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QUI MATERA LIBERA Message Board › Da dove arriva il latte che beviamo?
| cagimito | |
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Ciao a tutti, mi piacerebbe che si prestasse un po' di attenzione a una questione apparentemente banale che sto seguendo a distanza da un po’ di tempo, che se considerata attentamente potrebbe non essere poi così banale per la nostra salute...
La Basilicata è una piccola regione in cui l'allevamento e l'agricoltura sembrano ancora tenere in vita parte dell'economia, soprattuto di piccole comunità interne sia del materano che del potentino. Quello che non capisco è come mai non ci siano "vere" centrali del latte come in qualsiasi altra regione d'Italia (eccezion fatta per “Fattorie Donna Giulia” che devo comunque approfondire). CASO 1 - Una volta a Matera c'era il "Latte Rugiada" ma tutti sappiamo come è andata a finire, non solo per merito di Parmalat ma anche per i non più presunti traffici di rifiuti radioattivi nella centrale di Scanzano (uccisione del trasportatore De Mare e il ritrovamento di 15 fusti); quello che non so è: come mai la centrale di via delle Nazioni Unite sia stata abbandonata; perché la centrale di La Martella non sia mai entrata in funzione per sostituire quella di via delle Nazioni Unite; quale sia attualmente la vera denominazione sociale, la sede legale e la proprietà di “Latte Rugiada”…dato che le etichette cambiano in continuazione; in quale stabilimento di quale parte del mondo i prodotti “Latte Rugiada” vengono trasformati, latte compreso… perchè l’azienda si guarda bene dall’indicare lo stabilimento, limitandosi ad apporre il bollino con il codice (da decifrare)…l’unica certezza, per niente rassicurante, è che il burro provenga da Casoria; per il resto quello che si riesce a capire è che il latte fresco viene trasformato in uno stabilimento pugliese. CASO 2 – La stessa Latte Rugiada (e questo l’ho dedotto dalle informazioni dei piccoli commercianti che lo vendevano al dettaglio) tempo fa si è inventata un altro marchio (Latte Sorriso), sempre nascondendo stabilimento e sede sociale dell’azienda. CASO 3 – Alcuni anni fa un’azienda potentina ottenne dei soldi per investire nell’area industriale “La Felandina” di Metaponto, con l’obiettivo di produrre latte con la denominazione di “Metapontina Latte”. Dopo circa un anno di attività lo stabilimento ha cessato l’attività, l’azienda ha cambiato mille nomi, mille sedi, il sito internet riporta da anni la scritta “sito in allestimento” ma quel latte continua ad essere venduto in modo capillare, almeno nella provincia di Matera, con le stese modalità descritte per Latte Rugiada. Ma perché i consumatori non devono sapere chi c’è dietro e soprattutto cosa c’è dietro quello che bevono? Una tale stranezza non mi è mai capitata osservando i cartoni di qualsiasi marca di latte in vendita in Italia, perché solo da noi una tale stranezza? Perché due casi così vicini geograficamente? Cosa vogliono nascondere? Ho provato a chiederlo ad un responsabile di Latte Rugiada via mail ma ovviamente non ho avuto alcuna risposta. C’è qualcuno di voi che mi saprebbe aiutare in merito? Grazie. |
| gianni perrì | |
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Quella che segnali, Cagimito, non è affatto una questione banale. Proprio qualche giorno fa, in un supermercato, ho visto che c'era una marca di latte (a lunga conservazione) in offerta (68 centesimi circa al litro). Ho visto il codice e il latte proveniva da Verona. Sempre nello stesso supermercato ho visto lo stesso latte su un altro scaffale che costava 1.18 euro (50 centesimi in più!) ma lo stabilimento da cui proveniva era Gioia del Colle. A queste storture siamo abituati (quote latte etc.) ma è davvero assurdo che un prodotto proveniente da Verona costi 50 centesimi in meno del medesimo proveniente da Gioia del Colle. Qualche giorno dopo ho notato che anche su quella marca di latte, come per quello da te citato, è diventato più difficile risalire alla provenienza del prodotto a causa della sostituzione della legenda con codici incomprensibili dai quali si evince che il prodotto, a seconda della lettera ivi stampata, può provenire sia dall'Italia (IT) che dalla Francia (FR). Io cerco di comprare prodotti provenienti dagli stabilimenti più vicini ma è davvero una giungla in cui spesso ci si perde e si prende quello che capita, se non altro per non girare 10 negozi diversi. Tra l'altro sul latte che hai preso a riferimento c'è un numero di telefono di Matera ma non c'è scritto da nessuna parte da dove proviene quel latte, tranne che su quello fresco (su cui se non sbaglio è riportato il nome di una azienda di Bernalda). Sicuramente è una questione da approfondire se non altro per il fatto che moltissimi di questi prodotti (soprattutto sottomarche ma non solo) provengono da zone tutt'altro che paesaggisticamente salubri (ce ne sono ancora?) come Mantova, Verona, etc.
Edited by gianni perrì on Oct 25, 2009 4:55 PM |
| nat-alias | |
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e pensare che il latte lo bevono soprattutto i bambini...
cagimito prova ad approndire e facci sapere...proveremo anche noi a tenere alta l'attenzione. |
| Franco | |
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Discorso interessantissimo, grazie Cagimito, cercherò anch' io di saperne di più.
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| cagimito | |
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Il problema è riuscire a decifrare quei codici. A quanto pare, oltre alla sigla IT che identifica la nazione di provenienza (in questo caso Italia), ci sono le prime 2 cifre numeriche che simboleggiano la regione (Basilicata 17, Puglia 16, Campania 15) ma alle volte vengono sostituite da lettere e a quel punto il lavoro diventa impossibile (vedi sigla H1 di "Fattorie Donna Giulia"); infine, le ultime cifre individuano lo specifico stabilimento. Ho provato in vari modi a risalirvi tramite siti internet di Ministeri e associazioni di allevatori, domande dirette ai caseifici e ai rivenditori...ma nessuno sembra saperne nulla. Le risposte più frequenti provenienti dai caseifici danno per probabile la pastorizzazione di Rugiada & Co. in uno stabilimento in provincia di Caserta, anche se dal bollino io evinco Puglia (16), forse presso la Jonica Latte di Taranto ma nessuna delle due alternative mi rassicura...in termini di diossina dispersa nell'aria e nel sottosuolo.
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| Pjtricc | |
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Davvero interessante questo post Cagimito! Proprio ieri, dopo aver terminato la lettura dell'ultimo libro di C. Vulpio "La Cittá delle Nuvole" (l'ho giá scritto in un altro post, scusate se vi sembro ripetitivo, ma quel libro mi ha insinuato un sacco di domande), proprio ieri appunto mi chiedevo da dove provenisse il latte che si vende nei nostri supermercati. E non solo lí, ma anche nei prodotti caseari in genere. Perché (e nell'ultimo tuo post lo dici chiaramente) la vera domanda riguarda gli inquinatissimi territori attorno all'Ilva di Taranto (dove ha sede la Jonica Latte?)...sappiate che la diossina che entra nell'organismo vi arriva nel 98% dei casi tramite la catena alimentare (soprattutto prodotti caseari, mentre frutta e verdura se ben lavati possono essere considerati sicuri) mentre solo per il 2% dall'aria che respiriamo. Io credo che l'unico modo per arrivare in fondo alla questione caro Cagimito, sia riuscire a rintracciare un distributore di latte e seguirlo nei suoi percorsi, per capire da dove fa rifornimento. Oppure farsi amico un venditore e chiedergli di mostrarti bolle di accompagnamento, ecc... secondo me scopriremmo un mondo!
Pjtricc |
| Fujiko Mine | |
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Sul latte voglio fare un altro discorso che penso sia più importante, il problema sollevato da cagimito è molto interessante ma, non lo reputo prioritario. Il latte discribuito in Italia ( la maggior parte ) viene inbottigliato nel cartone di tretapak o nella bottiglia di plastica, quindi lo smaltimento dei due contenitore apre anche la questione rifiuti. Allora perchè non spingiamo i cittadini ad usare il latte alla spina? Visto che ci sono aziende zootecniche locali che si sono provviste di tale distributore o pensano di farlo. Noi comsumatori dobbiamo cambiare anche il modo di fare la spesa, fino a quando l'abitudine e la comodità prevalgono le aziende non avranno nessun interesse a cambiare distribuzione ( anche solo di facciata).
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| django | |
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Premesso che qualche mese fa sono diventato felicemente vegetariano e che, pur non praticando ancora il veganesimo, credo (ho le prove se volete) che il consumo di prodotti derivati da animali, latte compreso, sia dannoso per la salute umana. Aggiungo un dato a quanto scritto da Fujiko, sperando di non deviare troppo dalla discussione interessante che cagimito ha voluto aprire.
leggete qui l'art.1 Ecco perchè il latte crudo è in calo, anche se c'è domanda potenziale. Tempo fa ho parlato con i gestori dei due punti di erogazione del latte crudo a Matera e mi hanno parlato di un calo superiore al 50% dopo l'entrata in vigore dell'ordinanza. L'ordinanza, è superfluo dirlo, è stata voluta dalle lobbies del latte (vedi granarolo ecc ecc) che evidentemente sono tutt'uno con l'attuale sistema politico. Tutti una pasta, anzi un latte. dj Edited by django on Oct 28, 2009 11:52 PM |
| gianni perrì | |
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Dalle carte bollate al latte bollito il passo è breve. Oggi ho comprato latte di soia. Ne vado a bere un sorso.
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| Franco | |
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Premesso che qualche mese fa sono diventato felicemente vegetariano e che, pur non praticando ancora il veganesimo, credo (ho le prove se volete) che il consumo di prodotti derivati da animali, latte compreso, sia dannoso per la salute umana. Aggiungo un dato a quanto scritto da Fujiko, sperando di non deviare troppo dalla discussione interessante che cagimito ha voluto aprire. Però bisogna dire che il latte crudo va bollito per motivi igienico-sanitari e credo che le lobbies del latte se volessero saturare il mercato col latte alla spina non avrebbero problemi di sorta. E' solo un opinabile mio modestissimo parere. Amen |