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Amici di Beppe Grillo Praha Message Board › News da non dimenticare
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L'idea di questa discussione è quella di creare una bacheca delle notizie più "indignose", quelle che più ci fanno inca..are, da aggiornare di volta in volta (sperando non a cadenza quotidiana), insomma: un archivio del peggio, che potremo poi consultare per ricordarci chi ha fatto che cosa [giusto per non dire sempre che è tutta colpa di berlusconi :)]
Inizierei con questo bell'articolo dal Corriere della Sera di oggi: E alla fine la Camera tagliò i tagli I deputati sopprimono il tetto agli «stipendi d'oro» dei manager pubblici Taglia, taglia, scusate il bisticcio, stanno tagliando i tagli. L'ultimo a essere soppresso è stato il tetto agli «stipendi d'oro». Passato al Senato, è stato cancellato alla Camera. Anzi, d'ora in avanti i «grand commis» pubblici potranno guadagnare anche di più. Alla faccia di tutte le promesse intorno al bisogno di sobrietà. E di tutti gli italiani che faticano ad arrivare a fine mese. Eppure, dopo tante retromarce nella sbandierata moralizzazione avviata solo per placare l'indignazione popolare, pareva che almeno questo principio fosse acquisito: chi lavora per la sfera pubblica (dai ministeri alle Regioni, dalle aziende di Stato alle municipalizzate) non deve avere buste paga, liquidazioni e pensioni troppo alte. Per mille motivi. Perché le nomine sono spesso dovute non alle capacità professionali ma alle amicizie giuste. Perché in cambio di certi appannaggi non viene chiesta talora efficienza ma piuttosto «gentilezze» al partito di riferimento. Perché nel mondo privato, tirato in ballo a sproposito, chi guadagna molti soldi deve anche render conto agli azionisti del proprio operato (nei Paesi seri) e non mangia contemporaneamente a due greppie: i contratti deluxe del libero mercato e le sicurezze del sistema pubblico. Ed ecco che Palazzo Madama aveva approvato, all'articolo 144 della Finanziaria, le seguenti regole: «Il trattamento economico onnicomprensivo di chiunque riceva a carico delle pubbliche finanze emolumenti o retribuzioni nell'ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con pubbliche amministrazioni statali (...) agenzie, enti pubblici anche economici, enti di ricerca, università, società non quotate a totale o prevalente partecipazione pubblica nonché le loro controllate, ovvero sia titolare di incarichi o mandati di qualsiasi natura nel territorio metropolitano, non può superare quello del primo presidente della Corte di cassazione». Cioè 275 mila euro l'anno. Chiaro? Chiarissimo: il limite valeva per tutti (tutti) gli stipendi pagati con soldi pubblici. Compresi «i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, i presidenti e componenti di collegi e organi di governo e di controllo di società non quotate, i dirigenti». E se per trattenere Fiorello o strappare Gerry Scotti a Mediaset la Rai fosse costretta a offrire più della concorrenza? Previsto anche questo: «Il limite non si applica alle attività di natura professionale e ai contratti d'opera» se si tratta di «una prestazione artistica o professionale indispensabile per competere sul mercato in condizioni dì effettiva concorrenza ». E se invece si trattasse di strappare alla concorrenza non un cantante ma un grande manager che sul libero mercato potrebbe guadagnare tre, quattro o cinque volte di più? Anche queste eccezioni erano previste. Come eccezioni, però. Le nuove regole infatti, diceva l'articolo 144, «non possono essere derogate se non per motivate esigenze di carattere eccezionale e per un periodo non superiore a tre anni». Di più: dovevano ottenere la firma del capo del governo e rientrare «nel limite massimo di 25 unità. Corrispondenti alle posizione di più elevato livello di responsabilità». Riassumendo: solo venticinque altissimi dirigenti pubblici in tutto il Paese e per un periodo limitato (quindi niente pensioni d'oro e niente liquidazioni stratosferiche) potevano guadagnare più di 275 mila euro l'anno. Tutti gli altri, sotto. E guai a chi faceva il furbo perché ogni contratto doveva d'ora in avanti essere trasparente. Di più: «In caso di violazione, l'amministratore che abbia disposto il pagamento e il destinatario del medesimo sono tenuti al rimborso, a titolo di danno erariale, di una somma pari a dieci volte l'ammontare eccedente la cifra consentita». Non bastasse, l'articolo fortissimamente voluto soprattutto da Massimo Villone e Cesare Salvi, autori del libro «I costi della democrazia», metteva un altro candelotto sotto i privilegi di certi boiardi di Stato: il divieto del cumulo di poltrone, a meno che non accompagnato da una robusta decurtazione delle prebende. Insomma: una piccola grande rivoluzione. Che per la prima volta cercava di mettere ordine in un sistema che negli ultimi anni aveva lasciato i cittadini basiti davanti a casi clamorosi. Come quello di Giancarlo Cimoli, che guadagnava alle Ferrovie circa 1,5 milioni di euro l'anno e se ne andò, per andare a guadagnarne 2,7 all'Alitalia, con una liquidazione per «raggiungimento risultati » (il pareggio) di 6,7 milioni. O del suo successore Elio Catania, che per un paio di anni alle Ferrovie (lasciate con un buco di 2 miliardi e 155 milioni) incassò una buonuscita di 7 milioni. O ancora quello di Massimo Sarmi che alle Poste prende un milione e mezzo di euro l'anno cumulando le buste paga da amministratore delegato e di direttore generale. Per non dire di certi arbitrati, compensati con parcelle da capogiro. Tre per tutte? Quella spartita (in tre) dal collegio guidato dall'ex presidente del Consiglio di Stato Mario Egidio Schinaia (1,4 milioni), quella finita al collegio presieduto dall'avvocato dello Stato Giuseppe Stipo (1,3 milioni per due verdetti), quella incassata dal collegio pilotato da Marcello Arredi, capo del dipartimento Infrastrutture stradali del ministero delle Infrastrutture e presidente nel 2006 di un collegio incaricato di regolare una controversia fra l'Anas e l'Impregilo: 1,2 milioni. Soldi in più, oltre lo stipendio. Potevano i potentissimi Grand Commis accettare una sforbiciata del genere? No. E così, subito dopo l'approvazione in Senato, talpe sapienti hanno cominciato a rosicchiare l'articolo 144, a partire dai trattamenti alla Banca d'Italia, comma per comma, riga per riga. Risultato: la Commissione Bilancio della Camera, tra le proteste di una pattuglia di indignati guidata da Villone, ha praticamente fatto saltare tutti, ma proprio tutti, i punti centrali. E a meno che non intervenga il governo, tutto continuerà come prima. Anzi, peggio. Perché il messaggio all'opinione pubblica, dopo tante promesse, è uno solo: marameo. Lo stesso marameo che, dalle bianche spiagge di Bali, lanciano agli italiani i componenti della affollatissima delegazione italiana al vertice mondiale sul clima: 52 persone. Dicono Alfonso Pecoraro Scanio e il suo staff che altre delegazioni sono ancora più numerose. E che l'altra volta, a Montreal, l'allora ministro Altero Matteoli si portò perfino due agenti di scorta. Sarà. Ma ci restano alcune curiosità: come mai, nel mucchio, oltre a tre rappresentanti del Comune di Milano, due della Regione Lazio, un assessore della Toscana e l'assessore all'Ambiente della Campania Luigi Nocera, riemerso per l'occasione dai cumuli di immondizia napoletana, ci sono solo due sindacalisti della Cgil e della Uil e nessuno della Cisl? Possibile che nessuno della Cisl, con una collana di orchidee al collo, avesse da dire qualcosa sul pianeta? Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella |
| Enrico | |
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NEI GUAI LA RAGAZZA DEL CASO MELE.
Zenobi indagata per tentata estorsione Avrebbe chiesto centomila euro o un contratto tv per modificare l'originaria versione sul festino a luci rosse ROMA - Centomila euro in contanti o un contratto di un anno con Rai o Mediaset del valore di 90 mila euro per ritrattare le accuse. Sarebbero queste le richieste avanzate da Francesca Zenobi e dal suo avvocato a uno dei legali del deputato Cosimo Mele - ex Udc - che il 27 luglio scorso partecipò con la donna, poi sentitasi male, e una sua amica, a un festino a luci rosse in una suite dell'Hotel Flora di Roma. INDAGATA - Lo scrive il Nuovo quotidiano di Puglia. L'avvocato del parlamentare ha presentato denuncia nella Stazione carabinieri in via Cassia, a Roma, corredandola con un paio di microcassette con la registrazione delle conversazioni. L'ipotesi di reato è quella di concorso in tentativo di estorsione. Perquisizioni - riporta ancora il giornale - sono state compiute dai militari domenica scorsa nell'abitazione della Zenobi nonché nello studio e nella residenza romana del suo legale. Tracce di cocaina furono trovate su un comodino, su una card della stanza d'albergo e su una scheda di ricarica telefonica di Mele, indagato per cessione di droga e omissione di soccorso. LUSETTI: LA RAI LE FACCIA CAUSA - La notizia della nuova inchiesta ha scatenato le immediate reazioni del mondo politico. «Auspico che l'ufficio legale della Rai annunci un'azione giuridica per diffamazione contro Francesca Zenobi e il suo avvocato a seguito della denuncia presentata dall'onorevole Mele secondo cui la giovane ragazza avrebbe preteso un contratto con la tv pubblica per ritrattare le sue accuse» ha dichiarato il parlamentare del Pd Renzo Lusetti. «È inaccettabile che qualcuno ritenga di poter entrare a lavorare per le reti del servizio pubblico con questi metodi. La Rai e i suoi sindacati - continua Lusetti - devono farsi sentire ed avvalersi di tutti gli strumenti a disposizione per tutelare l'onorabilità e la professionalità del suo nome oltre che dei suoi tanti dipendenti e collaboratori». |
| Enrico | |
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Lettera denuncia per l'apertura dell'anno giudiziario
I giudici milanesi: «Siamo inutili» «Il 70% dei processi riguarda "fantasmi" o reati coperti da indulto» MILANO ? «Noi giudici del dibattimento? Lavoratori socialmente inutili. Ci sentiamo come i lavoratori americani degli anni Trenta, quando la logica economica del New Deal creava occupazione solo per consentire di percepire lo stipendio da spendere per far ripartire l'economia depressa: oggi pm, avvocati e giudici percepiscono lo stipendio (tutti dallo Stato) per fornire una giustizia penale del tutto inutile». In vista dell'inaugurazione dell'anno giudiziario a fine mese, a levarsi dalle toghe di Milano non è più neanche una protesta, ma «uno stato d'animo: di inutilità». Descritto da una lettera attorno alla quale in questi giorni sta coagulandosi l'umore dei 70 giudici dell'ufficio del dibattimento. Ciascuno di loro, «nonostante le limitazioni alla trattazione delle udienze e le condizioni "preistoriche" in cui lavoriamo», nel 2007 ha «deciso 200 processi monocratici, quasi 14.000 processi». Solo che, rimarca la sconfortata riflessione maturata da giudici delle varie sezioni del Tribunale, «per un buon 30% di processi si tratta di assolvere o condannare delle impronte digitali: stranieri mai identificati, che anni fa fornirono alla polizia un nome, ma che sono rimasti "fantasmi"». Poi ci sono gli imputati «identificati ma irreperibili», ignari di giudizi in contumacia che peraltro la Corte Europea ritiene contrari al «giusto processo». Ma il senso di inutilità «si aggrava se si considera l'altro 40% di processi che, pur contro imputati identificati e avvisati, riguardano reati per i quali il destino è o la prescrizione o l'indulto in caso di condanna ». Capolinea anche di molti gravi reati di competenza invece collegiale, «che impegnano ogni giudice per 8/10 udienze al mese, circa 100 giorni l'anno, in media dalle 9 alle 17», per definire nel complesso «in un anno circa 750 processi, una media di 30 per ogni collegio ». Processi nei quali, dal maggio 2006 dell'indulto, «facce più rilassate accolgono una condanna ad una pena rilevante con buona indifferenza, perché tanto non porterà mai alla carcerazione. L'unico servizio che provoca condanne e carcere » è «la bolgia dantesca» del «turno delle direttissime: una trentina di arresti al giorno per reati bagatellari, commessi quasi solo da stranieri irregolari che determinano condanne tra i 3 e i 12 mesi», le uniche «tutte rigorosamente espiate». Sia chiaro, spiegano i giudici, «non vogliamo carcere per tutti, né siamo stati tutti contrari alle ragioni dell'indulto». Ma «un sistema repressivo che non reprime», esemplifica il giudice Ilio Manucci Pacini, «è una fabbrica che non produce, è un ufficio che non rende un servizio che gira a vuoto». Con «lo Stato che paga magistrati, amministrativi, strutture, interpreti, difensori d'ufficio, notifiche: tutto per sentenze il cui senso ci sfugge». Sottile, affiora qui anche una insofferenza per l'enfasi posta dal dibattito pubblico quasi solo sui processi sotto i riflettori: «Molti di noi non sono mai andati sui giornali e non ci tengono, non si tratta di desiderio di notorietà. Vorremmo invece che nel dibattito sulle sorti della giustizia si considerassero non solo i processi importanti, ma il funzionamento della macchina nel suo complesso, e le cause delle disfunzioni». Luigi Ferrarella |
| spino973 | |
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Preparate tutti i regali di nozze, levate dalla naftalina l'abito buono, correte dai parrucchieri tutti!
http://www.repubblica... A breve, carissimi miei Vestauratovi e NeoconsevvatoVi, saranno celebrate e consacrate le nozze più altisonanti del nuovo secolo (mi commuovo, vedete, come un bimbetto): dopo anni di lotte all'ultimo sangue, causate dalla dissoluzione del precedente Regno della Famiglia del Parlamento (quello succeduto al regno dei Savoia), i due rami più potenti della famiglia reale che lottano per la corona d'italia, la Casa De Democritei e la Casa Delle Libertà, stanno per riunirsi per il bene del paese e dare così giusta e benedetta fine alla sanguinosa anarchia dell'interregno, detto "Guerra dei Due Poli". La ribellione contro il precedente regno del Parlamento, guidata dalla famiglia De' Magistrati, era sfociata infatti in un sanguinoso periodo di tradimenti e confessioni (detto guerra "delle mani pulite") che in poco tempo disintegrò quello che era stato il lungo governo della Grande Famiglia Del Parlamento. Dalla dissoluzione del ramo principale della grande famiglia subito due furono i rami cadetti che si figurarono come casate potenti e rivali, entrambi discendenti diretti della grande Famiglia. E fu subito chiaro che entrambi reclamarono da subito per sé l'eredità della corona d'Italia. Fu durante la prima parte della "guerra dei Due Poli" che cominciò la guerra civile: le fazioni alleate alla Casa delle Libertà erano riuscite ad impadronirsi dei feudi più importanti della Casa Del Parlamento ma i discendenti della famiglia rivale, alleandosi al malcontento per l'anarchia del regno delle Libertà, conquistarono con un colpo di stato, la corona d'Italia. Il regno attraversò un breve periodo di calma quando, dopo 3 soli anni la famglia delle Libertà dette battaglia in campo aperto alla famiglia rivale e conquistò il regno. Prese la corona Augusto Silvio De Gran Berluschi delle Libertà. Ma la Famiglia De Democritei, dopo aver tessuto la sua trama di alleanze e sfruttando di nuovo il malcontento per il regno dispotico delle Libertà, riuscì a strappare la corona al potente re. Il paese entrò così in un periodo travagliato in cui la Famiglia De Democritei, persi ormai i motivi della conquista, era vittima della corruzione e della complicità con la famiglia reale, trascinando il regno in un periodo buio di sconvolgimenti continui ed emergenza assoluta che dura tutt'ora. E' notizia di oggi che, tramite intercessione del Santo Padre, da sempre attento alla situazione geopolitica italiana e servo fedele del regno di Dio nonchè unico erede della maestà dell'Impero Romano; tramite l'intercessione del SS Padre, l'ambasciatore ufficiale di Augusto Silvio De Gran Berluschi delle Libertà, sua eminenza Giuliano Da Ferrara è stato ricevuto durante la riunione del consiglio di famiglia De Democritei presieduta dal delfino Veltroneo, candidato erede al trono d'Italia, consiglio da sempre segreto ma oggi occasionalmente aperto al potente ambasciatore delle Libertà. Gli epicurei prendono questo atto come segno delle imminenti nozze al vertice reale d'italia: dopo anni in cui il paese ha vissuto nel buio dell'anarchia, dove la legge è stata sospesa dalla vita civile; dopo anni di guerra fraticida i due eredi cugini, si preparano al matrimonio che riunirà di nuovo le due casate. brindate tutti con noi!! spino |
| Enrico | |
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La proposta DEL FIGLIO del leader socialista
Bobo Craxi: una fiction Rai su mio padre Il sottosegretario agli Esteri: «Con Moro è stata la figura più alta e più tragica dell'Italia del dopoguerra» ROMA - «La Rai ha il compito di pensare ad uno sceneggiato, a un film, a una docu-fiction che racconti la storia di mio padre». È quanto chiede il sottosegretario agli Esteri Bobo Craxi a otto anni dalla morte del padre (sabato prossimo si celebra ad Hammamet l'anniversario della scomparsa). «Mi pare evidente che insieme ad Aldo Moro, Bettino Craxi è stata sicuramente la figura più alta e più tragica dell'Italia del dopoguerra - ha spiegato Craxi Jr intervistato dal giornalista Pierluigi Diaco sul suo blog www.diacoblog.com -. Hanno fatto sceneggiati Rai su figure anche più banali di mio padre, mi auguro che RaiFiction accolga questo mio invito». CONTRO IL PD - Il figlio di Craxi polemizza con il Pd accusandolo di non voler riconoscere l'importanza politica del padre: «Mio padre non può entrare nel loro "Pantheon": la loro figura di riferimento è soprattutto quella di Enrico Berlinguer. Cioè la storia del comunismo italiano. Un'altra storia. Bisogna stare attenti: voglio ricordare che in passato c'è chi si è accaparrato la figura di Aldo Moro, pur non avendo mosso un dito per cercare di liberarlo. Voglio ancora ricordare, quindi, che la linea del "giustizialismo all'italiana" condusse mio padre all'esilio politico». CONTRO BERLUSCONI - Parole critiche anche per Berlusconi: «Rimane una grande delusione sul piano politico e sul piano umano. A me continua a non andare giù il fatto che spense la luce per sei anni, dal '94 al 2000, sull'amicizia che lo ha legato per molti anni a mio padre Bettino. In 2000 giorni non ne ha trovato uno per recarsi ad una semplice visita ad Hammamet. È evidente che ha tradito un rapporto». |
| Enrico | |
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giusto per scaldarci in vista del XXV aprile...
Riflessioni pavloviane di Peter Gomez Dobbiamo essere grati ad Alessandro Sortino. La sua decisione di dimettersi dopo che i vertici di Mediaset (Piersilvio Berlusconi e Fedele Confalonieri) avevano censurato un suo servizio sul clan Mastella che doveva andare in onda sulle Iene, è stata per tutti un lezione di stile. E ha dimostrato come il regime sia sempre in agguato. Ma non basta. Dobbiamo essere grati a Sortino anche per altro. La sua denuncia permette di capire a chi sta veramente a cuore la libertà di stampa e a chi no. Oggi, per esempio, dalle colonne del Corriere della Sera, Aldo Grasso ci spiega che non si dovrebbe discutere troppo del caso Sortino. Secondo lui si dovrebbe parlare invece degli straordinari successi di ascolto de "Le Iene" e di "Striscia La Notizia" ottenuti facendo un'informazione «informale, goliardica, che talvolta tende al moralismo e al populismo, e si sottrae quasi sempre alle norme dell'equilibrio e dell'imparzialità, tradizionali cavalli di battaglia del giornalismo "serio"». Il tema è senza dubbio interessante. E merita un approfondito dibattito. Ma intanto Sortino è rimasto senza contratto. Il suo servizio su Mastella, così come altri servizi riguardanti personaggi in qualche modo utili al cavaliere (le Iene, per esempio, si erano viste censurare un'intervista a Tronchetti Provera riguardanti le sorti de La 7) , non è stato trasmesso. E tutti i colleghi di Mediaset vedono ribadito nei fatti un concetto semplice, semplice: il padrone è al lavoro e non va disturbato. Cosa accadrà quando il padrone tornerà a essere presidente del Consiglio è insomma facile intuirlo. È vero: in questi mesi di governo Prodi l'informazione televisiva è migliorata molto poco. Nella Rai i partiti hanno continuato a farla da padroni, in molti casi l'editore di riferimento si è limitato a passare dai politici di centro-destra a quelli di centro-sinistra, mentre a Mediaset i tg (e i programmi d'informazione- intrattenimento) hanno subito un ulteriore giro di vite. La cosa è assolutamente ininfluente per noi giornalisti: basta allinearsi e lo stipendio ce lo danno ancora (anzi in qualche caso ce l'aumentano). Ma invece è molto preoccupante per i cittadini: il principio che bisogna conoscere per poter deliberare è uno dei principi fondanti di ogni democrazia. Se le notizie vengono censurate chi guarda una tv o legge un giornale non se ne accorge. La notizia che non viene data infatti semplicemente non esiste. Ce ne accorgiamo invece noi che quelle notizie le conosciamo, ma non le possiamo comunicare. Per questo c'è chi si ostina a denunciare le censure. Con un riflesso che sarà pure pavloviano, ma che è pur sempre un riflesso. Altri invece cambiano discorso. Contenti loro. |
| Enrico | |
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Da verificare... ma se fosse vera.....
Il risarcimento di Mastella Ho un amico al Quirinale. Avvampa ancora quando mi racconta della visita di Clemente Mastella al Colle venerdì 26 gennaio, per le consultazioni del dopo crisi. Clemente arriva con volto acceso dagli esili di Ceppaloni, dove la signora Leonardi, ancora imprigionata dalla sbirraglia borbonica, guarda i tramonti sul beneventano e sospira. Al Colle lo accompagna una coppia notevole, che corrisponde al cinquanta per cento dell?intero Udeur. Uno è Tommaso Barbato, capogruppo al Senato, eroe del Senato, quello che ha sputato in faccia al suo socio di partito Nuccio Cusumano, e ne va talmente fiero che l?Udeur lo ha premiato espellendo Cusumano per indegnità. L?altro si chiama Mauro Fabris, ha notevoli capelli bianchi, ma nessuna preoccupazione che lo tormenti sebbene sia stato eletto con i voti non dell?Udeur, ma dell?Ulivo. E anche lui ne va fiero. Clemente, con Napolitano, va per le spicce, dice: ?Siamo per le elezioni anticipate?. Chiaro. Ma siamo anche per qualcos?altro: ?Mi aspetto - dice Clemente, lampeggiando gli occhi - di essere di nuovo il ministro della Giustizia, nel prossimo governo. Me lo aspetto come risarcimento?. Se lo aspetta perché ha tanto sofferto. E soffrendo ha tradito. E tradendo ha diritto al suo compenso. Di compensi non parlò quando il 16 gennaio in Aula annunciò le sue dimissioni. Parlò di Fedro, il favolista latino dei tempi di Caligola. Disse: ?Tra il potere e gli affetti scelgo i secondi. Questo potente Mastella sceglie i secondi! ? ribadì con l?esclamativo e poi aggiunse - Me ne vado anche perché, come diceva Fedro, gli umili soffrono quando i potenti si combattono?. Vannino Chiti, seduto al suo fianco tra i banchi del governo, lo guardava dal basso e riusciva a non ridere. Pino Corrias |
| Enrico | |
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ogni commento e' superfluo...
I partiti avranno lo stesso 300 milioni La fine della legislatura non blocca il pagamento dei rimborsi elettorali per il 2006: un euro per ciascun voto ROMA ? Trecento milioni di euro. È il costo aggiuntivo delle elezioni del 13 e 14 aprile, o meglio della fine traumatica della legislatura. Sono i soldi dei rimborsi elettorali che i partiti continueranno a riscuotere nei tre anni che mancano alla fine naturale della XV legislatura e che si accumulano con i nuovi rimborsi elettorali a cui avranno diritto per il fatto stesso di correre ed avere eletti alle urne tra due mesi. Trecento milioni, più precisamente 49.964.574,57 euro all?anno per ogni Camera da dividere tra tutti i partiti: un euro all?anno per ogni voto alla Camera e un euro per il Senato. Vale a dire che ogni elettore, o meglio ogni cittadino iscritto alle liste elettorali, anche se non vota, vale 10 euro a legislatura, con le elezioni anticipate di aprile, varrà 16 euro per la prossima. L?inghippo è nascosto al secondo comma lettera a) del quattordicesimo capitolo dell?articolo 39 della legge 51 del 2006, approvata poco prima delle ultime elezioni, proposta dal ministero dell?Economia di Giulio Tremonti con il patrocinio bipartisan dei partiti e dei loro tesorieri: in caso di elezioni anticipate i rimborsi, versati di anno in anno, «non si interrompono». Una riga, in mezzo a norme per il Belice, per i perseguitati politici, il catasto e il disarmo chimico. Cinquanta milioni di euro all?anno per ogni Camera per i prossimi tre anni. La stessa sorte toccherà ai partiti siciliani, per lo scioglimento anticipato dell?Assemblea regionale. «Noi con le elezioni sosterremo nuove spese ? non si stupisce Franco Pontone, tesoriere di An ?. È un costo in più per il Paese, certo, ma se gli elettori avranno la fortuna di farsi rappresentare da parlamentari onesti e leali, non c?è motivo di lamentarsi». Non la pensa così il radicale Marco Cappato: «La gente ormai sa tutto sui furti della casta ma solitamente dopo che sono stati compiuti. Se avesse saputo quanti soldi il voto regala ai partiti, il diktat elezioni subito avrebbe avuto un?accoglienza diversa». Per il Partito democratico il voto, dopo la querelle irrisolta sui rimborsi delle scorse elezioni che i due tesorieri di Ds (Ugo Sposetti) e Margherita (Luigi Lusi) si sono tenuti, i fondi delle elezioni di aprile sono la prima boccata di ossigeno. Saranno infatti i due vecchi partiti a continuare a riscuotere i soldi del 2006, mentre Mauro Agostini annuncia che come tutti farà «richiesta per i rimborsi appena possibile». E il doppio rimborso? Il tesoriere del Pd si smarca: «Non conosco pienamente la legge, noi siamo l?ultimo partito nato, siamo i meno adatti a commentare». Più netto Sposetti: «La democrazia costa». La lunga storia dei rimborsi elettorali risale al 1993, quando dopo l?abolizione del finanziamento pubblico con un referendum post Tangentopoli, si inventò questo escamotage per sostenere le spese della politica: allora erano 800 lire a voto, 1600 a elettore. Di legislatura in legislatura, la somma si gonfia, cambia il sistema di calcolo per aggiungere qualche milione di euro. Non solo, a leggere gli ultimi dati disponibili, cioè quelli delle Europee del 2004 (mancano ancora quelli delle politiche del 2006 nonostante la Corte dei conti dovesse consegnarli entro sei mesi, denuncia il radicale Maurizio Turco) risulta che i partiti spendono molto meno di quello che ricevono ormai come un vero e proprio finanziamento pubblico. È vero che la Finanziaria ha imposto un taglio a queste spese di venti milioni di euro, ma ancora non è chiara l?interpretazione della norma: «Se portasse ad un risparmio del 10 per cento, sarebbe già tanto». Gianna Fregonara |
| Enrico | |
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«mi battei perche' rimanesse, Ma lui e Santoro fecero uso indebito della televisione»
Berlusconi: Biagi lasciò per liquidazione Le figlie: «Ignominia. Lasci stare i morti» La versione del Cavaliere: «Prevalse il suo desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato». Polemiche MILANO - «Mi sono battuto perchè Enzo Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato». Lo ha detto Silvio Berlusconi, nel corso di Tv7. Il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, è tornato o a parlare del cosiddetto «editto bulgaro». «Io non ho detto "cacciate Biagi e Santoro" - ha aggiunto - ma mi sono sempre scagliato contro l?uso improprio della tv. Se le forze dell?ordine hanno delle armi, queste servono per garantire l?ordine, se poi si spara alla gente è farne un uso improprio». «LASCI STARE I MORTI» - Una «ignominia», una «falsità» contraddetta da carte che possono documentare tutto: così Bice e Paola Biagi, le figlie di Enzo, hanno commentato le dichiarazioni di Silvio Berlusconi, dicendosi «letteralmente indignate» «La moralità di nostro padre non si può discutere - dicono all'unisono Bice e Paola - è documentata. È stato un partigiano che ha avuto la schiena dritta dal '45, e non solo con il signor Berlusconi, e per questo ha pagato. Berlusconi deve farla finita, deve stare zitto e non strumentalizzare un morto che non può rispondere per la sua campagna elettorale». Le due figlie di Biagi, che proprio stasera festeggiano i vent'anni di due loro nipoti, («e a tutto pensiamo - dicono - tranne che a Berlusconi, grazie a Dio»), aggiungono poi di voler «seguire il consiglio del presidente Napolitano, che era amico di nostro padre, e che invita a smorzare i toni. Continueremo con la stessa discrezione che abbiamo avuto finora ma Berlusconi deve smetterla di dire falsità. Piuttosto dovrebbe istruirsi un pò e leggere per esempio "Le mie prigioni" così da capire che ad attaccare un morto si fa un danno soprattutto a se stessi». Proprio Paola in queste settimane sta curando il carteggio del padre: «quando sarà pubblico - conclude - si vedrà chi ha ragione e chi si è sempre comportato con dignità e moralità». GIULIETTI: «PROFANA MEMORIA DI UN GRANDE» - «Il leader della destra Berlusconi ha di nuovo profanato la memoria di un grande del giornalismo libero italiano, Enzo Biagi. Fu proprio lui, da presidente del Consiglio, a Sofia, a decretarne la cacciata dalla Rai, e ora vorrebbe accreditare una versione degna del più incallito negazionista e revisionista storico». Lo afferma Giuseppe Giulietti, deputato del Pd. «No, onorevole Berlusconi! Biagi non si fece comprare l'anima e il silenzio per una manciata di soldi nè fece mai un uso criminoso della Rai, insieme a Santoro, Freccero e Luttazzi». «VERGOGNA INAUDITA» - «Le parole di Berlusconi su Enzo Biagi sono una vergogna inaudita». Lo afferma Gianni Montesano, responsabile comunicazione del Pdci. «Un'offesa alla memoria di uno dei più grandi giornalisti del nostro tempo - aggiunge - che fu estromesso dalla Rai quando il Cavaliere era il re sole della tv». «La sua volgare aggressività dovrebbe far riflettere il Pd sul conflitto di interessi e il sistema delle tv in Italia. Ma chi pensa già a inciuci bipartisan - conclude Montesano - non può certo avere queste priorità». |
| Enrico | |
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sconfitto il relatore radicale e le altre piccole formazioni politiche
Par condicio in Rai: accordo Pd e Pdl, non ci sarà parità di accesso ai programmi Fino al 10 marzo nei Tg, Gr e altri format ci sarà prevalenza dei rappresentanti di Veltroni e Berlusconi ROMA - In questa prima fase della campagna elettorale, nei Tg, nei Gr e nei programmi di approfondimento informativo della Rai, le forze politiche avranno diritto alla parità di trattamento ma non alla parità di accesso: lo ha deciso la commissione di Vigilanza approvando a maggioranza due emendamenti identici, presentati dal Pd e dal Pdl, che hanno modificato il testo originario del regolamento per la par condicio, messo a punto dal radicale Marco Beltrandi che prevedeva appunto anche la parità di accesso tra le diverse forze politiche all'informazione Rai. CONTRADDETTO RELATORE - Il relatore Beltrandi aveva invece proposto la piena «parità di accesso e di trattamento tra le diverse forze politiche» in tutti i programmi di informazione, appoggiato in questo dalle altre forze minori in campo per le prossime elezioni. «C'è una maggioranza trasversale - ha commentato Beltrandi - che sfregia la par condicio. C'è chi ha interesse a far in modo che i cittadini, in questa campagna elettorale, non possano scegliere liberamente le liste». La commissione, che sta esaminando il regolamento relativo alla fase della campagna elettorale che dura fino alla presentazione delle liste (9-10 marzo) punta a concludere i lavori, sospesi in concomitanza con il voto in aula - questa sera, come ha assicurato il presidente, Mario Landolfi. |