sull’esecutivo per rendere i tagli più profondi e più giusti, nonché per usare al meglio le risorse così liberate: abbiamo un disperato bisogno di asili nido, ammortizzatori sociali, politiche contro la povertà. Ma una linea del genere richiederebbe forse una dose eccessiva di onestà intellettuale: al partito nuovo spetterebbe anche riconoscere di aver sbagliato negli anni scorsi quando, per tenere in piedi un governo paralizzato dai suoi contrasti interni, i dirigenti di Ds e Margherita permisero a Prodi e Padoa-Schioppa di sprecare l’unica vera occasione - la congiuntura favorevole del 2006-2007 - per incidere davvero sulla voragine della spesa pubblica. Se lo si fosse fatto allora, oggi il deficit sarebbe più vicino a zero che al limite del 3%, e l’invocazione di misure a sostegno delle famiglie suonerebbe meno ipocrita. Luca Ricolfi |
| Fabrizio Frosini | |
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dopo l'indecoroso spettacolo del congresso di Rifondazione a Chianciano.. uno stimolo alla riflessione è dato da questo articolo su La Stampa : http://www.lastampa.i...
ANTONIO SCURATI Non bisogna fidarsi di nessuno che abbia più di trent’anni». Di fronte allo spettacolo senile e crepuscolare offerto dal congresso del Prc, verrebbe voglia di appropriarsi del motto dei rivoluzionari cubani che abbatterono Batista. Ma ce ne manca il fegato, e l’ardore. Primo perché i rivoluzionari in teoria dovrebbero essere loro, questi anziani signori sconfitti, litigiosi e spenti, secondo perché anche noi giovani scontenti, a furia di sperare nel rinnovamento della sinistra, abbiamo valicato da tempo la dorsale dei trent’anni. Il balletto di mozioni congressuali plurime, di odi di fazione, di scambi di voti a scrutinio segreto, di imboscate fratricide andato in scena a Chianciano ha la cadenza mesta di una danza macabra. L’ostinata renitenza dei cosiddetti leader della sinistra che fu comunista a ogni ipotesi di ricambio generazionale è l’acuto finale del cupio dissolvi. In un clima di drammatico rischio d’estinzione di una gloriosa tradizione, emerge la figura di un leader di «nuova generazione», Nichi Vendola, che per caratteristiche personali e per storia politica potrebbe guidare la riscossa: un uomo del Sud che, pur del tutto anticonvenzionale, ha coraggiosamente strappato alla destra un suo feudo elettorale grazie all’entusiasmo popolare. Uno che odora di vittoria. I suoi compagni di partito che fanno? Fanno di tutto per affossarlo, a costo di gettare terra sulla propria sepoltura. Qui non si tratta di biasimare gli «stanchi riti della vecchia politica». Ad avvilirci è la loro monotonia ossessiva. Quegli anziani signori a congresso sembrano appassionarsi solo ai riti funebri; paiono aver dimenticato ogni gusto per quelli battesimali o propiziatori. È lo sconforto di una generazione questo che ci prende. Una generazione perduta alla politica. Se per politica s’intende la possibilità individuale di agire nell’orizzonte grande della storia collettiva. Prima, negli Anni 70, un’infanzia funestata dalle foto segnaletiche dei terroristi di sinistra trasmesse dai tg. Poi, negli Anni 80, un’adolescenza «rieducata» dall’ideologia iperconsumistica delle tv commerciali. Questa l’educazione politica toccata alla generazione dei nati alla fine degli Anni 60, la mia generazione. Arrivati alla soglia dei vent’anni, incontrammo la fine di un’epoca iperpoliticizzata e iperideologica. Anche quelli che, per inclinazione caratteriale o provenienza familiare, si sarebbero sentiti vicini alla storia della sinistra, e dunque alla passione politica vissuta come impegno in prima persona, si affacciarono alla vita adulta con l’atteggiamento disincantato e sfiduciato dell’orfano. Il crollo del Muro di Berlino ci colse a gozzovigliare davanti alla tv, con un bianchino in mano e il sarcasmo obbligatorio in bocca. Nemmeno fosse una serata del Festival di Sanremo. Io, cresciuto a Venezia, di quella notte ricordo solo la battuta di un mio amico che sembrava nato già mezzo ubriaco. Abbandonò per un attimo la ciacola con le ragazze, gettò uno sguardo divertito al televisore e commentò: «Varda quel mona col picón». Se rievoco quest’episodio apparentemente incongruo, è perché quella notte finì un’epoca della politica ma per la mia generazione non n’è mai iniziata un’altra. Non a sinistra, quantomeno. Siamo entrati nella vita adulta con la sensazione che nell’arena politica non ci fosse niente per noi e niente di noi: nessuno spazio, nessun riconoscimento, nessun nostro leader, nessun nostro progetto, nessun godimento. Quella sensazione ci accompagna ancora mentre ci avviamo ai quarant’anni. Si è corroborata fino a diventare abitudine e vi hanno contribuito tanto la tracotante volontà di potere della nuova destra quanto il decadente cupio dissolvi della vecchia sinistra. Ci abbiamo fatto quasi il callo oramai. Siamo a un passo dal cinismo, l’ultima spiaggia della rassegnazione. Anche di fronte allo spettacolo di questi distruttori mascherati da rifondatori, sarei tentato di dire, come quel mio amico di tanti anni fa: «Varda quel mona col picón». ANTONIO SCURATI |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog di Beppe grillo : http://www.beppegrill...
Topo Gigio Veltroni alla riscossa Attori protagonisti: Antonio Di Pietro detto Kriptonite, Walter Veltroni detto Topo Gigio, il Governo Ombra del PDmenoelle. Suggeritore fuori campo (non udibile): Berlusconi detto lo psiconano Primo Atto: Antonio Di Pietro lancia la raccolta di firme per un referendum per l’abolizione del Lodo Alfano. Una legge incostituzionale che rende quattro cittadini più uguali degli altri. I loro nomi in ordine alfabetico sono: Berlusconi, Fini, Napolitano, Schifani. Uno soltanto è sotto processo da quindici anni. Gli altri tre non hanno imputazioni, ma si sono adeguati. Kriptonite Di Pietro chiede l’aiuto dei suoi alleati del PDmenoelle per raccogliere 500.00 firme entro settembre 2008 e tenere il referendum nella primavera 2009. Secondo Atto: Topo Gigio Veltroni riunisce il 31 luglio il governo ombra per discutere del referendum. Topo Gigio cita Oscar Luigi Scalfaro: “Ad ogni partito che lo promuove, un referendum a prescindere dagli esiti, porta sempre visibilità. Ma se per caso il quesito dovesse fallire anche per mancanza di quorum, tutta l’opposizione ne uscirebbe male.” Di fronte al suo governo ombra Topo Gigio sottolinea “le saggissime parole di Scalfaro”. E’ un salto di qualità nel linguaggio di Veltroni. E’ infatti passato dall’aggettivo multiplo, indimenticabile il “recinto intellettuale, razionale, riformista”, al superlativo. Topo Gigio non aderirà al referendum perché “potrebbe fallire”. E’ la sua strategia preferita, adottata anche alle ultime elezioni. Non partecipare per non perdere. Veltroni ha spiegato al governo ombra che “le priorità sono altre: la crisi sociale, i salari, la crescita del Paese”. Infine ha concluso da vero statista, ma anche da raffinato diplomato cineoperatore: “Non vogliamo ridare centralità alla polemica berlusconiana”. Gli applausi dei dirigenti del PDmenoelle lo hanno travolto. Follini commosso ha sospirato: “E’ giusto ed è saggio, bravo Veltroni…”. Rosy Bindi ha aggiunto: “Il PDL sta violentando la Costituzione, ma la strada di Di Pietro è sbagliata”. Terzo Atto: Alle europee 2009 Veltroni viene premiato dall’elettorato per la sua linea politica “saggissima”, ma anche “intellettuale, razionale, riformista” con una nuova Walterloo. Il PDmenoelle si spacca in due dalla felicità. Veltroni lascia la segreteria del PDmenoelle citando una sua dichiarazione del 19 febbraio 2008: “Non mi sentirete mai pronunciare una parola di attacco contro di lui (Berlusconi ndr). Quella con lui è una polemica gioiosa, ma va bene così. Perché gli italiani si sono stancati degli improperi per avere poi un Paese immobile”. ![]() |
| Fabrizio Frosini | |
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da uno scambio di email :
Da: GP&GG [mailto:bracci7@] Inviato: sabato 2 agosto 2008 20.21 A: frosini fabrizio Oggetto: lodo a te o Silvio 12 settembre parte la raccolta firme referendum lodo Alfano!!!! Spero faremo qualcosa anche noi vero? Giampaolo Da: dottfrosini.gmail Inviato: domenica 3 agosto 2008 13.32 A: 'GP&GG' Oggetto: R: lodo a te o Silvio SI , caro.. di sicuro.. ![]() F |
| Fabrizio Frosini | |
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PER GLI ATTACCHI DE "IL GIORNALE".. Dal blog di Di Pietro : http://www.antoniodip... "C'è qualcosa di nuovo oggi nell'aria, anzi d'antico", ricordavo solo pochi giorni addietro, avvertendo per tempo sui rischi di delegittimazione che corrono i magistrati di Pescara. Non è che nei miei riguardi si sia fatto o si stia facendo di meno. Forse qualcuno l'avrà già notato: stanno montando una nuova campagna di veleni nei miei confronti e dell'Italia dei Valori di cui il primo fautore è "Il Giornale" (il quotidiano di famiglia, per intenderci) che oggi le spara davvero grosse, tanto che sarà nuovamente portato in Tribunale. La scorsa settimana, una innocente festa di compleanno, a cui ho partecipato insieme a tanti altri, è stata trasformata in una fantasiosa storia di amanti. Oggi l'affondo, inventando un'inesistente connessione tra Italia dei Valori e le mie proprietà. Anzi, non solo le mie, ma anche quelle che mia moglie si è guadagnata con il suo lavoro. E' un’attività, a più mani per la verità, di "sporca disinformazione" per la quale già negli anni passati molti dei protagonisti, anche attuali, sono già stati condannati da vari Tribunali per diffamazione e/o calunnia. Così è avvenuto nel 1994 con il "dossier Gorrini" contestualmente alle mie dimissioni da PM, così è avvenuto nel 1996 con il "dossier D'Adamo" e, soprattutto, con il dossier "Fonte Achille" che hanno portato alle mie dimissioni da Ministro. Da queste attività di dossieraggio mi sono sempre difeso nelle sedi giudiziarie proprie e molti protagonisti di ieri e di oggi hanno già dovuto pagare fior di denaro per risarcimento danni. A quelli de "Il Giornale" che chiedono dove ho preso i soldi per comprare alcuni immobili, rispondo che sono stati acquistati, oltre che con i soldi miei e di mia moglie o con i mutui, anche con i soldi che "Il Giornale" ha già dovuto sborsare negli anni per le innumerevoli diffamazioni perpetrate ai miei danni. Prossimamente metterò in rete copia degli assegni che mi hanno versato, ultimi dei quali proprio nei giorni scorsi da parte di due noti giornalisti di quella testata che mi avevano ingiustamente accusato. Anche il prossimo appartamento lo comprerò con il denaro che dovranno pagare per l'ennesima diffamazione di questi giorni. Certamente, non prendo soldi dalle casse di Italia dei Valori, come può constatarsi visionando i bilanci pubblicati in rete (www.italiadeivalori.it alla voce Bilanci e Finanze) peraltro in attivo, a riprova che nessuno ha portato via niente. La questione è però un'altra ed è tutta politica: perché avviene ciò? Soprattutto perché avviene di nuovo? Negli anni '90 si voleva esorcizzare il rapporto di fiducia ed il seguito personale che rappresentavo in conseguenza della mia attività di magistrato nell'inchiesta Mani Pulite. Ora, 15 anni dopo, essendo io nel frattempo riuscito a far decollare il partito Italia dei Valori, si cerca di drenarne i consensi giacchè il nostro successo politico ed elettorale fa paura. Sul piano personale non mi abbatto e difenderò di nuovo, nelle dovute sedi, le mie ragioni. Sul piano politico è necessaria una riflessione ed azione profonda sul da farsi. In particolare con quali alleati, visto che siamo invisi a quasi tutto il sistema politico nazionale. Prepariamoci per la raccolta firme del referendum contro il "Lodo Alfano": è la miglior risposta a chi vuole fermarci! Antonio Di Pietro |
| Fabrizio Frosini | |
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dal blog Voglio Scendere : http://www.voglioscen...
Dal Loft al Lost Signornò l'Espresso, 8 agosto 2008 Di Pietro ha depositato il quesito referendario per abrogare il Lodo Alfano: servono 500 mila firme entro il 30 settembre per votare nel 2009 insieme al referendum elettorale, altrimenti tutto slitta al 2010. Intanto il Pd tenta di raccogliere 5 milioni di firme sotto l’appello “Salva l’Italia”. In un paese serio le due opposizioni si aiuterebbero nelle rispettive raccolte. Invece Uòlter ha subito stroncato l’iniziativa dell’(ex?) alleato, che pure nel Pd aveva già riscosso importanti adesioni (Parisi e Monaco) e pre-adesioni (Bersani e Tenaglia). Le spiegazioni del Loft, sempre più Lost, sono curiose. 1) “Non si deve ridare centralità alla polemica antiberlusconiana”. Chissà perchè: da novembre, quando scelse il dialogo con Berlusconi, il Pd non ha avuto che guai. Il dialogo porta sfiga. 2) “Le priorità sono altre: salari, crescita”. Sta di fatto che, sondaggi alla mano, la misura più impopolare del governo è stata finora l’impunità alle alte cariche osteggiata dal 70-80% degli italiani, che ha fatto crollare del 10% la fiducia nel premier. 3) “La giustizia nel suo complesso non si affronta coi referendum”. Ma qui nessuno vuol affrontare la giustizia nel suo complesso: solo cancellare una legge immonda con l’unico strumento possibile, visto il rapporto di forze in Parlamento. 4) “Poi non si fa il quorum e lui diventa invincibile”. Più invincibile di così, sarà difficile. E poi perché non provarci? Un pacchetto referendario per restituire potere di scelta agli elettori e per una giustizia uguale per tutti diventerebbe un formidabile testa d’ariete contro i privilegi di Casta. Schiaccerebbe sulla Casta la destra, che prevedibilmente tra pochi mesi sarà in difficoltà per la crisi economica. Mobiliterebbe un fronte trasversale di cittadini. E riconcilierebbe il Pd con elettori insoddisfatti, girotondi e grillini, bollati come “antipolitici” sol perché chiedono una politica diversa. 5) “Non si va a rimorchio di Di Pietro”. Ma, se sposasse il referendum, sarebbe il Pd ad assumere il comando, visto che Idv ha (per ora) un settimo dei suoi voti. Perché non usare per le firme “utili” del referendum la macchina organizzativa messa in piedi dal Pd per una petizione inutile? 6) “E’ un autogol che fa il gioco di Berlusconi”. Strano: i leader e gli house organ del Pdl sparano a palle incatenate su Di Pietro e sul referendum, mentre elogiano il Pd che si oppone. Sanno bene che, da imputato, il premier ha sempre dato il peggio di sé: dal 2004, cassato il Lodo Schifani, perse tutte le elezioni fino al 2006. Tuttoggi la sola idea di tornare imputato lo fa uscire di testa. Dice: “Mi hanno assolto per gli abusi a Villa Certosa e in Spagna per Telecinco”. Ma nel primo processo lui non era nemmeno imputato (lo era un amministratore, Giuseppe Spinelli, che l’ha sfangata grazie ai condoni); e nel secondo hanno assolto solo i coimputati, mentre la sua posizione, stralciata nel 2002, è ancora da giudicare. Insomma, Lodo o non Lodo, millanta processi e sentenze inesistenti. Per fargli perdere definitivamente la trebisonda, nulla di meglio che restituirlo al suo habitat naturale: i tribunali. MARCO TRAVAGLIO Signornò l'Espresso, 8 agosto 2008 |
| Fabrizio Frosini | |
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THE ECONOMIST sull'Italia : http://www.economist....
L'Italia si atteggia a dura con la criminalità di strada. Ma rimane indulgente verso la corruzione The thin green line Italy gets tough on street crime. But it’s still lenient about corruption "Gli artiglieri hanno messo in sicurezza Piazza del Duomo a Milano; i paracadutisti hanno preso posizione fuori da san Giovanni in Laterano a Roma; e le truppe di montagna degli Alpini con il cappello piumato hanno aiutato la Polizia in un rastrellamento di spacciatori a Torino. L’Italia non può essere comparata alla Colombia. Non c’è neppure un segnale di un attacco terroristico imminente. Quindi, perché questa aria di emergenza nazionale? Il governo di Silvio Berlusconi, primo ministro italiano, ha ordinato che l’Esercito fosse schierato nelle strade per contrastare quella che considera una crisi per la legge e l’ordine. Tremila soldati saranno impiegati in compiti di ordine pubblico. ... ... Il governo attribuisce la sua vittoria elettorale in aprile alla promessa di Berlusconi di colpire il crimine. Le truppe nelle strade sono un messaggio a chi l’ha votato che intende rispettare la promessa. L'evidenza suggerisce che molti italiani sono rassicurati dalla presenza dei militari. Se i militari contribuiranno a contenere il crimine è un altro discorso. Il generale Mario Buscemi, che ha guidato l’ultimo impiego dell’Esercito nelle città italiane, per affrontare la Mafia negli anni '90, ricorda che dispose di 20.000 uomini solo per la Sicilia. L’attuale operazione, dice, è "sostanzialmente simbolica". I soldati non hanno il potere di arrestare, e non sono addestrati per operazioni di polizia. Si teme che la presenza dei militari possa mettere in fuga i turisti. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, appartenente al movimento del Popolo delle Libertà di Berlusconi, sta combattendo una battaglia per tenere i soldati in uniforme fuori dal centro città. L’Italia può non essere la Colombia, ma sta iniziando ad assomigliarle. Nel mezzo del melodramma – includendo l' "emergenza" dell’arrivo delle barche degli emigranti dal nord Africa e l’allontanamento degli zingari – rimane una domanda fastidiosa. Perché un governo così duro verso il crimine è così indulgente verso la corruzione? Tra i primi atti di governo di Berlusconi ci sono la chiusura degli uffici dell’alta commissione contro la corruzione e una legge che gli permette di non dover rispondere ad accuse di corruzione." ".. there is a nagging question. Why is a government so tough on crime so indulgent about corruption? Among Mr Berlusconi’s first acts in government were closing the office of the high commissioner against corruption and passing a law that means he himself will not have to answer to bribery charges." From The Economist Aug 7th 2008 | ROME Qui puoi leggere anche i commenti (in inglese) : http://www.economist.... |