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Manuale dell'attivista 1. Capire il potere

Massimo F.
Posted Mar 24, 2008 3:47 PM
user 6261663
Saronno, VA
Post #: 577
Questa è una sintesi (che continuerò ad ampliare) dei volumi di Gene Sharp sulle dinamiche di lotta nonviolenta adottate di recente anche nelle rivoluzioni colorate che si rifà alle varie scuole ed esperienze nonviolente della storia a partire da Gandhi, M.L. King, ecc.
Pone le basi teoriche e strategiche per la lotta nonviolenta. Leggendolo troverete moltissimi riferimenti con la strategia che sta attuando Beppe Grillo.
Spero possa essere utile per capire chi siamo, dove vogliamo andare e soprattutto come.

Vi consiglio caldamente di leggerlo (poi interrogo wink), è scritto in mondo semplice ma affronta analiticamente il conflitto che abbiamo di fronte, le difficoltà e le armi a nostra disposizione.

Ho visto che la confusione (Non capisco Grillo! Io voto! Io non voto! ecc...) regna sovrana anche nel MU degli organizer (quelli che dovrebbero capirci qualcosa), quindi probabilmente saremo il primo MU a fare scuola sull'argomento wink

Per chi volesse approfondire la versione integrale: http://www.aeinstein....


"Ogni forma di campagna nonviolenta il cui carattere sia puramente spontaneo è minacciata o da una morte per indifferenza entro breve tempo o da una troppo rapida crescita e da un conseguente potenziale passaggio alla violenza."

Lindberg - Konklusionen: Theorien om Ikke-vold
Massimo F.
Posted Mar 24, 2008 3:48 PM
user 6261663
Saronno, VA
Post #: 578
Capire il potere

Il problema per i nonviolenti non è quello di impadronirsi del potere e neanche di abolirlo utopisticamente bensì di esercitarne il controllo. Ora per controllare il potere abbiamo bisogno di una forza, capace di influenzare, premere, costringere chi detiene il potere istituzionale, per ottenere o impedire qualcosa.

Una delle concezioni più diffuse del potere istituzionale, che Sharp chiama teoria monolitica (Monolith Theory), vede nel potere una forza indipendente, duratura
capace di rafforzarsi e di perpetuarsi da se. Questo ha fatto sempre pensare che per controllarlo o abbatterlo sia necessaria un'altra forza particolarmente distruttiva e violenta. La teoria della nonviolenza sostiene invece che il controllo del potere politico non può essere affidato alla violenza distruttiva. Questo metodo sarebbe «irrazionale quanto l'usare un coperchio per controllare il vapore di un calderone, mentre il fuoco sotto viene lasciato ardere in controllato». La concezione nonviolenta vede nel potere una relazione instabile e quindi modificabile. Il potere non è monolitico ma fragile, non è una forza indipendente, non è un'emanazione di pochi che stanno al vertice ma «nasce da molte parti della società» e quindi il controllo più efficace può aver luogo alle sue radici.

Chi detiene il potere deve avere la possibilità di dirigere altre persone, contare su risorse umane e materiali, disporre di un apparato di coercizione e di una burocrazia. E questo è un potere che, al di là delle strutture formali di uno Stato, dipende dal grado in cui la società glielo concede. Alle radici dell'esistenza e della forza del potere politico c'è la collaborazione di un vasto numero di istituzioni, gruppi, persone. La stessa esistenza di sanzioni, che hanno lo scopo di imporre o ripristinare l'obbedienza e di dissuadere dalla disobbedienza nei confronti dei governanti, è rivelatrice del fatto che questi hanno un bisogno vitale di obbedienza e sottomissione. È fondamentale per chi governa che venga accettata la sua autorità e si eseguano ordini e compiti.

Un rapporto di potere c'è solo quando i subordinati si conformano ai volere di chi governa, ma non è scontato che gli ordini vengano eseguiti immancabilmente. Tra i due elementi c'è sempre interazione e influenza reciproca: anche il servo più miserabile può agire in qualche modo sul padrone. Eppure la Storia ci mostra moltitudini che rinunciano a ribellarsi e si riducono all'obbedienza. È questo il punto cruciale del problema del potere: «comprendere come abbia avuto origine, come si sia formata e mantenuta l'obbedienza spontanea» (Wright Mills). «Chi conosce le ragioni di questa obbedienza - ha scritto De Jouvenel - conosce l'intima natura del Potere».

Gli interrogativi di Sharp non sono nuovi: "Come mai un governante può ottenere e mantenere il dominio politico sulla moltitudine dei suoi sudditi? Perché in casi alto numero essi si sottomettono a lui e gli obbediscono, anche quando è chiaro che farlo non è nel loro interesse? Come mai un governante può persino servirsi dei suoi sudditi per fini che sono contrari ai loro stessi interessi?". La soluzione del problema di come controllare il potere politico può venire da una risposta a questi interrogativi.

Nessuna spiegazione ha valore per sé sola e non tutte le spiegazioni riguardano fattori razionali.
Prima di tutto c'è l'abitudine che è essenziale alla continuità dell'obbedienza gli uomini obbediscono perché hanno sempre obbedito. Su questo comportamento incidono pregiudizi usanze, credenze sociali, forme rituali, modi di vita, assorbii dal cittadino in tutto l'arco della sua esistenza. Un'altra ragione è la paura dalle sanzioni: l'acquiescenza dei cittadini è provocata dalla minaccia da parte dello Stato o una qualche violenza o punizione nei confronti di chi disobbedisce ma può venir anche da pressioni economiche e sociali. Sappiamo quanto l'interesse personale porta all'obbedienza e alla collaborazione. I governanti attraverso incentivi (vantaggi economici, prestigio, carriera, posizioni di potere ecc.) riescono non solo ad ottenere obbedienza ma anche a reclutare i propri indispensabili collaboratori ed agenti una minoranza con il cui aiuto riescono a governare e controllare la maggiorana della popolazione.
Ma il più efficace dei controlli si esercita sulla coscienza degli individui: è il controllo della mente del suddito, la propaganda e il condizionamento mentale, che ottengono molto di più delle sanzioni e della repressione poliziesca.
In tutte le organizzazioni politiche le persone che obbediscono sentono una costrizione interiore, un "obbligo morale" ad obbedire. Non mancano addirittura forme d'identificazione psicologica con il governante e il sistema o di indifferenza politica che portano ad obbedire agli ordini, regolamenti e leggi senza mai mettere in discussione l'autorità da cui provengono.

Tra i più acquiescenti e rispettosi del Potere, al quale non sanno mai disobbedire o resistere, ci sono quelli che mancano di fiducia in se stessi. Costoro, non avendo un volontà propria ed un patrimonio di certezze che permetta loro di prendere coscienza dei propri diritti e possibilità, tendono ad evitare le responsabilità, a delegarle chi sta più in alto nella gerarchia sociale. Cercano, dice Sharp, "un governante, un leader, un despota, un tiranno che li sollevi dalla responsabilità di gestire il propri presente ed il proprio futuro".
E difficilmente se non acquisteranno fiducia in s stessi, "faranno altro che obbedire, collaborare, sottomettersi".

La sua conclusione è che, sebbene siano vari i motivi che spingono all'obbedienza, ognuno di essi deve passare attraverso la volontà e il giudizio del suddito. Nonostante gli incentivi, le pressioni, i condizionamenti, l'obbedienza resta essenzialmente un fatto volontario i cittadini che obbediscono vogliono obbedire.
Anche le sanzioni da sole non producono necessariamente l'obbedienza. Di fronte ad esse c'è sempre spazio per un atto di volontà, è sempre possibile compiere una scelta: si può scegliere di obbedire evitando cosi le sanzioni minacciate a chi disobbedisce oppure disobbedire rischiando, accettando di subirle.
Molti danno il proprio consenso ad un governante non per ché lo approvano ma perché non vogliono pagare il prezzo che comporterebbe il rifiuto del consenso.

È stato La Boétie che per la prima volta, nello stesso secolo di Machiavelli, con la sua analisi della «servitù volontaria» ha impostato la questione del potere in modo radicalmente nuovo e su un piano completamente estraneo al machiavellismo. A ragione possiamo considerarlo oggi il vero precursore della teoria della noncollaborazione e della disobbedienza civile nonviolenta, cioè del controllo nonviolento del potere. Le sue idee hanno esercitato una forte influenza su Thoreau, Tolstoj e, attraverso Tolstoj, su Gandhi.
Massimo F.
Posted Mar 24, 2008 3:49 PM
user 6261663
Saronno, VA
Post #: 579
La scoperta di La Boétie è nella constatazione di un fatto apparentemente banale, perché l'abbiamo tutti i giorni davanti ai nostri occhi, ma nello stesso tempo sorprendente e inspiegabile, quasi un assurdo: la condizione di sudditi, l'accettazione da parte dei molti del dominio di pochi.
«Vorrei solo riuscire a comprendere -scrive La Boétie- come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato (...)»
Il potere per La Boétie non ha alcun fondamento oggettivo, non riposa su nessun diritto divino o diritto naturale: le sue radici non stanno nella supremazia di chi lo esercita e neanche nella forza di costrizione che possiede, ma nella «complicità» di chi lo subisce. La servitude volontaire è l'assurda e inspiegabile complicità tra vittima e oppressore: «Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? E i piedi coi quali calpesta le vostre città non sono forse i vostri? Come fa ad avere potere su di voi senza che voi stessi vi prestiate al gioco? E come oserebbe balzarvi addosso se non fosse già d'accordo con voi? Che male potrebbe farvi se non foste complici del brigante che vi deruba, dell'assassino che vi uccide, se insomma non foste traditori di voi stessi?».

Forse Tolstoj si ispirava proprio a questa pagina di La Boétie quando, nella famosa lettera ad un indù, a proposito del dominio britannico sull'India scrisse: «Una compagnia commerciale assoggettò una nazione di 200 milioni di individui. Raccontatelo ad un uomo libero dalla superstizione ed egli non riuscirà a capire che cosa significhino queste parole. Che cosa significa che trentamila uomini (...) ne hanno sottomesso 200 milioni? Le cifre indicano chiaramente che non sono stati gli inglesi ma gli indiani ad assoggettare se stessi».
Come diceva anche Godwin: «Si può te nere sottomesso un popolo solo fino al punto in cui accetta di esserlo».

Dunque per liberarsi della servitù basterebbe rifiutare il proprio assenso. Perché allora questo atto così semplice non accade e agli occhi di tutti l'affermazione della libertà è diventato un atto eroico per non dire impossibile? Se la teoria di La Boétie è vera, come mai i popoli non hanno saputo abolire da molto tempo la schiavitù l'oppressione lo sfruttamento? La spiegazione è che i cittadini non si rendono con lo che sono essi stessi la fonte del potere, che il potere politico è il proprio potere alienato e che di conseguenza diventano complici nello stesso tempo in cui ne sono vittime. Per inconsapevole ignoranza, ma anche per deliberato inganno da parte dei governanti, i cittadini non sanno della loro capacità di creare, attraverso la noncollaborazione, seri problemi ai governanti, di contrastare i loro progetti e la loro politica e persino di dissolverne il potere.

È stato Gandhi a dirci come fare, sperimentando su vasta scala le potenzialità politiche della disobbedienza civile e della noncollaborazione, mostrando il modo in cui il metodo nonviolento (che si fonda su questa concezione del potere) opera nelle situazioni di lotta.
È evidente che le azioni individuali non sono in grado di controllare il potere. Un singolo cittadino isolato è una persona debole in una società composta di una moltitudine di sudditi ugualmente deboli e inermi di fronte alla forza potente dell'organizzazione statuale. Un cittadino isolato lo si può impunemente calpestare. Cittadini "atomizzati" non sono in grado di attuare azioni di protesta significative.

Chi vuole mantenere la libertà deve unirsi ai propri simili per difenderla. Il ritiro delle fonti del potere per essere efficace deve essere condotto da ampi gruppi ed istituzioni che agiscono collettivamente. Una società, sostiene Sharp, in cui esistono gruppi e istituzioni sociali che possiedono un rilevante potere sociale e sono capaci di azione indipendente è maggiormente in grado di controllare il potere statuale. Luoghi che esprimono a livello decentrato un proprio potere: le famiglie, i gruppi sociali, religiosi, economici, politici, culturali, le organizzazioni volontarie, i sindacati, le associazioni più vane, i consigli di quartiere, le istituzioni governative minori, i comuni, le province, le regioni ecc.
Se questi gruppi e istituzioni sono forti rendono forte la società civile e forti i singoli cittadini. Questo significa che bisogna sempre operare per il decentramento e la diffusione del potere in modo che il potenziale di potere dei governanti non aumenti mai a spese della società e dei cittadini. Ma questo processo non avverrà mai dall'alto, è possibile solo dal basso attraverso l'iniziativa attiva dei cittadini.





Fonti del potere politico

Un errore che compiono di frequente gli studiosi di politica è quello di considerare le decisioni, gli avvenimenti ed i problemi politici come isolati dalla società in cui si manifestano. Se tuttavia questi vengono studiati inserendoli nel loro contesto sociale, possono rivelare che le radici del potere politico vanno ben oltre la struttura formale dello Stato, fino a raggiungere la società stessa. Se questa analisi è corretta, ne segue che la natura dei mezzi di controllo sul potere differisce radicalmente da quella dei metodi che si potrebbero usare se cosi non fosse.

È un'osservazione ovvia, semplice, ma spesso dimenticata, anche se di grande significato teorico e pratico, che il potere detenuto dagli individui e dai gruppi che si trovano ai più alti livelli di comando e di decisione di un qualsiasi governo (individui e gruppi che per brevità chiameremo «governanti») non è intrinsecamente loro, ma deriva da altri.
È vero che alcune persone hanno maggiori qualità personali o maggiore intelligenza, oppure ispirano maggiore fiducia di altre, ma questo non esclude in alcun modo il fatto che il potere politico che esse detengono svolgendo la funzione di governanti derivi loro dalla società. Cosi, se un governante vuole detenere il potere nella gestione della sua politica, deve poter guidare il comportamento di altre persone, contare su vaste risorse umane e materiali, disporre di un apparato di coercizione e dirigere una burocrazia. Tutte queste componenti del potere politico sono esterne alla persona che lo detiene.
Massimo F.
Posted Mar 24, 2008 3:50 PM
user 6261663
Saronno, VA
Post #: 580
Se il potere politico non è intrinseco a chi lo detiene, ne segue che deve avere delle fonti esterne. In realtà pare che il potere politico derivi dall'interazione di tutte o di molte delle seguenti fonti.

Autorità. L'estensione e l'intensità dell'autorità del governante su chi gli è soggetto è un fattore decisivo del suo potere. L'autorità può essere definita come il «...diritto di reggere e comandare, di essere ascoltato ed obbedito dagli altri» 'e, volontariamente accettato dal popolo, tale da non implicare l'imposizione di sanzioni. Il detentore dell'autorità può non essere effettivamente superiore; è sufficiente che egli sia considerato ed accettato come tale. Anche se non si identifica col potere l'autorità è chiaramente una delle sue fonti primarie.

Risorse umane. Il potere di un governante dipende dal numero di persone che gli obbediscono, collaborano con lui o gli forniscono un aiuto particolare, come pure dalla proporzione fra tali persone ed il resto della popolazione e dall'estensione e dalle forme delle loro organizzazioni.

Capacità e conoscenza. Il potere del governante dipende anche dalla capacità, conoscenza e abilità delle persone che lo sostengono e dalla relazione tra queste caratteristiche e le sue necessità.

Fattori indefinibili. Fattori psicologici ed ideologici, come l'abitudine e la disposizione all'obbedienza ed alla sottomissione, la presenza o l'assenza di una stessa fede, di un'ideologia comune o di un senso di missione, influenzano tutti il potere di chi governa rispetto al popolo.

Risorse materiali.
Il grado in cui chi governa controlla la proprietà, le risorse materiali e finanziarie, il sistema economico, i mezzi di comunicazione e di trasporto contribuisce a stabilire quali siano i limiti del suo potere.

Sanzioni. La fonte ultima del potere di chi governa è data dal tipo e dalla portata delle sanzioni a sua disposizione, di cui egli può far uso sia contro chi gli è soggetto che nei conflitti con altri governanti.

Riassumendo quanto detto, si può affermare che il potere del governante non è dunque un quantum dato statico, ma varia, dal momento che variano il numero, il genere e la qualità delle forze sociali da esso controllate. «La stabilità interna di un governo è data dal rapporto tra il numero e la forza delle componenti sociali che controlla o concilia, in una parola rappresenta, ed il numero e la forza delle componenti sociali che non riesce a rappresentare ed ha contro di sé.»

Similmente, le variazioni del potere del governante sono di volta in volta, direttamente o indirettamente, connesse con la disponibilità dei sudditi ad accettarlo, obbedirgli, collaborare con lui a realizzare ciò che egli vuole. La collaborazione dei sudditi è talmente importante per ogni governante nel determinare la disponibilità delle fonti di potere e quindi la sua estensione e la possibilità stessa di esercitarlo, che Bertrand de Jouvenel ha posto il potere politico del governante, le fonti del suo potere e l'obbedienza dei sudditi su un piano di eguaglianza quasi matematica.
Massimo F.
Posted Mar 24, 2008 5:37 PM
user 6261663
Saronno, VA
Post #: 584
Stabilito il fatto che l'obbedienza e necessaria se si vuole che l'ordine venga eseguito e anche che essa non e ineluttabile, arriviamo all'antico problema: perché molti obbediscono ai pochi?

Come mai un governante può ottenere e mantenere il dominio politico sulla moltitudine dei suoi sudditi? Perché in cosi alto numero essi si sottomettono a lui e gli obbediscono, anche quando e chiaro che farlo non e nel loro interesse? Come mai un governante può persino servirsi dei suoi sudditi per fini che sono contrari ai loro stessi interessi? Tutte queste domande non sono nuove.

Le ragioni sono molteplici, complesse e correlate tra loro; in combinazioni e proporzioni diverse esse portano nelle varie situazioni all'obbedienza.

Abitudine
E opinione di alcuni che l'abitudine all'obbedienza sia in realtà la ragione essenziale della sua continuità. David Hume afferma che l'abitudine consolida ciò che altri principi della natura umana hanno stabilito in maniera imperfetta. Una volta abituatisi all'obbedienza, egli scrive, gli uomini <<non pensano mai di abbandonare una strada, sulla quale hanno costantemente camminato essi e i loro antenati ed alla quale sono sospinti da motivi cosi urgenti e visibili>>
Ma in tempi di crisi politica o quando le richieste del governante aumentano decisamente o improvvisamente, l'abitudine da sola non basta più a spiegare l'obbedienza.


Paura delle sanzioni
La paura delle sanzioni e stata largamente riconosciuta come fonte dell'obbedienza.
Le sanzioni possono assumere varie forme, ad esempio quella della pressione sociale ed economica.


Obbligo morale
Una terza ragione che determina l'obbedienza e che i sudditi sentono un obbligo morale ad obbedire. Un senso di obbligo morale all'obbedienza diffusa tra la popolazione e un aspetto comune a tutte le forme di organizzazione politica ed è un normale processo in cui l'individuo assorbe le abitudini della società.
Come scrive T.H. Green, sia la morale che la sottomissione politica traggono origine dal comune razionale riconoscimento dell'esistenza di "bene comune", riconoscimento che si concretizza in leggi che reprimono coloro che vanno contro di esso. Questa concezione si basa sulla fiducia sia nei benefici dati, dall'esistenza di un governo in generale che in quelli di un governo in particolare, rispetto a qualsiasi delle possibili alternative.


Interesse personale
Le organizzazioni e le istituzioni non politiche, economiche, culturali, scientifiche, ecc., ottengono spesso la collaborazione che desiderano dalle persone offrendo incentivi quali denaro, carriera e prestigio. Persone che non approvano un governante o un dato sistema possono lo stesso continuare non solo ad obbedirgli passivamente, ma perfino a servirlo attivamente in ciò che essi considerano corrispondente al proprio preciso interesse personale.
Con il moltiplicarsi del numero dei dipendenti statali e dei controlli sull'economia da parte del potere politico, un numero sempre maggiore di persone ritiene conveniente per il proprio interesse rimanere fedele, obbedire e collaborare col governo. Inoltre, ricompense economiche indirette possono incoraggiare una sottomissione generalizzata; gli alti livelli di vita e l'aumento dei vantaggi materiali dei paesi altamente industrializzati possono contribuire in modo significativo a mentenere l'obbedienza politica e la collaborazione attiva col sistema.

Abbiamo visto che l'obbedienza del suddito e la conseguenza della reciproca influenza di varie cause operanti sulla sua volontà. Queste cause di obbedienza non sono però costanti.





Cambiare l'equilibrio del potere

Il cambiamento di atteggiamento dei sudditi può far si che essi privino chi li governa del loro aiuto, della loro collaborazione, della loro sottomissione e della loro obbedienza.
Un abbondante materiale storico dimostra come cambiamenti di atteggiamento dei cittadini e degli agenti abbiano portato ad una diminuzione dell'obbedienza e della collaborazione col governante in carica e, di conseguenza, all'indebolimento del suo governo.

Gli atteggiamenti e le idee degli agenti del governante sono particolarmente importanti in queste circostanze. Codwin sostiene che basta distruggere nella classe media la convinzione secondo cui e nell'interesse di questa classe sostenere chi governa "e la struttura che vi e costruita sopra crollerà a terra".

Gandhi, che sperimentò su vasta scala le potenzialità politiche della disobbedienza, sottolineo l'importanza di un cambiamento di disposizione come presupposto per un cambiamento dell'atteggiamento nei confronti dell'obbedienza e della collaborazione. Egli sosteneva che erano necessari:

a) un cambiamento psicologico: dalla sottomissione passiva al rispetto di sé e al coraggio;

b) la presa di coscienza da parte dei sudditi che il sistema si regge sul loro consenso;

c) la formazione di una ferma volontà di ritirare la collaborazione e l'obbedienza.

Gandhi pensava che si potesse influire coscientemente su questi cambiamenti e quindi tentò deliberatamente di provocarli.
"I miei discorsi", diceva, "hanno lo scopo di creare disaffezione in modo tale che la gente possa giungere a considerare vergognoso prestare aiuto o collaborare con un governo che ha perso ogni diritto al rispetto ed al sostegno."

Per esempio, cambiamenti di atteggiamento degli operai nelle fabbriche o dei cittadini nella vita politica, che si risolvono in un ritiro dell'obbedienza e della collaborazione, possono provocare gravi difficolta al sistema, che per questo può crollare o essere paralizzato. Quando i sudditi tendono ad assumere un atteggiamento di sfida e a compiere atti di ostruzionismo, il normale funzionamento di una qualsiasi struttura politica comporta enormi difficoltà, sufficienti a dare ad ogni governante motivi di preoccupazione.

Si pone allora il problema di come fare per mettere in pratica questa teoria del potere.
Una delle ragioni per cui le popolazioni non sono riuscite, da lungo tempo, ad abolire la tirannide e l'oppressione e proprio la scarsa conoscenza relativa all'agire.

Un'azione efficace basata su questa teoria del potere richiede una resistenza ed una sfida organizzate collettivamente, che possono o meno essere precedute da condizioni favorevoli per una preparazione specifica preventiva.

Ma un'ostinazione generalizzata e una determinazione collettiva non sono sufficienti. L'opposizione generalizzata deve essere tradotta in una strategia d'azione e la popolazione ha bisogno di sapere come intraprendere la lotta che quasi inevitabilmente seguirà all'iniziale atto di sfida, e come persistere nella lotta malgrado la repressione.
Essa avrà bisogno di capire il metodo che si basa su questa profonda comprensione del potere, ivi comprese le sue tecniche, il modo in cui opera cambiamenti, i presupposti necessari perché esso abbia successo ed i suoi principi strategici e tattici. Questo metodo deve essere attuato con abilità. E necessario quindi esaminare in dettaglio il modo in cui il metodo di azione nonviolenta, che si basa su questa concezione del potere, funziona nelle situazioni di lotta.
Massimo F.
Posted Mar 27, 2008 4:42 PM
user 6261663
Saronno, VA
Post #: 645
La forma e la natura precisa dei loci (unità di aggregazione) di potere variano a seconda delle società e delle situazioni. Comunque comprendono di solito gruppi ed istituzioni sociali come le famiglie, le classi sociali, i gruppi culturali e nazionali, i gruppi professionali, i gruppi economici, i villaggi, i paesi, le città, le province e le regioni, le istituzioni governative minori, le organizzazioni volontarie ed i partiti politici.
A volte, pero, i loci di potere possono essere organizzati in maniera meno formale, e possono anche essere di recente costituzione oppure ricevere nuovi stimoli nel processo teso a raggiungere qualche obiettivo o ad opporsi al governante (come nel caso del consiglio dei lavoratori durante la rivoluzione ungherese del 1956). Lo status di loci sarà determinato dalla loro capacita di agire indipendentemente, di esercitare un effettivo potere e di controllare il potere reale di altri, siano essi il governante o qualche altro locus, o piu loci, di potere.

La capacità di questi loci di controllare gli atti del governante sarà quindi influenzata da:

a) la dimensione e l'esistenza stessa di tali loci;
b) il grado di indipendenza della loro azione;
c) le fonti di potere che controllano;
d) la quantità di potere sociale che possono esercitare o controllare indipendentemente;

Se tutti questi fattori sono ampiamente presenti, i loci possono rendere liberamente disponibili le fonti di potere di cui il governante ha bisogno o decidere invece di limitarle o troncarle del tutto.

Si possono trarre almeno tre conclusioni da questa analisi sui mezzi con i quali il potere politico può essere controllato:

a) nonostante la loro costituzione formale le società in cui non esistono forti loci di potere e in cui i sudditi sono relativamente atomizzati hanno un'alta predisposizione alla tirannia e ad altre forme di potere politico incontrollato;

b) in tali circostanze la semplice sostituzione della persona o del gruppo che occupa la posizione di governante e insufficiente a stabilire un effettivo controllo sul potere da chiunque occupi quella posizione;

c) affinché sul potere del governante sia possibile esercitare un controllo reale a lungo termine, il potere deve essere effettivamente decentrato e diffuso fra vari gruppi e istituzioni in tutta la società.


Le domande a questo punto sono:

1. Come si può organizzare una società libera in modi che preservino e aumentino la sua capacità di rimanere libera?

2. Come si possono produrre cambiamenti sociali e politici in modi che affrontino questo problema specifico e nello stesso tempo facilitino e non ostacolino, il controllo a lunga scadenza del potere politico?

3. Come può una società affrontare particolari tipi di potere politico incontrollato con mezzi che contribuiscano a risolvere il problema immediato e al tempo stesso aiutino a controllare e diffondere e non ad accentrare, a lunga scadenza il potere politico?

Questa ed altre questioni simili sono strettamente collegate al metodo di azione usato per produrre i cambiamenti.
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