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Capire il potere
Il problema per i nonviolenti non è quello di impadronirsi del potere e neanche di abolirlo utopisticamente bensì di esercitarne il controllo. Ora per controllare il potere abbiamo bisogno di una forza, capace di influenzare, premere, costringere chi detiene il potere istituzionale, per ottenere o impedire qualcosa.
Una delle concezioni più diffuse del potere istituzionale, che Sharp chiama teoria monolitica (Monolith Theory), vede nel potere una forza indipendente, duratura
capace di rafforzarsi e di perpetuarsi da se. Questo ha fatto sempre pensare che per controllarlo o abbatterlo sia necessaria un'altra forza particolarmente distruttiva e violenta. La teoria della nonviolenza sostiene invece che il controllo del potere politico non può essere affidato alla violenza distruttiva. Questo metodo sarebbe «irrazionale quanto l'usare un coperchio per controllare il vapore di un calderone, mentre il fuoco sotto viene lasciato ardere in controllato». La concezione nonviolenta vede nel potere una relazione instabile e quindi modificabile. Il potere non è monolitico ma fragile, non è una forza indipendente, non è un'emanazione di pochi che stanno al vertice ma «nasce da molte parti della società» e quindi il controllo più efficace può aver luogo alle sue radici.
Chi detiene il potere deve avere la possibilità di dirigere altre persone, contare su risorse umane e materiali, disporre di un apparato di coercizione e di una burocrazia. E questo è un potere che, al di là delle strutture formali di uno Stato, dipende dal grado in cui la società glielo concede. Alle radici dell'esistenza e della forza del potere politico c'è la collaborazione di un vasto numero di istituzioni, gruppi, persone. La stessa esistenza di sanzioni, che hanno lo scopo di imporre o ripristinare l'obbedienza e di dissuadere dalla disobbedienza nei confronti dei governanti, è rivelatrice del fatto che questi hanno un bisogno vitale di obbedienza e sottomissione. È fondamentale per chi governa che venga accettata la sua autorità e si eseguano ordini e compiti.
Un rapporto di potere c'è solo quando i subordinati si conformano ai volere di chi governa, ma non è scontato che gli ordini vengano eseguiti immancabilmente. Tra i due elementi c'è sempre interazione e influenza reciproca: anche il servo più miserabile può agire in qualche modo sul padrone. Eppure la Storia ci mostra moltitudini che rinunciano a ribellarsi e si riducono all'obbedienza. È questo il punto cruciale del problema del potere: «comprendere come abbia avuto origine, come si sia formata e mantenuta l'obbedienza spontanea» (Wright Mills). «Chi conosce le ragioni di questa obbedienza - ha scritto De Jouvenel - conosce l'intima natura del Potere».
Gli interrogativi di Sharp non sono nuovi: "Come mai un governante può ottenere e mantenere il dominio politico sulla moltitudine dei suoi sudditi? Perché in casi alto numero essi si sottomettono a lui e gli obbediscono, anche quando è chiaro che farlo non è nel loro interesse? Come mai un governante può persino servirsi dei suoi sudditi per fini che sono contrari ai loro stessi interessi?". La soluzione del problema di come controllare il potere politico può venire da una risposta a questi interrogativi.
Nessuna spiegazione ha valore per sé sola e non tutte le spiegazioni riguardano fattori razionali.
Prima di tutto c'è l'abitudine che è essenziale alla continuità dell'obbedienza gli uomini obbediscono perché hanno sempre obbedito. Su questo comportamento incidono pregiudizi usanze, credenze sociali, forme rituali, modi di vita, assorbii dal cittadino in tutto l'arco della sua esistenza. Un'altra ragione è la paura dalle sanzioni: l'acquiescenza dei cittadini è provocata dalla minaccia da parte dello Stato o una qualche violenza o punizione nei confronti di chi disobbedisce ma può venir anche da pressioni economiche e sociali. Sappiamo quanto l'interesse personale porta all'obbedienza e alla collaborazione. I governanti attraverso incentivi (vantaggi economici, prestigio, carriera, posizioni di potere ecc.) riescono non solo ad ottenere obbedienza ma anche a reclutare i propri indispensabili collaboratori ed agenti una minoranza con il cui aiuto riescono a governare e controllare la maggiorana della popolazione.
Ma il più efficace dei controlli si esercita sulla coscienza degli individui: è il controllo della mente del suddito, la propaganda e il condizionamento mentale, che ottengono molto di più delle sanzioni e della repressione poliziesca.
In tutte le organizzazioni politiche le persone che obbediscono sentono una costrizione interiore, un "obbligo morale" ad obbedire. Non mancano addirittura forme d'identificazione psicologica con il governante e il sistema o di indifferenza politica che portano ad obbedire agli ordini, regolamenti e leggi senza mai mettere in discussione l'autorità da cui provengono.
Tra i più acquiescenti e rispettosi del Potere, al quale non sanno mai disobbedire o resistere, ci sono quelli che mancano di fiducia in se stessi. Costoro, non avendo un volontà propria ed un patrimonio di certezze che permetta loro di prendere coscienza dei propri diritti e possibilità, tendono ad evitare le responsabilità, a delegarle chi sta più in alto nella gerarchia sociale. Cercano, dice Sharp, "un governante, un leader, un despota, un tiranno che li sollevi dalla responsabilità di gestire il propri presente ed il proprio futuro".
E difficilmente se non acquisteranno fiducia in s stessi, "faranno altro che obbedire, collaborare, sottomettersi".
La sua conclusione è che, sebbene siano vari i motivi che spingono all'obbedienza, ognuno di essi deve passare attraverso la volontà e il giudizio del suddito. Nonostante gli incentivi, le pressioni, i condizionamenti, l'obbedienza resta essenzialmente un fatto volontario i cittadini che obbediscono vogliono obbedire.
Anche le sanzioni da sole non producono necessariamente l'obbedienza. Di fronte ad esse c'è sempre spazio per un atto di volontà, è sempre possibile compiere una scelta: si può scegliere di obbedire evitando cosi le sanzioni minacciate a chi disobbedisce oppure disobbedire rischiando, accettando di subirle.
Molti danno il proprio consenso ad un governante non per ché lo approvano ma perché non vogliono pagare il prezzo che comporterebbe il rifiuto del consenso.
È stato La Boétie che per la prima volta, nello stesso secolo di Machiavelli, con la sua analisi della «servitù volontaria» ha impostato la questione del potere in modo radicalmente nuovo e su un piano completamente estraneo al machiavellismo. A ragione possiamo considerarlo oggi il vero precursore della teoria della noncollaborazione e della disobbedienza civile nonviolenta, cioè del controllo nonviolento del potere. Le sue idee hanno esercitato una forte influenza su Thoreau, Tolstoj e, attraverso Tolstoj, su Gandhi.
La scoperta di La Boétie è nella constatazione di un fatto apparentemente banale, perché l'abbiamo tutti i giorni davanti ai nostri occhi, ma nello stesso tempo sorprendente e inspiegabile, quasi un assurdo: la condizione di sudditi, l'accettazione da parte dei molti del dominio di pochi.
«Vorrei solo riuscire a comprendere -scrive La Boétie- come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato (...)»
Il potere per La Boétie non ha alcun fondamento oggettivo, non riposa su nessun diritto divino o diritto naturale: le sue radici non stanno nella supremazia di chi lo esercita e neanche nella forza di costrizione che possiede, ma nella «complicità» di chi lo subisce. La servitude volontaire è l'assurda e inspiegabile complicità tra vittima e oppressore: «Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? E i piedi coi quali calpesta le vostre città non sono forse i vostri? Come fa ad avere potere su di voi senza che voi stessi vi prestiate al gioco? E come oserebbe balzarvi addosso se non fosse già d'accordo con voi? Che male potrebbe farvi se non foste complici del brigante che vi deruba, dell'assassino che vi uccide, se insomma non foste traditori di voi stessi?».
Forse Tolstoj si ispirava proprio a questa pagina di La Boétie quando, nella famosa lettera ad un indù, a proposito del dominio britannico sull'India scrisse: «Una compagnia commerciale assoggettò una nazione di 200 milioni di individui. Raccontatelo ad un uomo libero dalla superstizione ed egli non riuscirà a capire che cosa significhino queste parole. Che cosa significa che trentamila uomini (...) ne hanno sottomesso 200 milioni? Le cifre indicano chiaramente che non sono stati gli inglesi ma gli indiani ad assoggettare se stessi».
Come diceva anche Godwin: «Si può te nere sottomesso un popolo solo fino al punto in cui accetta di esserlo».
Dunque per liberarsi della servitù basterebbe rifiutare il proprio assenso. Perché allora questo atto così semplice non accade e agli occhi di tutti l'affermazione della libertà è diventato un atto eroico per non dire impossibile? Se la teoria di La Boétie è vera, come mai i popoli non hanno saputo abolire da molto tempo la schiavitù l'oppressione lo sfruttamento? La spiegazione è che i cittadini non si rendono con lo che sono essi stessi la fonte del potere, che il potere politico è il proprio potere alienato e che di conseguenza diventano complici nello stesso tempo in cui ne sono vittime. Per inconsapevole ignoranza, ma anche per deliberato inganno da parte dei governanti, i cittadini non sanno della loro capacità di creare, attraverso la noncollaborazione, seri problemi ai governanti, di contrastare i loro progetti e la loro politica e persino di dissolverne il potere.
È stato Gandhi a dirci come fare, sperimentando su vasta scala le potenzialità politiche della disobbedienza civile e della noncollaborazione, mostrando il modo in cui il metodo nonviolento (che si fonda su questa concezione del potere) opera nelle situazioni di lotta.
È evidente che le azioni individuali non sono in grado di controllare il potere. Un singolo cittadino isolato è una persona debole in una società composta di una moltitudine di sudditi ugualmente deboli e inermi di fronte alla forza potente dell'organizzazione statuale. Un cittadino isolato lo si può impunemente calpestare. Cittadini "atomizzati" non sono in grado di attuare azioni di protesta significative.
Chi vuole mantenere la libertà deve unirsi ai propri simili per difenderla. Il ritiro delle fonti del potere per essere efficace deve essere condotto da ampi gruppi ed istituzioni che agiscono collettivamente. Una società, sostiene Sharp, in cui esistono gruppi e istituzioni sociali che possiedono un rilevante potere sociale e sono capaci di azione indipendente è maggiormente in grado di controllare il potere statuale. Luoghi che esprimono a livello decentrato un proprio potere: le famiglie, i gruppi sociali, religiosi, economici, politici, culturali, le organizzazioni volontarie, i sindacati, le associazioni più vane, i consigli di quartiere, le istituzioni governative minori, i comuni, le province, le regioni ecc.
Se questi gruppi e istituzioni sono forti rendono forte la società civile e forti i singoli cittadini. Questo significa che bisogna sempre operare per il decentramento e la diffusione del potere in modo che il potenziale di potere dei governanti non aumenti mai a spese della società e dei cittadini. Ma questo processo non avverrà mai dall'alto, è possibile solo dal basso attraverso l'iniziativa attiva dei cittadini.
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