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Fabrizio Frosini
Posted Oct 31, 2009 10:16 PM
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L'Unità


L'Ocse critica l'Italia:



"Preoccupati per lo scudo fiscale"





Critiche alle misure adottate sul rientro dei capitali dall'estero e sul falso in bilancio arrivano dal Gruppo di azione finanziaria internazionale contro il riciclaggio di capitali (Gafi).

Lo scrive il settimanale Der Spiegel in uscita la settimana prossima.

Il Gafi è un organismo intergovernativo che fa capo all'Ocse e promuove la lotta al riciclaggio di capitali e al finanziamento del terrorismo.

Secondo il settimanale tedesco, in una lettera del 21 ottobre scorso, il presidente del Gafi Paul Vlaanderen ha espresso «seria preoccupazione» per «i potenziali effetti negativi» che le misure dello scudo fiscale avrebbero «sul sistema finanziario globale».

Vlaanderen ha sollecitato Tremonti a un «chiarimento il più presto possibile».


31 ottobre 2009

Fabrizio Frosini
Posted Nov 8, 2009 8:42 PM
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dal blog voglioscendere



Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano




Peter Gomez


Chi ci ha lavorato sopra dice che quei cellulari parlano. Raccontano storie di sangue e di tritolo. Di bombe e di patti segreti. Ma anche vicende minime: l’amore di Giuseppe e Filippo Graviano, i due boss di Bracaccio responsabili delle stragi del ‘93, per Rosalia e Francesca; le vacanze in coppia; la strana passione dei due fratelli per i viaggi e per i luoghi di vacanza più o meno esclusivi.

Sì, perchè i Graviano, mentre organizzavano gli attentati alle opere d’arte e, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, trattavano un accordo politico con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, percorrevano l’Italia avanti e indietro. I tabulati telefonici, incrociati con decine e decine di testimonianze raccolte dalla Dia (direzione investigativa antimafia), ci mostrano i due fratelli e le rispettive fidanzate che, insieme a un amico, vanno in febbraio al Carnevale di Venezia. Poi i due ragazzi terribili si spostano a Abano Terme, ospiti del proprietario di un tv privata siciliana. Quindi arrivano a Riccione, dove da maggio a giugno, i mesi in cui si verifica il fallito attentato a Maurizio Costanzo e la strage fiorentina dei Georgofili, affittano un appartamento ammobiliato. Da lì un nuovo trasloco. A inizio estate i Graviano sono i Versilia in una villa affittata dal proprietario di un’importante scuderia di trotto. Infine, dopo la bomba milanese di Via Palestro, il colpo di testa. O forse di genio. Mentre il leader del Psi, Bettino Craxi, fiaccato dagli avvisi di garanzia di Mani Pulite, dice ai giornali “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”, Giuseppe e Filippo arrivano in Sardegna. Prendono un volo della Meridiana e in agosto sbarcano in Costa Smeralda. Lì vanno ad abitare per quasi due mesi in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dal buen retiro estivo del futuro presidente del Consiglio.

Cosa accada a Porto Rotondo, non è chiaro. Anche lo scorso agosto i due boss, sono stati interrogati dai magistrati di Firenze titolari delle indagini sulle stragi del ‘93, ma si sono rifiutati di rispondere. Nelle carte in mano agli investigatori restano però molti sospetti e qualche certezza. In Costa Smeralda Giuseppe e Filippo, mentre l’Italia segue con il fiato sospeso gli sviluppi dell’indagine sulla maxi-tangente Enimont (quasi 100 miliardi di lire versati dai vertici del gruppo Ferruzzi a tutto il pentapartito), fanno la bella vita. Vestiti come sempre con capi firmati da Versace, riescono a imbucarsi in un grande ricevimento organizzato da una famiglia di celebri industriali del nord, fanno amicizia con i vicini di casa e pensano al futuro.

I problemi di Cosa Nostra sono tanti. La prima presunta trattativa con lo Stato, quella condotta dall’ex sindaco mafioso di palermo Vito Ciancimino, non ha portato a nessun risultato. Totò Riina, il 15 gennaio del ‘93, è stato arrestato. La pressione sulla mafia non si è allentata. E Luchino Bagarella, dopo aver visto finire in manette suo cognato Totò, ha riunito i cristiani (gli altri mafiosi ndr) e ha detto: “Non cambia niente. Finché c’è un corleonese fuori si va avanti come prima”. Solo Bernardo Provenzano, l’alter ego di Riina a cui i Graviano - ma lo si scopre solo oggi - erano particolarmente legati, ha sollevato dei problemi: va bene - ha detto - ma voglio che gli attentati avvengano al nord.

Era stato così che Giuseppe e Filippo si erano messi in viaggio: alla ricerca di obiettivi e, soprattutto, di nuovi contatti politici. Gente con cui stringere un patto. Persone importanti con cui mettersi d’accordo. La mafia, raccontano i collaboratori di giustizia, per mesi aveva flirtato col Partito Socialista. Ma poi era esplosa Tangentopoli e, se davvero il cavallo su cui puntava Cosa Nostra era Craxi, quello era morto, ucciso dagli avvisi di garanzia, quasi prima di partire (Giuseppe Graviano, con il pentito Spatuzza, definirà i socialisti “dei cornutazzi”) .

Il 4 aprile del 1993, anzi, il segretario del Psi incontra ad Arcore Berlusconi. Ezio Cartotto, un ex democristiano assunto come consulente nel giugno del ‘92 da Marcello Dell’Utri per spiegare agli uomini di Publitalia i segreti della politica, dirà ai pm che proprio quel giorno Forza Italia comincia realmente a prendere corpo. Craxi infatti fa di tutto per convincere il Cavaliere a organizzare un partito che possa far argine all’avanzata delle sinistre. “Hai la bomba atomica, hai la televisione, usala!”, incalza l’amico. Berlusconi non sa che pesci pigliare: “Certe volte mi metto a piangere da solo sotto la doccia. Mi diranno che sono mafioso, mi diranno e faranno di tutto”. In ogni caso i preparativi per il nuovo partito - che non si sa ancora da chi sarà guidato - s’intensificano. Ad Arcore le riunioni si succedono alle riunioni. E in prima fila, nell’insistere per la discesa in campo del Cavaliere, ci sono Del’Utri, il big boss di Programma Italia Ennio Doris, e Cesare Previti. Fedele Confalonieri e Gianni Letta invece frenano.

La situazione è complicata. Molti uomini Fininvest sono sotto inchiesta (Il 22 luglio il gruppo verrà perquisito dalla Guardia di Finanza). Bisogna per forza muoversi. Il 4 giugno Berlusconi annuncia anche a Indro Montanelli la sua decisione: il raggruppamento dei moderati si farà e lui ne sarà il capo. Poi, il 12 luglio, fa inviare a la redazione de Il Giornale un fax sull’atteggiamento (molto critico) che i suoi media devono tenere rispetto a Mani Pulite. Un particolare sorprende: nel documento si parla pure delle indagini contro Cosa Nostra. Per Berlusconi è grave che “sulla base di dichiarazioni di pentiti per lo più inattendibili o compiacenti” i giudici “aggiungano al capo di accusa l’ulteriore addebito dell’associazione di stampo mafioso che priva l’inquisito di fondamentali garanzie processuali in materia di libertà personale e di prova”. Ma tant’è. In Fininvest ormai si discute solo di inchieste e di politica. A fine luglio Berlusconi annuncia a Giuliano Urbani l’intenzione di restare ad Arcore per proseguire con gli incontri. In realtà poi il Cavaliere a Porto Rotondo ci andrà, eccome. Quasi ogni week-end, e forse durante il periodo di Ferragosto, Berlusconi è in Sardegna, dove a fine mese, a tavola, ha una lunga discussione con Letta e Confalonieri (“io esposi il mio pensiero in maniera piuttosto vivace” ha raccontato proprio Letta durante il processo Dell’Utri). E i Graviano, cosa fanno? Ufficialmente vacanze, ma in realtà preparano l’omicidio di don Pino Puglisi e un nuovo viaggio. Questa volta la meta è Milano dove resteranno da fine novembre fino al 27 gennaio, quando verrano arrestati. Dieci giorni prima però, secondo Spatuzza, Giuseppe aveva fatto una puntata a Roma e seduto a un tavolino del bar Doney, era apparso raggiante. L’accordo con Berlusconi e dell’Utri (“persone serie”) per lui era cosa fatta. E ripeteva: “Ci siamo messi il paese nelle mani”.


da Il Fatto Quotidiano
6.11.2009

Fabrizio Frosini
Posted Nov 10, 2009 11:22 PM
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Repubblica



misure cautelari per il sottosegretario

Nicola Cosentino






Roberto Saviano :

"Verità che arriva in ritardo tutti sapevano, ora si metta da parte"

"Ha sempre avuto un ruolo attivo in quel territorio"

"Il suo partito si è accorto in ritardo dei suoi legami: com'è possibile?"




"Ho pensato subito "non mentivamo". Tutto quello che abbiamo scritto in questi mesi viene confermato da questa richiesta della magistratura".
Roberto Saviano commenta così, in un'intervista a Radio Capital, la richiesta di arresto per Nicola Cosentino.

"La cosa dolorosa è che Nicola Cosentino è stato per anni una colonna portante del centro destra in Campania e soltanto ora ci si accorge che aveva dei legami con il clan dei Casalesi. Come è possibile questo ritardo? Perché andava bene quando era solo sottosegretario e adesso che si è candidato alla presidenza della regione crea questo allarme?".

Cosa vuol dire?

"Chi segue da tempo le cose di camorra, sa che Nicola Cosentino ha avuto sempre un ruolo attivo in quel territorio. Un suo fratello, infatti, è sposato con la sorella di Giuseppe Russo cioè Peppe il Padrino, esponente del clan dei Casalesi e della famiglia Schiavone".

E se il Parlamento dovesse respingere questa richiesta della magistratura?

"Cosentino dovrebbe farsi da parte o comunque rinunciare all'immunità parlamentare, come ha promesso. Vediamo se la sua era una parola d'onore o una parola, come direbbe Leonardo Sciascia, da mezzo uomo".

Proprio due giorni fa Cosentino ha detto: "Sto dalla parte di Saviano e di Don Peppe Diana, contro i clan".

"Lo fa solo per la volontà di confondere le acque e soprattutto di evitare un conflitto che potrebbe danneggiarlo. Nicola Cosentino, non ha mai fatto antimafia, mai. Non è mai stato presente in prima linea nelle battaglie contro le organizzazioni criminali. Mi ha sempre colpito che Casal di Principe abbia tre parlamentari: una realtà di 20 mila persone riesce ad esprimere tre parlamentari. Nessuno dei tre ha mai portato avanti una battaglia contro le organizzazioni criminali. Che sia chiaro, se vieni da quella realtà, con un fortissimo clan presente sul territorio, in cui centinaia di persone sono state condannate per associazione mafiosa, è necessario che la politica risponda nell'immediato".

(Niccolò Carratelli)
(10 novembre 2009)

Fabrizio Frosini
Posted Nov 11, 2009 2:19 PM
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M'illumino d'incenso


Scodinzolini colpisce ancora




dal blog di Di Pietro



L'emergenza democratica secondo RaiUno




Minzolini, pagato con soldi pubblici, è venuto in prima serata al Tg1 a spiegare a noi cittadini che l’immunità parlamentare ècosa giusta e doverosa” affinché non vengano sovvertite le sorti democratiche del Paese.

E’ venuto anche a screditare un magistrato antimafia come Ingroia che dedica la sua vita, e quella della sua famiglia, ad un’incessante lotta contro Cosa Nostra.

Riporto sopra l’intervento di Antonio Ingroia di sabato a Napoli durante la due giorni del convegno “Questione morale ed istituzioni” a cui ho partecipato, incontro che Minzolini ha utilizzato per travisare la sua visione della democrazia italiana.

Quando vedo un Ingroia parlare ad un convegno con qualche centinaio di persone ed un Minzolini sproloquiare di fronte a milioni di italiani, penso che questo Paese non abbia più nulla in comune con una democrazia.



INTERVENTO di ANTONIO INGROIA

Napoli 7 novembre 2009



Io credo che siamo in una situazione di emergenza.
Emergenza vera, effettiva, non le emergenze fittizie, create ad hoc per deviare l'attenzione dell'opinione pubblica.
Non l'emergenza immigrazione, non l'emergenza magistratura, non l'emergenza intercettazioni.

Noi in Italia abbiamo un'emergenza democratica.
E l'emergenza democratica che abbiamo nel nostro Paese nasce da una situazione attuale, contingente, che ha a che fare con l'attacco sistematico che si avvia verso una sorta di, passatemi il termine che riconosco un po' enfatico, soluzione finale - ma questa sensazione mi dà quel che sta accadendo negli ultimi mesi – sui due punti che poi sono cruciali, rimasti in qualche modo a presidio, che sono costituiti dagli unici presidi di controllo rimasti in piedi: la magistratura e la libera informazione.

Su questi snodi, in modo lucido e sistematico, si muovono le iniziative legislative attuali e all'orizzonte: quella sulle intercettazioni, ad esempio, ne costituisce soltanto l'ultimo anello.
Non se ne è parlato per mesi, ma è stato messo nuovamente all'ordine del giorno presto al Senato perché venga rapidamente approvata la legge, così com'era stata approvata alla Camera.

Ma quel che sta accadendo in Italia, che è accaduto negli ultimi dieci anni – ripeto, è una mia opinione ma credo assistita da una serie di fatti – e che rende non enfatica, anzi direi quasi un eufemismo l'espressione che ho usato prima di emergenza democratica, è che noi non ci troviamo soltanto di fronte a una sistematica demolizione dei pilastri dello Stato di Diritto.
Noi ci troviamo di fronte a una sistematica demolizione dello Stato.

Quello che è accaduto negli ultimi anni è una progressiva e radicale rimodulazione del modello istituzionale nel quale la differenza tra quella che in Italia chiamiamo la cosiddetta Prima e Seconda Repubblica, è che nella Prima Repubblica c'era una politica che svolgeva un ruolo di mediazione, talvolta inquinata da interessi privati e talvolta inquinata anche da interessi criminali, ruolo di mediazione svolto dalla politica che nella Seconda Repubblica semplicemente non esiste più.

Il problema, il modo col quale noi talvolta approcciamo il tema politica contro giustizia, guerra tra politica e giustizia... questo è un luogo comune facile ed è inutile smontarlo, ma noi abbiamo detto spesso nel passato che è errata l'immagine dello scontro tra politica e giustizia perché c'era una sola parte che picchiava contro l'altra, cioè la politica contro la giustizia.

Ma io direi un'altra cosa: noi, invece, non abbiamo avuto un assedio della politica contro la giustizia, abbiamo semplicemente perso la politica, perché le istituzioni e la politica sono state occupate dagli interessi privati, quindi è il privato che ha sostituito il pubblico.

La differenza, quindi, tra la Prima Repubblica e la Seconda è che è saltato qualsiasi ruolo di mediazione che, prima, la politica svolgeva nella cosiddetta Prima Repubblica.

Questo è quello che mi allarma, e mi preoccupa.

In realtà quel che accade in Italia - secondo la mia valutazione ovviamente dal punto di vista di cittadino e non da magistrato che poi fa indagini e sostiene l'accusa nei processi: lì vale la prova e non le considerazioni –, come ci ricordavano uomini come Falcone e Borsellino, la lotta alla mafia non la puoi fare soltanto dentro i palazzi di giustizia, con le indagini e i processi: quelli si fanno con le prove, se ci sono, e se non ci sono non fai ne l'uno ne l'altro.

Ma per affrontare la mafia, che non è soltanto un'organizzazione criminale ma un sistema di potere criminale, la magistratura da sola non può vincere questo scontro.

Occorre un movimenti ampio, di opinione, nella società.

Ed è quello che Paolo Borsellino diceva con una frase che se dicessimo oggi saremmo accusati di essere politicamente schierati, che il nodo – diceva Borsellino – per la lotta alla mafia è essenzialmente politico, perché prima di una magistratura antimafia occorre una politica antimafia.



A.D.
10.11.2009

Fabrizio Frosini
Posted Nov 13, 2009 8:47 PM
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Il Fatto Quotidiano



Una Regione da sciogliere




Marco Travaglio


Uno s’illude che esista un limite alle fesserie.
Poi ascolta Maurizio Lupi e si mette il cuore in pace.
L’altra sera l’ubiquo pretino devoto a San Silvio era in pellegrinaggio a Ballarò.
Dove gli è toccato difendere pure San Nicola, nel senso di Cosentino, il sottosegretario che sarebbe già in galera se non si fosse rifugiato per tempo in Parlamento e al governo.

Il cosiddetto onorevole Lupi strillava: “Non si può parlare del caso Cosentino in tv, tantomeno nel servizio pubblico, in assenza di Cosentino e del suo avvocato”.
E l’impavido Floris: “Giusto, qui non si fa cronaca giudiziaria”.
Non sia mai che gli scappi una notizia.
Scodinzolini non avrebbe saputo dire meglio.
Così del caso Cosentino ha parlato solo Lupi, ovviamente per assolvere San Nicola: “Non può essere un camorrista visto che fa parte di un governo e di un partito quotidianamente impegnati nella lotta alle mafie”.
E giù la solita sfilza di dati sui beni sequestrati e sui latitanti arrestati, come se a sequestrarli e ad arrestarli fossero il Popolo della libertà e il governo Berlusconi.


Nessuno ha ricordato a questo bel tomo che gli arresti e i sequestri li fanno i magistrati: gli stessi che lui e la sua cricca attaccano ogni giorno come deviati, politicizzati, golpisti, antropologicamente diversi dalla razza umana.
Gli stessi che vogliono arrestare Cosentino.
Per fortuna, con buona pace di Menzognini e Floris, un po’ di cronaca giudiziaria sopravvive sui giornali e sulla Rete.

Così chi volesse sapere qualcosa delle accuse a Cosentino senza farsele raccontare da Lupi ce la può fare.
Basta leggere qualche pagina a caso dell’ordinanza del gip di Napoli per farsi un’idea di cos’è diventata la politica in Campania.
Roba da rimpiangere i Gava, detti anche “Fetenzìa”.

La Campania s’è messa in pari con la Calabria, dove su 50 consiglieri regionali 35 sono inquisiti o condannati.
Al confronto la regione Sicilia è un convento di clarisse.

Oggi Il Fatto pubblica le pagine gialle degli inquisiti campani di destra, centro e sinistra.
Ma si faceva prima con l’elenco dei non indagati.

Il governatore Bassolino ha tre procedimenti e un rinvio a giudizio per monnezza e dintorni, con l’accusa di aver truffato la regione che egli stesso rappresenta (è imputato e contemporaneamente parte civile contro se stesso).
Infatti il Pd vuole sostituirlo col sindaco di Salerno, De Luca, che di rinvii a giudizio ne ha due.
L’ex presidente Pd della provincia di Caserta, De Franciscis, dopo aver dato un appaltone al fratello di un boss casalese, è scappato a Lourdes.
La presidente del consiglio regionale Sandra Mastella, imputata per concussione, non può più metter piede in Campania: dovrà convocare il consiglio regionale della Campania fuori dalla Campania, come i governi in esilio in tempo di guerra.
Il marito Clemente, eurodeputato ma del centrodestra, è imputato pure lui per concussione.

Ed eccoci al Pdl.
Cosentino è coordinatore regionale.
Il suo vice è Landolfi, indagato per corruzione e truffa “con l’aggravante di aver favorito il clan camorristico La Torre”.
Il vicecapogruppo alla Camera Bocchino è indagato per lo scandalo Romeo, assieme al pidino Lusetti e a mezza giunta Iervolino (che almeno qualcuno l’ha mandato a casa).

Qualche anno fa, su MicroMega, i pm Ingroia e Scarpinato proposero di allargare alle regioni la legge che consente di sciogliere i comuni infiltrati dalle mafie.
Apriti cielo: furono tacciati di golpismo giudiziario.
Ora, con le notizie che arrivano dalla Campania, quella proposta appare minimalista.
Andrebbe estesa alle regioni e ai comuni infiltrati dalla corruzione.
Altro che elezioni: la regione Campania va sciolta e commissariata per cinque anni.
Perché la politica s’è infiltrata nella camorra e, a lungo andare, ha finito per corromperla.


Il Fatto Quotidiano n°44 del 12 novembre 2009

Fabrizio Frosini
Posted Nov 13, 2009 9:18 PM
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Il Fatto Quotidiano



Processo Breve



Incostituzionale e pericoloso




Censurati e incensurati : la legge non sarà uguale per tutti



Bruno Tinti


Ho qualche timore nel descrivere i profili di incostituzionalità del ddl sul “processo breve”; perché possono essere eliminati con facilità: si paralizzerebbe la giustizia penale, ma questo a Berlusconi & C. non interessa nulla e, pur di portarlo a casa, magari lo modificano.
Non di meno me ne occupo perché, chissà, qualcuno li fermerà prima che sia troppo tardi.

Immaginiamo che gli sponsor di Usain Bolt gli dicano: “Caro Usain, tu sei certamente in grado di correre i 100 metri in 9 secondi. Quindi fallo perché se no non ti facciamo più correre”.
Ovviamente Bolt non ce la farebbe e l’atletica perderebbe un grande campione.
Ecco, B&C stanno facendo proprio così: da domani i processi debbono durare 6 anni; se durano di più non si può condannare nessuno.
Risultato, non si condannerà nessuno.

Nessuno?
Ecco no, perché anche B&C lo sanno che questo sistema è assolutamente privo di senso; lo vogliono perché a B. serve proprio, però sanno che butteranno alle ortiche decine, forse centinaia di migliaia di processi, che un sacco di delinquenti la faranno franca e che un sacco di parti offese ce l’avranno con loro e non li voteranno più (mah?).

E così cercano di limitare i danni riservando il “processo breve” a una sola categoria che, naturalmente, coincide con il prototipo originale in funzione del quale il “processo breve” è stato inventato: proprio lui, B.

Si deve trattare di incensurati (B. è incensurato, 6 prescrizioni ha collezionato, è colpevole ma incensurato);
si deve trattare di reati puniti con pene non superiori a 10 anni (B. è imputato di corruzione in atti giudiziari, pena massima 8 anni, e frode fiscale, pena massima 6 anni);
si deve trattare di processi che siano ancora in primo grado, cioè davanti al tribunale (proprio come il processo Mills);
non si deve trattare di reati di mafia (B. qualche relazione con Dell’Utri e Mangano e non so quanti altri ce l’ha, ma processi per mafia veri e propri no) o di terrorismo o di altre 6 o 7 tipologie che comunque non riguardano B.

In questo modo, B&C hanno pensato, un po’ di delinquenti la faranno franca ma non proprio tutti; insomma, io speriamo che me la cavo e per non farla cavare a tutti gli altri ho fatto il possibile.
Forse si sono fatti male da soli.
Il problema di B&C è sempre lo stesso: la Costituzione; e più in particolare quel rompiscatole dell’articolo 3 con la sua assurda pretesa che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge.
Sicché, se i cittadini hanno diritto al “processo breve”, come del resto dice anche l’articolo 111 della Costituzione, per quale motivo chi non è incensurato non dovrebbe godere di questo diritto?

L’essere pregiudicati comporta effetti sulla pena (sei proprio incorreggibile, già condannato e continui a delinquere, ti meriti una pena più grave) ma non sul tempo necessario per accertare l’innocenza o la colpevolezza: prima della condanna, un incensurato e un pregiudicato sono entrambi presunti innocenti, non c’è nessuna differenza tra loro.
Dunque un pregiudicato ha diritto di vedersi processato con gli stessi strumenti e negli stessi tempi di chiunque altro; e termini di “estinzione del processo” differenziati sono incostituzionali.

Per lo stesso motivo non si può applicare il “processo breve” solo agli imputati di reati puniti con pena inferiore ai 10 anni di reclusione: tutti, innocenti fino a prova contraria, qualunque sia il reato di cui sono imputati, hanno diritto a essere giudicati nello stesso modo.
E nemmeno si può dire che un reato punito con pena superiore a 10 anni è per definizione più difficile da accertare di uno punito con pena inferiore; sicché sarebbero ragionevoli termini processuali differenziati.
Tanto per parlare sempre delle stesse cose, i falsi in bilancio e le frodi fiscali di B. hanno un tasso di complessità investigativa non inferiore a quello di una indagine in materia di mafia con una decina di pentiti e 10.000 pagine di intercettazioni; eppure i primi sono puniti fino a 4 e 6 anni di reclusione e gli altri con l’ergastolo.

Ancora: che male hanno fatto gli imputati che hanno esercitato il loro diritto di proporre appello?
Perché per loro il “processo breve” non deve valere?

Insomma, “processo breve” e Costituzione sono parecchio lontani tra loro.
Speriamo che QUALCUNO se ne accorga.


Per finire, applichiamo tutto ciò a un possibile caso concreto.

Processo per corruzione; due imputati, per esempio B, mandante, e l’onorevole Berruti, già condannato per corruzione, esecutore materiale; passano 2 anni, il processo di primo grado non finisce (è ovvio, con B. imputato).
Il giudice decreterà l’estinzione del processo per B. (incensurato) e andrà avanti fino alla condanna di Berruti (pregiudicato).
Qualche tempo dopo altro processo, sempre a carico di tutti e due e di identico contenuto: B. sarà di nuovo “graziato” e Berruti di nuovo condannato.
E via così.

Forse il problema si risolverà da solo; forse ci sarà una rivolta di Palazzo.



da Il Fatto Quotidiano n°45 del 13 novembre 2009
Fabrizio Frosini
Posted Nov 14, 2009 5:32 PM
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dal blog toghe



La breve vita della pecora Dolly :


riflessioni a prima lettura sull'impatto del


"processo breve" nel settore civile





E', da poche ore, conoscibile il testo del disegno di legge sul cd. “processo breve”.

Viene presentato come indifferibile rimedio al problema della lunga durata dei processi che determina numerose condanne dell'Italia in sede europea provocando spreco di denaro pubblico.

Può dirsi, a primissima lettura, che la logica è differenziata tra la materia penale e quella civile.

Il superamento dei due anni per ciascun grado di giudizio determina l'improcedibilità in sede penale, una sorta di “tana libera tutti”.
Questo si sapeva, ed è l'aspetto più banale e scontato che non suscita alcuna sorpresa.

Di maggiore interesse è l'impatto di questo disegno di legge nella materia civile.

E' allora opportuno conoscere alcuni numeri “fissi” del processo civile, vale a dire immodificabili perché direttamente stabiliti dalla legge e non suscettibili di riduzione.

80 giorni spettano di diritto alle parti per la loro difesa dopo la prima udienza di comparizione.

30 giorni al giudice per decidere sulle questioni poste e stabilire il programma del processo.

80 giorni spettano alle parti nella fase conclusiva per rassegnare le loro richieste definitive.

30 (o 60 giorni nei giudizi collegiali) spettano al giudice per redigere la sentenza.


Il totale di 220 (o 250) giorni è il tempo che va sottratto dalla durata di ogni processo, come se fosse una “tara”, notoriamente esclusa dal computo del peso di qualsiasi merce.

Due anni è il tempo massimo previsto per la durata del processo civile, oltre il quale scatta il diritto all'indennizzo per le parti: tolta la tara, esso si riduce a 510 (o 480) giorni.

..

continua qui



giovedì 12 novembre 2009


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riprendo uno scambio di commenti al post :


filippo

io non sono un tecnico, ma faccio il piccolo imprenditore. La giustizia non funziona: siamo tutti d'accordo.
Se la mia azienda non funziona io mi ingegno a trovare delle soluzioni in modo da proporre ai miei clienti delle soluzioni ai loro problemi.
Considerato che già adesso con le cause civili si rischia di non essere risarciti dei propri danni e questa non è giustizia, io credo che i magistrati e le loro espressioni politiche dovrebbero proporre delle soluzioni e non limitarsi a criticare ciò che decide il parlamento, sul quale nessuno può esercitare potestà.
Quindi ammesso e non concesso che questa riforma sia pessima, perché non fate una proposta attraverso la vs parte politica in sede parlamentare?
Inoltre, come imprenditore se constato che la mia azienda non funziona oltre a trovare delle soluzioni faccio un analisi sui miei errori

14.11.2009 13.28




Felice Lima

Per Filippo (commento delle 13.28).

Gentile Filippo,

grazie mille per la Sua attenzione e il Suo contributo.

Rispondo alle Sue osservazioni:

1. noi magistrati non abbiamo una "nostra parte politica in parlamento" (come la chiama Lei);

2. noi magistrati abbiamo fatto un milione e mezzo di proposte per fare funzionare la giustizia, perché noi tecnici sappiamo tutti molto bene cosa servirebbe per fare funzionare la giustizia;

3. alcune delle nostre proposte sono a costo economico e politico "zero";

4. le nostre proposte non vengono mai accolte.

Il motivo di tutto questo è molto semplice: forse Lei non se ne è accorto, ma chi sta al potere da decenni (Berlusconi più degli altri, ma gli altri prima di lui pure) hanno un preciso interesse a che la macchina della giustizia NON funzioni.

Dunque, tornando all'esempio dell'azienda che fa lei, l'amministratore delegato e tutto il consiglio di amministrazione dell'azienda giustizia hanno un interesse personale a che l'azienda fallisca.

E da anni hanno lavorato e lavorato a questo obiettivo che in grandissima parte hanno già raggiunto.

Le faccio un solo esempio fra MILLE. Sappia che per il nostro codice di procedura penale se un avvocato difende due imputati e noi gli dobbiamo notificare un atto, di quest'atto gli dobbiamo mandare due copie, una per ciascun cliente. Lo sa che se, per sbaglio, gli mandiamo una copia sola la notifica è nulla per tutti e due gli imputati, perché non è possibile che l'avvocato si faccia da solo la copia che manca e e non è possibile stabilire a quale dei due imputati era indirizzata quella che abbiamo mandato?

Si stupirebbe se le dicessi che nessun partito vuole abrogare questa norma come mille altre simili che rendono impossibile il lavoro della giustizia?

Filippo, la giustizia fa schifo, ma non per sbaglio. Per una precisa scelta di chi governa

Felice Lima 14.11.2009 13.46



Felice Lima

Sempre per Filippo (commento delle 13.28)

Gentile Filippo,

sa che in Inghilterra e in America non c'è l'appello (come è da noi) e che se ti concedono quello che da loro si chiama appello e perdi, il tempo che hai passato in carcere nell'attesa non ti viene scomputato dalla pena da scontare?

Vogliono accorciare la durata dei processi e alleggerire la giustizia? Sarebbe assurdo prevedere che se sei condannato in primo grado e vai in appello e cassazione, se la condanna ti viene confermata, la prescrizione non matura?

Così si eviterebbe che i condannati vadano in appello e cassazione pur avendo torto solo per fare maturare la prescrizione.

Sa che se l'imputato fa appello, la sentenza può solo migliorare ma non peggiorare?

Sa che in alcuni processi l'imputato può fare appello perché ritiene la pena troppo alta ma il pubblico ministero non può fare appello perché la ritiene troppo bassa?

Sarebbe troppo assurdo dire: vuoi l'appello sul quanto della pena? Va bene. Ma se i giudici riterranno che è troppo bassa, te la aumenteranno. Così ci pensi.

Lei pensa che Berlusconi farà una qualunque di queste cose?

No.

E sa perché? Perché non serve a evitargli la condanna nel processo Mills.

Caro Filippo, la misura della tragedia nella quale siamo è data molto bene da questa vicenda: Berlusconi non si vuole fare processare e per ottenere questo bel risultato manda al macero la giustizia tutta intera.

E un sacco di gente è pure contenta.

Questo paese ha ciò che si è meritato.

Felice Lima 14.11.2009 14.18



Cinzia

Ah, Felice...
da quale rupe ci dobbiamo buttare?!
Siamo un popolo senza coscienza
e, chi ne ha,
non ha speranza.
Che brutta fine per un inizio
tanto grande di civiltà e progresso.

14.11.2009 15.29

Fabrizio Frosini
Posted Nov 20, 2009 12:56 AM
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Pm negli uffici dei Servizi


I magistrati della procura antimafia di Caltanissetta e Palermo hanno notificato al prefetto

Gianni De Gennaro un ordine di esibizione di atti riservati sulle stragi Falcone e Borsellino


Vogliono acquisire i documenti contenuti negli archivi dei servizi segreti



I magistrati della procura antimafia di Caltanissetta e Palermo hanno notificato stamani al prefetto Gianni De Gennaro, direttore del dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), un ordine di esibizione di atti riservati che riguardano le stragi Falcone e Borsellino.
I pm vogliono acquisire documenti che sono contenuti negli archivi dei servizi segreti.

I capi degli uffici di Caltanissetta e Palermo, Sergio Lari e Francesco Messineo, dopo aver consegnato il provvedimento che è diretto alla presidenza del Consiglio da cui dipendono i servizi di intelligence, hanno dato corso all'acquisizione degli atti che viene curata dai pm dei due uffici giudiziari siciliani.
La decisione è stata adottata dagli inquirenti nell'ambito delle indagini avviate sui mandanti esterni a Cosa nostra per le stragi di Capaci e via d'Amelio e su alcuni informatori dei servizi che potrebbero essere stati coinvolti in omicidi su cui indaga la procura di Palermo.

Un ruolo dei 'servizi' è stato ipotizzato per il fallito attentato dell'Addaura a Giovanni Falcone, quando nel 1989 una carica di esplosivo minacciò di far saltare l'abitazione estiva del giudice, che per primo attribuì l'avvertimento a "'menti raffinatissime".

A quell'attentato potrebbe essere legate la misteriosa scomparsa a Palermo di Emanuele Piazza, il giovane collaboratore del Sisde ucciso e poi sciolto nell'acido, e l'uccisione dell'agente Nino Agostino, assassinato misteriosamente nell'estate dell'89 insieme alla moglie.
Sull'omicidio Agostino, il pentito Giovan Battista Ferrante ha negato ogni coinvolgimento di Cosa nostra.

"Se lo 'asciugarono' loro", ha detto parlando dell'agente palermitano.
I pm nisseni indagano inoltre anche su un altro agente dei servizi che ha la faccia da 'mostro' e che sarebbe stato utilizzato per commettere omicidi in Sicilia.


Lirio Abbate
18 novembre 2009

Fabrizio Frosini
Posted Nov 20, 2009 1:18 AM
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Indagine esplosiva


I pm pronti a riaprire l'inchiesta sul premier per le stragi

Mentre altri boss potrebbero parlare

E provocare un terremoto politico




Le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo amico Marcello Dell'Utri.
Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss Giuseppe e Filippo Graviano, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome.
Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.

Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza.
Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai.
Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993.
Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale.

I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina.
Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia.
Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell'Utri.
Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.

Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza, quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano.
Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del '93 e del '92 e del '94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese».

L'inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l'ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip.
In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l'ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell'Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità».
Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia.
Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato».
Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra.
Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l'accusa in giudizio».
Per cui «solo l'emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell'inchiesta.

È quello che potrebbe essere fatto adesso.
Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio '94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani».
Ma dopo Spatuzza c'è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse.
Magari a partire proprio da Filippo Graviano.
Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati».
Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell'Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora.

Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94.
Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell'indagine della procura di Napoli sul sottosegretario Nicola Cosentino di cui è stato chiesto l'arresto per concorso esterno in associazione camorristica.
Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il '94 e il '96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti».


E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l'ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone.
Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione».
E dello stesso argomento aveva discusso il casalese Dario De Simone, con l'onorevole Cosentino.

Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica.
Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993.
Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto.
I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l'aiuto di Spatuzza.
E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.


(continua %)
Fabrizio Frosini
Posted Nov 20, 2009 1:19 AM
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Indagine esplosiva


I pm pronti a riaprire l'inchiesta sul premier per le stragi

Mentre altri boss potrebbero parlare

E provocare un terremoto politico





Su questi fatti vi sono due indagini.
Una coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi con i suoi sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini; l'altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta Sergio Lari con l'aggiunto Domenico Gozzo e i pm Nicolò Marino e Stefano Luciani.

Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate Totò Riina ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato.
Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis.
Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di Borsellino era da addebitare a «istituzioni deviate».
Un messaggio torbido.
E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo.
Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano.

È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell'ex senatore Vincenzo Inzerillo nel processo d'appello di Palermo in cui è imputato di mafia.
Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: "Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi". Gli ho detto: "Mi faccia leggere i verbali" (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora...».

La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato Renato Farina (Pdl), alias "agente betulla", entra nel carcere di Opera, nell'ambito dell'iniziativa promossa dai Radicali.
L'ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina.
Poi il deputato prosegue il giro "cella per cella" degli 82 reclusi sottoposti al 41bis.
Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano.

I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere.
Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.


Lirio Abbate
19 novembre 2009

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