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Fabrizio Frosini
Posted Dec 14, 2008 4:53 PM
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Il telefono caldo di Paolo Mieli e l'informazione a luci rosse



Carlo Vulpio è un giornalista.
Dall'inizio del 2007 seguiva le inchieste "Poseidon", "Why Not" e "Toghe Lucane".
Scriveva per il Corriere della Sera.
Il 3 dicembre è stato licenziato.

Nel suo ultimo articolo ha fatto i nomi di magistrati, di politici e di imprenditori coinvolti nell'inchiesta della Procura di Salerno in seguito alla denuncia di Luigi De Magistris.
Subito dopo ha ricevuto una telefonata di licenziamento da Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera.
I nomi erano troppi, il tanfo era insopportabile anche per i lettori del Corriere.

Mieli, lo dica qui in Rete prima che la riducano come i giornali servi del potere con la legge fotti blogger di Cassinelli.
Ci dica chi ha telefonato a lei per invitarla a disfarsi di Vulpio?
Uno della lista?
Un membro del consiglio di amministrazione di RCS?
O ha fatto tutto da solo?
Altrove, in altri Paesi, in Francia o negli Stati Uniti, un gesto come il suo non sarebbe stato apprezzato.
L'avrebbero cacciata
.
Qui la premieranno, magari con la direzione del Tg1.

Leggere l'elenco di Vulpio, dal CSM, alla Corte d'Appello, alla Corte di Cassazione è come sollevare il tombino di una fogna.
In Italia siamo tutti al di sotto di ogni sospetto.

Dall'articolo di Carlo Vulpio del 3 dicembre 2008:


"Non era mai accaduto prima in Italia, che una procura della Repubblica fosse «circondata» come un fortino della malavita.
Ieri è successo alla procura di Catanzaro, che per tutta la giornata e fino a tarda sera è stata letteralmente accerchiata da cento carabinieri e una ventina di poliziotti, tutti arrivati da Salerno.
Con i carabinieri del Reparto operativo e i poliziotti della Digos, sono entrati in procura ben sette magistrati, tra i quali il procuratore di Salerno, Luigi Apicella, e i titolari dell' inchiesta, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani.


Hanno notificato avvisi di garanzia e perquisito case e uffici dei magistrati calabresi che hanno scippato le inchieste "Poseidone" e "Why Not" all' ex pm Luigi de Magistris (ora giudice del Riesame a Napoli) e dei magistrati che queste inchieste hanno ereditato, «per smembrarle, disintegrarle e favorire alcuni indagati», scrivono i pm salernitani.
Tra gli indagati "favoriti", l' ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, il segretario nazionale Udc, Lorenzo Cesa, l' ex governatore di Calabria, nonché ex procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, il generale della Guardia di Finanza, Walter Cretella Lombardo, l' ex sottosegretario con delega al Cipe, Giuseppe Galati (Udc), Giancarlo Pittelli, deputato di Forza Italia, il ras della Compagnia delle Opere per il Sud Italia, Antonio Saladino.

Ma questo è solo il troncone calabro.

Gli stessi magistrati salernitani, infatti, stanno indagando anche in altre due direzioni.

La prima riguarda uno stuolo di giudici lucani coinvolti nella "madre di tutte le inchieste" sul marcio nella magistratura (l' inchiesta "Toghe Lucane", che de Magistris è riuscito a "chiudere" prima di essere frettolosamente trasferito).

La seconda andrebbe diritta verso alcuni membri del Csm: per esempio, il vicepresidente Nicola Mancino e i presunti legami con Antonio Saladino, figura chiave di "Why Not", il procuratore generale della Corte di Cassazione, Mario Delli Priscoli, andato in pensione qualche giorno fa, e il sostituto procuratore generale della Cassazione, nonché governatore (Ds) delle Marche per dieci anni, Vito D' Ambrosio, che in Csm sostenne l' accusa per far trasferire de Magistris.
Ce n' è anche per l' Associazione nazionale magistrati e per il suo presidente, Simone Luerti.
Molto amico di diversi indagati eccellenti quando faceva il magistrato in Calabria, Luerti non ha mai perso occasione di esternare contro de Magistris.
Quando poi, qualche mese fa, si è scoperto che incontrava regolarmente Saladino e Mastella nella sede del ministero della Giustizia, mentre lui negava, Luerti s' è dovuto dimettere dalla carica di presidente dell' Anm.
Nel decreto di perquisizione eseguito ieri, 1.700 pagine, i pm di Salerno accusano di concorso in corruzione in atti giudiziari - per aver tolto "illegalmente" a de Magistris "Why Not" e "Poseidone" - il procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto, Salvatore Murone, il procuratore generale reggente, Dolcino Favi, il parlamentare Giancarlo Pittelli e «l' uomo ovunque» Antonio Saladino.
Ma accusano anche il sostituto procuratore generale Alfredo Garbati, il sostituto procuratore generale presso la Corte d' Appello Domenico De Lorenzo e il pm Salvatore Curcio di aver preso in eredità quelle scottanti inchieste al solo scopo di farle a pezzi.
Mentre il procuratore generale Vincenzo Iannelli e il presidente di Sezione del tribunale Bruno Arcuri si sarebbero dati da fare non solo "per archiviare illegalmente" la posizione di Mastella ("la cui iscrizione tra gli indagati era invece doverosa"), ma anche "per calunniare de Magistris e disintegrarlo professionalmente".
Poi, dicono i pm campani, Iannelli, per una causa che gli sta a cuore, fa intervenire Chiaravalloti su Patrizia Pasquin, giudice del tribunale di Vibo Valentia, che poi sarebbe stata arrestata.
Così, da magistrato a magistrato, come da compare a compare.
"

Carlo Vulpio, www.carlovulpio.it

(B.G.)
Fabrizio Frosini
Posted Dec 16, 2008 11:08 PM
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RACCOLTA FIRME PER IL REFERENDUM CONTRO IL LODO ALFANO :


INVITO CONFERENZA STAMPA


venerdì 19 dicembre, ore 12.00, bar Le Giubbe Rosse

Firenze




Chiusura campagna di raccolta firme per il referendum abrogativo del cosiddetto "lodo Alfano"


saranno presenti i soggetti promotori:


ITALIA DEI VALORI
LIBERACITTADINANZA
MEET UP AMICI DI BEPPE GRILLO di Empoli
UNALTRACITTA'/UNALTROMONDO
VERDI Firenze e Toscana
PATTO DEI LIBERAL DEMOCRATICI
PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI Provincia Firenze
PARTITO RIFONDAZIONE COMUNISTA Regione Toscana
SINISTRA DEMOCRATICA Regione Toscana
COMITATO DIFESA COSTITUZIONE FIRENZE
associazione articolo 53 SALVATORE SCOCA - MEUCCIO RUINI
ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI
CAROVANA PER LA COSTITUZIONE
GROSSETO PER LA COSTITUZIONE
LA SINISTRA Firenze








le firme raccolte dovrebbero essere (una verifica è in corso) :
- Firenze + provincia: 15.000 ;
- totale Toscana: 60.000 .

.
Fabrizio Frosini
Posted Dec 20, 2008 12:46 PM
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Marco Travaglio


Sì Global




Non riusciamo a esser seri neppure nei momenti più drammatici, quando scattano le manette, crollano le giunte, si estinguono i partiti.
C’è un che di spensieratamente dadaista nei commenti dei politici napoletani, coinvolti nelle intercettazioni e non.

Spiega Lusetti, candidato ai domiciliari: “Faccio promesse a tutti, ma non le mantengo mai, è il mio carattere”.
E se ne vanta pure.

Gli fa eco Bocchino, il dioscuro di destra che a Napoli doveva opporsi ma faceva solo finta: “Chi fa politica al mio livello certe cose deve aspettarsele”.
Perché, quale sarebbe il livello Bocchino?
Parla come se gli avessero teso una trappola.

Ma ha fatto tutto da solo: “Siamo un sodalizio”, diceva al faccendiere Alfredo Romeo, quello degli appalti Global Service (global nel senso di destra-sinistra), che rispondeva: “Bocchi’, siamo ‘na cosa sola”.

Notevole pure Gambale, assessore alla Legalità, ovviamente arrestato: riceveva i versamenti su un’opera pia, “A’ voce d’e creature”.

Da applausi l’eterno ritorno di Pomicino: lui c’è sempre.

Come Romeo, condannato per tangenti, poi miracolato da Santa Prescrizione e subito reingaggiato dai comuni di Napoli e Roma, ma anche dal Quirinale.

Ancora l’altroieri l’assessore Velardi giurava: “Romeo è pulito, tant’è che gli curo l’immagine io”.
Appunto: dev’essere impegnativo curare l’immagine di un detenuto.

Nel sistema Global dove “siamo tutti una cosa sola”, giunge a proposito l’appello del Colle per una “riforma condivisa della Giustizia”.
Condivisa come gli appalti e le mazzette.
Una riforma Global.

Facite ‘mpress, guaglio’, prima che v’arrestano a tutti quanti.


Marco Travaglio
Zorro
l'Unità, 19 dicembre 2008

Fabrizio Frosini
Posted Dec 21, 2008 5:55 PM
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Ciancimino Jr svela agli inquirenti i segreti dell'ex sindaco di Palermo

L'ipotesi: Borsellino ucciso perché scoprì la trattativa tra Stato e cosche


"Quando mio padre Vito trattava con i boss mafiosi"




PALERMO - È un testimone che ha un nome molto pesante. Da paura. Si chiama Ciancimino. Non è solo un omonimo del potente don Vito e nemmeno un lontano parente: è suo figlio. Parla dei segreti che il padre si è portato nella tomba. Parla di Totò Riina e Bernardo Provenzano, di patti con lo Stato e stragi. La sua verità è dentro sette interrogatori che sono stati secretati. E spediti ai magistrati di Caltanissetta che indagano sull'uccisione del procuratore Borsellino.

L'ultimo mistero siciliano si nasconde nei ricordi del più piccolo dei cinque figli di quello che fu il sindaco mafioso di Palermo, lo scapestrato e spericolato Massimo dalla dolce vita, lussi e jet set, barche, Ferrari, ville, feste e tanti "piccioli". È questo quarantacinquenne che fino a qualche tempo fa sembrava ancora il ragazzino viziato e prediletto da papà che sta rivelando le trame della "stagione dei massacri", le bombe di Capaci e di via D'Amelio del 1992, quelle altre che portarono morte nel 1993 a Firenze e a Roma e a Milano.

Massimo Ciancimino ha cominciato a riempire verbali nel giugno 2008 - ascoltato dai sostituti procuratori palermitani Antonio Ingroia e Nino Di Matteo - e da allora non si è più fermato. Tecnicamente è un teste. Nella lista accanto a lui ci sono però altri due uomini: Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè. Due pentiti. Tutti e tre descrivono cosa accadde - secondo loro - nei mesi fra l'uccisione di Giovanni Falcone e i morti dei Georgofili. Raccontano di trattative fra mafiosi e ufficiali dei carabinieri.

Il giovane Ciancimino smonta le ricostruzioni fatte in più processi dal generale Mario Mori. Sui tempi di quelle trattative (retrodatandole a prima della strage di via D'Amelio) che il generale, quindici anni fa vicecomandante dei Ros, avrebbe avuto con suo padre. Incontri per catturare latitanti. Incontri per negoziare la fine della guerra di Cosa Nostra contro lo Stato italiano. Incontri per trovare un "accordo" per la salvezza dei familiari dei boss. Ciancimino junior svela anche di aver saputo direttamente da don Vito dell'esistenza di richieste scritte avanzate dai padrini e inoltrate - tramite il generale Mori, che però ha sempre negato - a misteriosi destinatari. Fogli firmati personalmente da Totò Riina.

Gli interrogatori di Massimo Ciancimino hanno coinvolto nuovi personaggi la cui identità è ancora top secret, nomi che sono già stati iscritti o stanno per essere iscritti nel registro degli indagati della procura di Palermo. Tutta l'inchiesta per il momento si sta concentrando "su un distinto signore con una busta in mano" che, una ventina di giorni prima della strage Borsellino, è entrato nella villa dei Ciancimino sotto Montepellegrino. "Mio padre me ne ha parlato tanto...", dice Massimo. Era quello che ha portato il famigerato "papello" da far arrivare allo Stato. Fra le dieci e le dodici richieste che i boss elencavano offrendo in cambio una sola cosa: fermare le bombe in Sicilia e in Italia. "Mio padre ha incontrato tante volte anche Bernardo Provenzano a Roma", dice ancora Massimo ricordando che il padrino corleonese andava in giro presentandosi come "l'ingegnere Lo Verde".

Sullo sfondo di queste manovre fra Stato e mafia, la morte di Paolo Borsellino. L'ipotesi investigativa: il procuratore avrebbe scoperto la trattativa e sarebbe stato ucciso perché, qualcuno, lo considerava un ostacolo al patto.

Quasi tutte le "dichiarazioni" del testimone Ciancimino sono finite da Palermo a Caltanissetta, dove s'indaga sulle stragi. Quanto sia credibile o sincero il figlio di don Vito è quello che vogliono scoprire i pubblici ministeri. I suoi interrogatori andranno avanti ancora per qualche settimana. Ma nel segreto e fuori dalla Sicilia. Massimo Ciancimino da un paio di mesi ha cambiato aria, non abita più a Palermo. Troppe pressioni. E tante minacce. Dopo la condanna in primo grado a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio (è accusato di avere nascosto il tesoro di don Vito), per lui è cominciata una vita segnata da avvertimenti. Prima i proiettili arrivati nella sua bella casa di via Torrearsa. Poi un pedinamento. Proprio il giorno in cui iniziava la sua "collaborazione" con la procura è stato agganciato da un motociclista, all'aeroporto di Punta Raisi. Nessuno doveva sapere che stava per atterrare. Eppure qualcuno l'ha seguito. Massimo Ciancimino è riuscito a prendere il numero di targa della moto, l'avevano rubata la sera prima. Chi aveva interesse a tenerlo d'occhio prima del suo interrogatorio? Mafiosi? Qualcun altro?

L'ultimo "segnale" appena una settimana fa, il 12 dicembre. Era a casa, a Palermo. Alle 6,30 del mattino - due ore prima della sua testimonianza in aula contro i complici che riciclavano i soldi di suo padre - qualcuno ha bussato alla porta. "Polizia", hanno urlato. Nel videocitofono Massimo ha intravisto due uomini con il viso nascosto da un cappellino, poi ha trovato dietro la porta un pacco con dentro una bombola di gas propano e una siringa piena di benzina. Dalla procura è partita una richiesta alla prefettura per dargli una scorta. Protezione negata. Massimo Ciancimino per una parte della procura di Palermo è un testimone chiave e per un'altra parte di procura è "socialmente pericoloso". È comunque uno che sta parlando e che sta facendo tremare in tanti.

Alcuni passi dei suoi sette interrogatori sono stati depositati anche al processo contro Mario Mori che si sta celebrando in queste settimane a Palermo, il generale è alla sbarra per favoreggiamento per non avere catturato il 31 ottobre del 1995 Bernardo Provenzano in un casolare di Mezzojuso. Lo accusa un altro ufficiale dei carabinieri, il colonnello Michele Riccio, quello che anni fa era stato coinvolto in un traffico di stupefacenti e false operazioni di polizia giudiziaria. Un inghippo.

Il colonnello era in contatto con il mafioso Giuseppe Ilardo - in codice chiamato "Oriente" - che è stato ucciso poco prima di diventare ufficialmente un pentito. L'hanno "venduto". Nell'agenda del colonnello Riccio sono stati ritrovati appunti. Uno è del 20 maggio 1996: "Oriente, prima di essere interrogato, ha detto a Mori che molti attentati addebitati a Cosa Nostra non erano stati commessi da loro (dai mafiosi, ndr) ma dallo Stato".

Un'altra testimonianza da brividi. Un'altra delle "voci" sulla matrice non solo mafiosa - soprattutto per l'autobomba di via Mariano D'Amelio - delle stragi del 1992. È la verità di "Oriente". Come l'altra è la verità di Ciancimino junior, il preferito di don Vito.


di ATTILIO BOLZONI
(21 dicembre 2008)
Fabrizio Frosini
Posted Dec 21, 2008 10:46 PM
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BERLUSCONI : CONFERENZA STAMPA SENZA FRENI..


dal blog di Di Pietro : http://www.antoniodip...

L'illusionista


Ancora una volta il Presidente del Consiglio, in occasione della sua “autoincensatoriaconferenza stampa di fine anno, si è dimostrato per quel che è: uno spregiudicato venditore di illusioni.

Ha cominciato con la politica estera, arrogandosi il merito della soluzione della crisi tra la Georgia e la Russia, sostenendo spudoratamente di aver scongiurato una nuova guerra nucleare mondiale, affermando che è stato solo grazie a lui che la Banca Centrale Europea avrebbe provveduto al taglio del costo del denaro e addirittura “sbruffoneggiando” che tutti gli altri leaders mondiali (Obama, Sarkozy e Putin in testa) avrebbero seguito il suo esempio nell’affrontare la crisi economica.

Ha poi “sparato cazzate” che neanche Pinocchio avrebbe avuto il coraggio di dire, riferendo di inesistenti finanziamenti del governo che non stanno nemmeno sulla carta, in quanto non sono state messe risorse per gli ammortizzatori sociali, né per tutelari i precari, né per rilanciare il sistema delle imprese.

Ed ancora, si è sbizzarrito in materia di riforme istituzionali, paventando leggi elettorali a suo uso e consumo e riforme costituzionali per farsi eleggere direttamente dai cittadini come Presidente della Repubblica.

Infine, ha mostrato il nervo scoperto, che tanto gli sta a cuore: la riforma della giustizia pro domo sua, non solo annunciando che bloccherà l'uso delle intercettazioni (evidentemente perché non vuole che si scoprano i reati!) e che provvederà alla separazione delle carriere dei magistrati, ma soprattutto affermando che d'ora in poi le notizie di reato, le indagini e le istruttorie, in ordine a ogni fatto penalmente rilevante, dovranno essere svolte dalla polizia giudiziaria e non più dai Pubblici Ministeri (a cui invece dovrebbe rimanere solo una asettica attività notarile di qualificazione giuridica del reato e di illustrazione dell’accusa in sede dibattimentale).

Orbene, come noto, gli organi di Polizia rispondono direttamente ai Ministri competenti (Interni, Difesa, Economia) e, quindi, al Governo. Le forze di Polizia, quindi, in quanto composte tutte da persone dipendenti direttamente dall' Esecutivo, potranno svolgere solo indagini che il Governo permetterà di effettuare.
Qualsiasi studente di primo anno di giurisprudenza capirebbe che, così facendo, Berlusconi vuole attribuire al governante di turno, e quindi in questo momento a se stesso, non solo il compito di scegliere quali reati perseguire, ma anche come fare le indagini (visto mai che potessero scoprire qualcosa di compromettente!). E al danno aggiunge poi la beffa finale: chiede il dialogo con l'opposizione.

Sono proprio curioso di sapere chi è quell’allocco dell’opposizione che abboccherà!

Infine Berlusconi – dopo essersi rifiutato di rispondere ad una giornalista dell’Unità che gli chiedeva le ragioni per cui si ostinava a candidare condannati in Parlamento – ha tuonato il monito “basta processi mediatici”, riferendosi alla trasmissione Annozero di Santoro a cui il sottoscritto giovedì 18 dicembre ha partecipato.

Ebbene, almeno su questa ultima affermazione vorrei essere d’accordo con Berlusconi, a condizione però che torniamo a fare i processi in un'aula di tribunale a tutti i cittadini, anche ai Presidenti del Consiglio e delle Camere.

D’accordo, basta processi mediatici, ma – Presidente Berlusconi - lascia almeno che si compiano quelli giudiziari.

Togli il Lodo Alfano, lascia stare la separazione delle carriere, dimentica il bavaglio alle intercettazioni, ripristina il falso in bilancio, da te depenalizzato, e torna in un’aula di giustizia e fatti processare come un comune cittadino.

Delle due l’una, o ti lasci processare sui media o in un’aula di un tribunale ma non puoi pretendere che il cittadino sia “cornuto e mazziato”. Dopo tutto tu - tra le tue televisioni personali, quelle pubbliche dirette dai tuoi amici ed il tuo garante alla vigilanza Rai Villari - hai tutte le garanzie di vederti celebrato in quasi tutti i palinsesti.


PS:
Mi sono iscritto in Facebook al gruppo "FATTI PROCESSARE BUFFONE", invito i miei sostenitori a fare altrettanto. La Rete lo ha già processato da tempo.


(A.D.)
Fabrizio Frosini
Posted Dec 24, 2008 12:09 AM
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Marco Travaglio


Quel processo non s’ha da dire



Per calcolare lo stato della libertà d’informazione in Italia, c’è un’ottima unità di misura: lo spazio dedicato dalla stampa e dai tg nazionali al processo in corso a Palermo a carico dell’ex capo del Ros e poi del Sismi, generale Mario Mori, e del suo vice, col. Mario Obinu, per favoreggiamento alla mafia a causa della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Una cosina da niente. Nemmeno una riga, una parola sulle udienze che si susseguono da metà luglio. In aula non si vede quasi mai un cronista e non è mai entrata una sola telecamera. Una delle rare eccezioni è Lirio Abbate, il valoroso giornalista dell’Ansa che vive sotto scorta per le minacce mafiose dopo aver scritto “I complici” con Peter Gomez. Mercoledì ha firmato tre lanci d’agenzia sulla lunga deposizione del primo testimone d’accusa: il generale Michele Riccio, anche lui ex del Ros, che accusa Mori e Obinu di avergli impedito di catturare Provenzano 13 anni fa in un casolare di Mezzojuso indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da Cosa Nostra subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia.

Quella sera e nei giorni seguenti nessun giornale né tg nazionale ha ripreso la notizia. Il Tg1, per esempio, era molto impegnato a intervistare il produttore De Laurentiis sul nuovo film-panettone di Christian De Sica. Un vero peccato, perché Riccio ha raccontato di quando Ilardo incontrò Mori e gli avrebbe detto: “Le stragi non le abbiamo fatte solo noi della mafia, ma anche voi dello Stato”. Mori, anziché domandare spiegazioni o fare obiezioni, girò i tacchi e - sempre secondo Riccio - se ne andò senza dire una parola. Poi Riccio s’è soffermato su uno strano vertice nello studio Taormina: “Il mio difensore Carlo Taormina mi fece incontrare il senatore Dell'Utri, con la scusa di studiare le carte del suo processo. Passò a salutarci l'avvocato Cesare Previti (che poi non partecipò alla riunione, ndr)… Taormina mi chiese di dire, nei processi per mafia a Palermo, che Ilardo non mi aveva mai parlato di Dell'Utri”. Invece gliene aveva parlato eccome. Riccio - riferisce l’Ansa - non seguì l'amorevole consiglio di Taormina e mesi dopo gli revocò il mandato. Previti - ricorda Riccio - era presente da Taormina anche in occasione di un’altra riunione. Una presenza interessante, la sua, anche se “inattiva”, visto che - come ricorda Riccio - Previti conosceva bene Mori e “sovente veniva a trovarlo negli uffici del Ros”.

Di più: “Nel 1994 ho visto Mori che dal proprio ufficio spostava in un'altra stanza il piatto d'argento che gli era stato regalato da Previti, commentando con una battuta: ‘Cambiato il governo, si deve cambiare anche la disposizione del vassoio’…”. Dopo aver ricostruito il mancato blitz di Mezzojuso, Riccio riferisce i nomi che Ilardo gli fece prima di morire: nomi delle persone che gli risultavano legate a Cosa Nostra o agli amici degli amici, sulle quali non potè aggiungere altro perché fu ammazzato prima di mettere a verbale le sue dichiarazioni. E, fra gli altri, cita Dolcino Favi, il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta “Why Not”, e che in passato era stato in servizio a Siracusa. Favi - riferisce l’Ansa - sarebbe stato “gestito” da un avvocato di Lentini “molto legato a un uomo del boss Santapaola”. Dichiarazioni tutte da verificare, s’intende (il processo serve a questo). Ma piuttosto avvincenti e attuali. Peccato che nessuno le racconti.

P.s.: Un mese fa, chi scrive fu condannato a 8 mesi di reclusione in primo grado per aver diffamato Previti riportando sull’Espresso il racconto di Riccio ai pm di Palermo sulla presenza dell’ex deputato nello studio Taormina il giorno della riunione fra l’avvocato, l’ufficiale e Dell’Utri. Il Tg1 diede la notizia con grande risalto. Ora che Riccio, in Tribunale, ha ribadito e arricchito il suo racconto, il Tg1 tace. Viva il servizio pubblico.

Marco Travaglio
Ora d'aria
l'Unità, 22 dicembre 2008

Fabrizio Frosini
Posted Dec 24, 2008 6:34 PM
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da La Rete del Grillo : mercoledì 24/12/2008 16.39


"Vogliono farmi dire che le intercettazioni devono essere fermate? Mai! Sono uno strumento indispensabile per i magistrati. Anzi, auguro loro, anche a quelli della procura di Napoli: Buon lavoro e andate avanti”. (A.D)

GRANDISSIMO DI PIETRO

Stefania



(dopo che sono comparse le notizie sule intercettazioni delle telefonate di MAUTONE con il figlio di Di Pietro, Cristiano)

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Fabrizio Frosini
Posted Dec 28, 2008 1:45 PM
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dal blog TOGHE 28 dicembre 2008 : http://toghe.blogspot...


Non so, dunque parlo


Marco Travaglio



“Gli arresti domiciliari al sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso, e la successiva scarcerazione sono un fatto gravissimo” (Walter Veltroni, 24 dicembre 2008)

“Si tratta di una vicenda grave, e Veltroni ha fatto bene a definirla così. Forse sarebbe stata necessaria più prudenza nell’emettere i provvedimenti di custodia cautelare, anche perché ci sono state conseguenze gravi, come le dimissioni del sindaco di Pescara. Quando prendono questo tipo di decisioni, i magistrati devono agire con prudenza e rispetto delle procedure. Ora ai magistrati chiediamo di fare presto, perché i cittadini hanno diritto di sapere presto quello che è accaduto a Pescara e quale sarà il destino della giunta” (Lanfranco Tenaglia, ministro della Giustizia del governo ombra del Pd, Sky Tg24, 26 dicembre 2008)

“Non sussistevano le ragioni per le quali è stato arrestato il sindaco di Pescara, credo ci voglia molta prudenza perché è caduta una amministrazione per ragioni, a quanto pare, insussistenti. Serve prudenza e una valutazione seria dei dati che va fatta nei confronti di tutta la magistratura” (Luciano Violante, Pd, 26 dicembre 2008)

“Veltroni difende il suo partito, forse un amico, ma dovrebbe farlo anche quando ci sono gli avversari” (Altero Matteoli, Pdl, ministro dei Trasporti, 26 dicembre 2008)

“Con quattordici anni di ritardo, Veltroni forse si è reso conto che esiste un problema tra politica e giustizia” (Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, 26 dicembre 2008)

In relazione al D’Alfonso, in termini di gravità indiziaria il quadro accusatorio, già integralmente condiviso dal Gip nel momento dell’adozione delle misure cautelari, rimane nel suo complesso confermato (e anzi sotto taluni aspetti rafforzato). Sulle due principali vicende di corruzione e sulla stessa associazione per delinquere. Le acquisizioni successive all’interrogatorio del Sindaco. hanno già in gran parte eliso il valore del costituto difensivo del D’Alfonso in relazione all’aspetto ritenuto più significativo: le ristrutturazioni (di sue abitazioni eseguite gratuitamente da imprenditori vincitori di appalti nel suo Comune, ndr). L’interrogatorio del Paolini (portaborse-autista del sindaco a spese dell’imprenditore privato Carlo Toto, ndr) ha offerto piena conferma dell’impianto accusatorio in relazione all’essere l’indagato (Paolini) una sorta di assistente del Sindaco, stipendiato dal Toto e fornito di autovettura di alta gamma, senza che sia possibile documentare e neppure comprendere quali prestazioni abbia svolto per l’imprenditore. Ribadita la gravità del quadro indiziario, come originariamente ritenuto nell’ordinanza. occorre a questo punto farsi carico delle sopravvenienze intervenute in relazione al pericolo di inquinamento probatorio ascritto al D’Alfonso. Le preannunciate e poi effettivamente eseguite dimissioni. costituiscono un apprezzabile segnale di sensibilità istituzionale. Il previsto commissariamento del Comune determina un ulteriore indebolimento della rete di rapporti intessuti dal D’Alfonso nell’esercizio della propria attività politico-amministrativa e della conseguente capacità di manipolare persone informate e documenti. Quanto alla possibile costituzione di tesi difensive di comodo, va rilevato che esse sono già state in parte disvelate (con riferimento alla vicenda delle ristrutturazioni) e che comunque il dettagliato sviluppo del costituto difensivo del Sindaco (ed i confronti già intervenuti con le altre fonti di prova dichiarativa e documentale), alla luce della notevole mole del materiale documentale acquisito, rende meno probabili ulteriori manipolazioni. Per questi motivi, (il Gip, ndr) revoca la misura in atto (gli arresti domiciliari, ndr) applicata a carico di D’Alfonso”. (dall’ordinanza di scarcerazione firmata dal Gip di Pescara, Luca De Ninis, 24 dicembre 2008) (*)

(*) Il testo integrale dell’ordinanza può essere letto a questo link.


da Repubblica.it del 27 dicembre 2008
Fabrizio Frosini
Posted Dec 30, 2008 7:23 PM
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Il Calendario dei Santi Laici 2009



"Se si scorre l’elenco dei Santi Laici, la prima reazione è un senso di vertigine.
Un’impressione che si può provare solo di fronte all’abisso, al vuoto di un precipizio senza fine.
Non è un semplice, e lunghissimo, elenco di omicidi di carabinieri, poliziotti, magistrati, politici, giornalisti, sacerdoti e cittadini.
E’ un fiume di sangue che percorre la nostra Storia.
Un massacro sul quale si fonda e vive la nostra Repubblica.

Chiudete gli occhi e pensate a questi uomini e donne che hanno sacrificato la vita per lo Stato.
E immaginate il loro ruolo nella guida della Nazione, se fossero ancora in vita.
Borsellino presidente della Repubblica, Falcone ministro della Giustizia, Don Puglisi cardinale, Ambrosoli presidente del Consiglio, Fava direttore del Corriere della Sera.


Poi aprite gli occhi e vedete la realtà desolante di prescritti, mafiosi, condannati in Parlamento e dell’informazione in mano ai loro servi.

Vi chiederete perché, in così tanti, hanno dato la vita.
Cosa li ha spinti.
Io credo che la loro coscienza li abbia costretti a farlo.
Non avevano semplicemente altra scelta.
Non potevano voltarsi da un’altra parte.
Molti sapevano di essere condannati.

In questo simili al Cristo dei Vangeli che accettava il martirio, pur potendo sfuggirvi.

Gli onesti sono tollerati solo se non denunciano il Sistema, quella galassia di criminalità organizzata, massoneria deviata e corruzione politica che governa l’Italia.
Fino a ieri in modo occulto, oggi in modo sfacciato, plateale.

Il Sistema agisce nei confronti degli onesti per gradi.
Prima cerca di comprarli, poi li minaccia.
Se fallisce, allora li isola e se questo non è sufficiente, dopo averli isolati, li uccide.

L’isolamento da parte delle istituzioni e dei media è il campanello d’allarme.
L’ultima chiamata.
Centinaia di persone lo hanno sentito e hanno tirato dritto.
A loro dovrebbero essere intitolate le vie e le piazze d’Italia.
Quelle che i politici vogliono dedicare al latitante Bettino Craxi.
Davanti a Montecitorio ci dovrebbe essere una lapide con i loro nomi in caratteri d’oro, in ordine alfabetico.

Il mio augurio per il 2009 è di non lasciare perdere, di non lasciare più perdere nulla.
Nessuno è al di sopra della legge e i delinquenti vanno chiamati solo con il loro nome.

Non voltatevi più dall’altra parte, ma solo dalla vostra parte.
I Santi Laici, da lassù, vi daranno una mano.

No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere”.
Dalla lettera di Giacomo Ulivi, partigiano, assassinato dai fascisti nella Piazza Grande di Modena il 10 novembre 1944".

Fabrizio Frosini
Posted Jan 12, 2009 12:31 AM
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Marco Travaglio

Troppi giudici nei tribunali




Alla controriforma del giudici mancava solo la benedizione apostolica del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino.
E la benedizione è arrivata ieri, dalle accoglienti colonne dell’Inciucio della Sera.
Mancino sposa la trovata Tenaglia di affidare le misure cautelari a tre gip anziché a uno.
Così, per rifilare l’ergastolo a qualcuno col rito abbreviato e mandarlo in galera a vita, basterà un gip, mentre per arrestarlo per qualche ora ce ne vorranno tre.
La psico-riforma serve, per Mancino, a “evitare gravi anomalie, come quelle verificatesi a Pescara e Potenza”.
In effetti è grave e anomalo che un Gip e un Riesame applichino la legge, valutando le richieste del Pm e le ordinanze del Gip, accogliendone alcune e respingendone altre.
Il fatto poi che delle eventuali “gravi anomalie” debba occuparsi la sezione disciplinare del Csm presieduta dallo stesso Mancino, che allegramente anticipa il giudizio prim’ancora del processo, e per giunta s’impiccia in due inchieste in corso, sarebbe - questa sì - una grave anomalia.
Ma solo in un paese dove non è anomalo applicare la legge.
Mancino aggiunge che spetta al Parlamento “scegliere i reati da perseguire” (geniale: così escluderà quelli dei politici).
E soprattutto che ci sono “troppi giudici nel Csm”: meglio ridurli a un terzo, raddoppiando quelli scelti dai politici (metà dal Parlamento, metà dal Quirinale).
Ancora un piccolo sforzo e proporranno collegi giudicanti composti da un giudice scelto dalla Cdl, uno dal Pd e uno - se proprio non se ne può fare a meno - dalla magistratura.
Il vero guaio è che ci sono troppi giudici nei tribunali.

Marco Travaglio
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